Cure palliative: una risposta alternativa, non complementare, al suicidio medicalmente assistito

Cure palliative: una risposta alternativa, non complementare, al suicidio medicalmente assistito

Cure palliative: una risposta alternativa, non complementare, al suicidio medicalmente assistito

Gentile Direttore, “Tu sei importante perché sei tu e sei importante fino all’ultimo momento della tua vita. Faremo ogni cosa possibile non solo per permetterti di morire in pace, ma anche per farti vivere fino al momento della tua morte”. Con queste parole Cicely Saunders, fondatrice delle cure palliative moderne...

Gentile Direttore,
“Tu sei importante perché sei tu e sei importante fino all’ultimo momento della tua vita. Faremo ogni cosa possibile non solo per permetterti di morire in pace, ma anche per farti vivere fino al momento della tua morte”. Con queste parole Cicely Saunders, fondatrice delle cure palliative moderne, sintetizzava il significato profondo della disciplina palliativa: prendersi cura della persona nella sua globalità, preservandone dignità, qualità di vita e sollievo dalla sofferenza fino alla fine naturale dell’esistenza. Nella stessa direzione si colloca la definizione della Società Europea di Cure Palliative (EAPC), secondo cui le cure palliative “non hanno lo scopo di accelerare né di ritardare la morte”, ma di garantire la migliore qualità di vita possibile durante il decorso di una malattia inguaribile.

Per questo motivo l’articolo “Suicidio medicalmente assistito, escludere i palliativisti è immorale e contro la deontologia, la Sicp sbaglia”, recentemente pubblicato su Quotidiano Sanità, rappresenta un attacco gratuito e non condivisibile nei confronti della Società Italiana di Cure Palliative e, più in generale, del mondo delle cure palliative italiane. Un mondo che quotidianamente opera in un ambito estremamente delicato, accanto a pazienti fragili e alle loro famiglie, e che non necessita di essere trascinato in contrapposizioni ideologiche o disquisizioni filosofiche.

Le cure palliative non costituiscono né un abbandono del paziente né una violazione della relazione di cura. Al contrario, riaffermano la propria identità e specificità assistenziale, che non può essere confusa con pratiche finalizzate a provocare intenzionalmente la morte del paziente. Si tratta di una distinzione culturale, clinica ed etica che merita rispetto e tutela.

Qualora il suicidio medicalmente assistito dovesse essere disciplinato organicamente da una Legge dello Stato, esso potrà essere eventualmente attuato da qualunque medico disponibile a prendervi parte, senza individuare necessariamente nel palliativista il professionista deputato a tale funzione. Le cure palliative, infatti, hanno una missione specifica e autonoma, riconosciuta dalla normativa nazionale e internazionale, che consiste nell’accompagnamento competente e globale della persona affetta da patologia cronica evolutiva, con l’obiettivo di migliorarne la qualità della vita senza finalità anticipatorie della morte.

Negli ultimi anni, anche grazie al DM 77/2022 e al progressivo sviluppo delle reti territoriali, le cure palliative hanno conosciuto una profonda evoluzione culturale e organizzativa. Oggi non rappresentano più esclusivamente un intervento limitato agli ultimi giorni o settimane di vita, ma una disciplina specialistica rivolta a persone con bisogni complessi lungo tutto il decorso della malattia cronico-evolutiva, oncologica e non oncologica.

Ridurre le cure palliative a mera gestione del fine vita significa proporre una visione semplicistica e ormai superata sia sul piano scientifico sia su quello legislativo. La vera sfida per il Servizio sanitario nazionale non è quella di integrare le cure palliative nel suicidio medicalmente assistito, ma piuttosto quella di garantirne uno sviluppo uniforme, precoce e accessibile su tutto il territorio nazionale, evitando le profonde disuguaglianze regionali ancora oggi esistenti.

Occorre investire nella domiciliarità, negli hospice, nelle équipe multiprofessionali, nella formazione e nella presa in carico precoce dei bisogni fisici, psicologici, sociali e spirituali della persona malata. Questo è il tema prioritario che interessa concretamente migliaia di cittadini e famiglie.

Le cure palliative devono quindi essere considerate una risposta alternativa alla richiesta di morte medicalmente assistita, non una sua complementarietà. La loro forza risiede proprio nella capacità di ridurre la sofferenza, la solitudine, la paura e il senso di abbandono che spesso alimentano la domanda di anticipare la morte. Assimilarle o renderle funzionalmente complementari al suicidio assistito rischierebbe invece di indebolirne l’identità, alterandone il significato profondo e il rapporto fiduciario costruito negli anni con i pazienti e con la società.

Difendere questa specificità non significa sottrarsi alla relazione di cura, ma preservare il nucleo essenziale della medicina palliativa: accompagnare, alleviare, sostenere e prendersi cura della vita fino al suo termine naturale, garantendo sempre dignità, prossimità e qualità dell’assistenza.

Dott. Francesco Scarcella
Coordinatore Rete Regionale Cure Palliative Lazio
Responsabile UOSD Hospice e Cure Palliative ASL Roma 5

12 Maggio 2026

© Riproduzione riservata

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