Dimissibili, ma non dimessi

Dimissibili, ma non dimessi

Dimissibili, ma non dimessi

Gentile Direttore, c'è un momento, in ospedale, in cui la medicina ha curato, ha fatto tutto il possibile, e il corpo può tornare a casa. Ma la guarigione clinica non coincide sempre con la possibilità di vivere di nuovo, in autonomia, la propria vita...

Gentile Direttore,
c’è un momento, in ospedale, in cui la medicina ha curato, ha fatto tutto il possibile, e il corpo può tornare a casa. Ma la guarigione clinica non coincide sempre con la possibilità di vivere di nuovo, in autonomia, la propria vita.

A volte non c’è una famiglia pronta ad accoglierlo, o la casa non è più pronta a riceverlo. È un paradosso che i reparti conoscono bene: il paziente guarito che resta nel letto perché nessuno, fuori, può aprirgli la porta.

L’OCSE ce lo ricorda con un numero: nel 2022 la durata media della degenza ospedaliera in Italia è stata di 7,2 giorni, sopra la maggior parte dei sistemi europei comparabili. Ma il dato, da solo, non dice se sia un male o un bene: l’obiettivo non può essere ridurre i giorni di ricovero, deve essere ridurre i giorni di ricovero non necessari. È una differenza sostanziale, ed è la stessa che chi lavora nei punti unici di dimissione affronta ogni giorno sul campo, di fronte a tre domande precise: il paziente è ricoverato perché ne ha davvero bisogno? Quando non ne ha più, esiste un setting alternativo appropriato? La dimissione è davvero accompagnata da una presa in carico territoriale?

A queste domande, oggi, il territorio italiano risponde in modo diseguale. Conosciamo le mille varianti del paradosso: la coppia dimessa insieme, con i figli in un’altra regione; la casa non più adatta a chi torna in carrozzina, tra scale senza ascensore e bagni non accessibili; l’anziana dimessa dopo una frattura, che abita in un piccolo paese spopolato senza più un medico di base, con solo il vicinato e un marito con la demenza ad attenderla; famiglie che portano in ospedale un padre di novant’anni confuso e febbricitante, e che dopo la dimissione imparano in poche ore quello che altrove si insegna in mesi, pagando di tasca propria una RSA o un’infermiera privata pur di non lasciarlo solo. È il paradosso descritto dall’OCSE: ospedali pieni e territorio debole. Da un lato si chiede di ridurre i tempi di degenza, dall’altro il territorio non sempre è pronto ad accogliere chi viene dimesso: non è efficienza, è solo uno spostamento del carico, dall’ospedale alla famiglia.

Le strutture socio-sanitarie ex articolo 26 della legge 833 del 1978 sono la risposta concreta alla seconda domanda, quella sul setting alternativo: dotate di medici, infermieri e OSS h24, di fisiatra, geriatra, pneumologo, logopedista, radiologia e laboratorio analisi, non sono un parcheggio per anziani, ma un ponte clinico e umano dove recuperare un pezzo di autonomia perduta.

E qui il conto parla chiaro. Una degenza ospedaliera per acuti costa in media circa 650 euro al giorno; nelle strutture ex articolo 26 la retta media è di circa 140 euro nei nuclei a intensità assistenziale più bassa (NIA) e di circa 200 euro in quelli ad alta intensità (AIA). Otto giorni di cura, in una struttura ex articolo 26, restano sotto i 2.000 euro, contro gli oltre 6.000 di un pari periodo in ospedale.

Si potrebbero costruire protocolli condivisi per rispondere sistematicamente alla terza domanda dell’OCSE, quella sulla presa in carico territoriale. Un anziano disidratato, dopo accertamenti in Pronto Soccorso, potrebbe proseguire idratazione e riabilitazione in una struttura ex articolo 26 con DRG aperto, con una visita di controllo programmata in ospedale: se il quadro clinico è soddisfacente, viene dimesso da lì. Lo stesso per una BPCO riacutizzata: dopo l’intervento in Pronto Soccorso, il trasferimento in riabilitazione respiratoria, e il giorno della dimissione prevista, con spirometria, walking test, emogasanalisi e radiografia del torace, l’accompagnamento in ospedale per la visita conclusiva. Calcoli di questo tipo indicano un risparmio di circa 5.000 euro per paziente: su cento pazienti, mezzo milione di euro — risorse che potrebbero tornare al sistema, non sottratte a esso.

Per questo serve una scelta politica semplice da enunciare e difficile da realizzare: che pubblico, strutture accreditate e convenzionate dialoghino davvero, e che ogni Regione aggiorni accreditamenti, tariffe e rette — ferme in alcune addirittura dal 2012 — alla complessità reale dei pazienti anziani di oggi. Solo così, alle tre domande dell’OCSE, potremo rispondere sì: perché dietro ogni retta ferma c’è sempre lo stesso volto, quello di un figlio che non sa misurare una pressione, di un coniuge anziano senza più forze, di una famiglia che alle tre di notte non sa a chi chiedere aiuto. E quel volto, prima o poi, è il nostro.

La vera dimissione non è quella scritta sulla cartella clinica, ma quella che si compie giorno per giorno: nella casa senza ascensore, nel paese senza medico, nella struttura che fatica a reggersi in piedi. Ed è lì che si misura se un sistema sanitario si prende cura delle persone o si limita a curarle — e se, quando toccherà a noi, ci sarà ancora qualcuno pronto ad aprirci quella porta.

Dott. Daniele Leone
Infermiere – Coordinatore Infermieristico

09 Settembre 2026

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