Gentile Direttore,
ma che meraviglia! Ce le immaginavamo diverse, le lobby: grattacieli di vetro, uomini in grisaglia, cene riservate, valigette. E invece no: la lobby è un signore di sessant’anni con la borsa di pelle consumata che alle sette di sera sale al terzo piano senza ascensore perché la signora Maria ha la febbre. È la lobby più strana della storia dell’umanità: ha una sede in ogni comune d’Italia, anche in quelli dove non c’è più la banca, non c’è più la posta, non c’è più nemmeno il bar. Ma lo studio del medico, quello sì, c’è ancora.
E allora parliamone, con calma, con amore e con i numeri. Perché i numeri hanno una qualità bellissima, che le insinuazioni non avranno mai: si possono verificare.
La fiducia non è una casella da barrare. Ci dicono: «Ma anche con il medico dipendente il paziente potrà sceglierlo!». Certo, come no. Il paziente potrà continuare a scegliere il medico. È il medico che non potrà più scegliere il paziente: lo farà l’azienda al posto suo. Il Codice civile è chiarissimo, è una poesia anche lui a modo suo: il dipendente deve obbedienza e fedeltà al datore di lavoro. Al datore di lavoro, non alla signora Maria! È un modello legittimo, per carità, quello ospedaliero. Ma è un’altra cosa. Chiamare «bugia» questa differenza non è un argomento: è un modo per non discuterla.
Le ore si contano, non si raccontano. Si è detto che i medici nelle Case della Comunità ci staranno «almeno tre ore». No! L’accordo del 23 giugno 2026 prevede fino a sei ore settimanali obbligatorie, in turni di almeno tre ore continuative. Le tre ore sono la durata del turno, non dell’impegno. E prima, attenzione, le ore erano quattro e facoltative. Da facoltativo a obbligatorio: in qualunque vocabolario si chiama passo avanti. Ed è stato firmato, mentre altre sigle sindacali scioperavano contro. Bella lobby, che firma gli obblighi!
Il lordo non è il netto. Si leggono cifre da capogiro, centotrentaseimila, centonovantaduemila euro. Detta così, sembra la vincita al Superenalotto! Ma con quei soldi il medico convenzionato paga lo studio, l’affitto, la segretaria, l’infermiere, le apparecchiature, la luce, il riscaldamento. È come dire che il fruttivendolo guadagna tutto quello che incassa: e le mele, chi gliele ha regalate?
La formazione è delle Regioni. I corsi di formazione in medicina generale li organizzano le Regioni, che scelgono anche tutor e docenti. Che a insegnare medicina generale siano medici di medicina generale è naturale come che a insegnare il violino sia un violinista. Vedere in questo un complotto per reclutare iscritti, senza una prova, è come accusare il maestro di musica di fare proselitismo per Mozart.
Accostare non è dimostrare. Poi c’è l’ENPAM, la cassa previdenziale dei medici. Una cassa privatizzata, vigilata dai Ministeri, obbligata per legge a investire bene per pagare le pensioni. Si mettono in fila le sue partecipazioni, accanto al nome di un sindacato, e si lascia intendere. Ma lasciare intendere non è informare. Se c’è un atto, un documento, una decisione in cui l’una ha condizionato l’altro, lo si mostri. E se si citano quote nel capitale della Banca d’Italia, si ricordi che la legge le limita al 3%. I numeri, appunto: si possono verificare.
Non per noi, per il Paese. E qui viene la cosa più importante. La riforma non è stata contestata perché non piaceva ai medici. È stata contestata perché non risponde ai bisogni dell’Italia, e l’Italia, guardatela, è cambiata.
Al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono 14,8 milioni, uno italiano su quattro: duecentoquarantamila in più in un anno solo. Gli over 85 sono due milioni e mezzo. Nel 2025 sono nati circa 355.000 bambini, il numero più basso della nostra storia, e l’età media è arrivata a 47 anni. Siamo un Paese meraviglioso che invecchia, con tante malattie croniche e tanti anziani soli. E di che cosa ha bisogno un anziano solo con tre malattie? Di un medico che conosca lui, la sua storia, i suoi farmaci, sua figlia che vive a Torino. Non di uno sportello dove a ogni turno cambia la faccia.
Intanto i medici mancano: oltre 5.700 medici di famiglia in 18 Regioni, secondo la Fondazione GIMBE. Più di metà di quelli rimasti segue già oltre 1.500 assistiti, e in Lombardia sono tre su quattro. E nessuna riforma dell’inquadramento, nessuna, ha mai fatto nascere un medico in più. Cambiare il contratto per curare la carenza è come cambiare la tappezzeria per curare l’umidità.
I soldi vanno già altrove. E poi c’è il dato che dovrebbe toglierci il sonno. Nel 2023 le famiglie italiane hanno pagato di tasca propria 40,6 miliardi di euro per curarsi, il 23% di tutta la spesa sanitaria. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che oltre il 15% l’accesso alle cure diventa diseguale: noi l’abbiamo superato da un pezzo. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso il privato puro è passata da 3 a 7,2 miliardi: più 137%. E milioni di italiani, intanto, rinunciano a curarsi.
Ecco, lo spostamento dal pubblico al privato non è un pericolo futuro: sta già avvenendo, ed esattamente dove il pubblico non arriva. E allora, per difendere la sanità pubblica, che cosa si propone? Di indebolire l’unico presidio pubblico, gratuito, che sta sotto casa in ogni comune d’Italia, prima ancora che le Case della Comunità abbiano infermieri, diagnostica e orari veri. È come combattere la siccità chiudendo i pozzi.
E le farmacie? Poi succede una cosa curiosa. Elettrocardiogrammi, holter, pressione, telemedicina, vaccini: un pezzo alla volta, l’assistenza di primo livello trasloca in farmacia. Con la legge di Bilancio 2026 è diventato un servizio stabile, con fondi pubblici dedicati. Benissimo la collaborazione con i farmacisti, che sono professionisti preziosi e che noi stessi abbiamo sostenuto e sosteniamo Ma ricordiamoci due cose.
La prima: dal 2017 le farmacie possono essere di proprietà di società di capitali, e catene e fondi d’investimento ne controllano una fetta sempre più grande. Spostare prestazioni dallo studio del medico convenzionato alla farmacia significa, sempre di più, affidarle a imprese che devono fare profitto. Proprio la privatizzazione che si dice di voler combattere!
La seconda: un esame non è una diagnosi. In farmacia si può fare l’elettrocardiogramma. Per leggerlo, però, serve ancora un medico: possibilmente uno che conosca il paziente.
E allora la domanda viene da sé: il medico che difende lo studio sotto casa è una lobby, la farmacia che ottiene per legge nuovi servizi e nuovi fondi è un presidio. Evidentemente la differenza sta nell’insegna.
Una parola, un criterio. Chi rappresenta interessi e tratta con lo Stato esercita un’influenza: è la democrazia, bellezza. Lo fanno i medici, lo fanno i farmacisti, lo fanno le grandi confederazioni sindacali. Nessuno le chiama «lobby» con disprezzo, e fa bene. Ma allora perché quella parola si appiccica a una categoria sola? Se tutti quelli che trattano con lo Stato sono una lobby, mancano parecchi capitoli. Se lo è uno solo, non è un’inchiesta: è una scelta.
Per finire, l’articolo 32. C’è un articolo della nostra Costituzione che è una delle cose più belle mai scritte da esseri umani: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.» La Repubblica, non il mercato. La tutela, non la vende.
Il medico di famiglia è il punto in cui quell’articolo smette di essere carta e diventa una porta che si apre, una mano sul polso, un «come sta, signora?». Si può riformare, si deve migliorare, e noi siamo i primi a volerlo: lo abbiamo dimostrato firmando, non scioperando. Ma prima di riformarlo, bisogna capirlo.
E per capirlo servono i conti. Perché i conti, quando si fanno, vanno fatti con i conti giusti.
Dr. Giovanni Cirilli
Segretario Generale FIMMG Lazio
Dr. Pier Luigi Bartoletti
Vice Segretario Nazionale Vicario Fimmg