Gentile Direttore,
Immaginiamo due persone con esiti di ictus, condizioni cliniche e deficit funzionali inizialmente simili.
La prima accede tempestivamente a una valutazione specialistica, viene inserita in un percorso riabilitativo personalizzato e può contare sulla continuità degli interventi. La seconda, dopo la dimissione ospedaliera, incontra liste d’attesa, difficoltà organizzative e interruzioni del trattamento.
Dopo alcuni mesi, i risultati potrebbero essere molto diversi.
Se un algoritmo analizzasse quegli esiti, saprebbe distinguere quanto dipende dalle condizioni del paziente e quanto dalle opportunità di cura che gli sono state realmente offerte?
È una domanda tutt’altro che teorica, mentre l’intelligenza artificiale comincia a entrare anche nella Medicina Fisica e Riabilitativa. E potrebbe diventare una delle questioni più importanti per il futuro della nostra disciplina.
Una straordinaria opportunità, ma per quale obiettivo?
L’intelligenza artificiale apre prospettive di grande interesse. Può contribuire all’analisi del movimento, all’elaborazione di dati clinici complessi, alla stima prognostica, al monitoraggio dei risultati e alla personalizzazione degli interventi. Strumenti che, quando adeguatamente validati, possono migliorare la precisione delle valutazioni e supportare le decisioni cliniche.
Sarebbe sbagliato sottovalutarne il potenziale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere la capacità di elaborare informazioni con la capacità di curare.
Una previsione non è una prognosi clinica completa. Un dato funzionale non descrive l’intera persona. E un trattamento tecnologicamente avanzato non è necessariamente il trattamento più appropriato.
La riabilitazione non ha come obiettivo soltanto migliorare un parametro motorio, ma recuperare, mantenere o compensare capacità che consentano alla persona di vivere con la maggiore autonomia possibile.
Camminare meglio è importante. Ma poter tornare a casa, vestirsi autonomamente, riprendere il lavoro o partecipare alla vita familiare e sociale rappresenta il risultato che dà significato a quel miglioramento.
È su questi obiettivi che dovremo misurare il reale contributo dell’intelligenza artificiale.
Attenzione a non trasformare una previsione in un destino
I sistemi predittivi apprendono da dati raccolti nella realtà sanitaria. Ma quella realtà non è sempre ideale.
I pazienti non ricevono tutti le stesse opportunità di cura. I tempi di accesso cambiano, i percorsi sono differenti, le risorse disponibili variano tra territori e strutture.
Se queste differenze non vengono adeguatamente considerate, un modello potrebbe interpretare come limite del potenziale di recupero ciò che dipende, almeno in parte, da una presa in carico insufficiente o tardiva.
Il rischio è particolarmente delicato nella riabilitazione, dove prognosi funzionale, intensità degli interventi, continuità terapeutica e contesto personale sono strettamente collegati.
Una previsione statistica non dovrebbe mai diventare una sentenza sulle possibilità di recupero di una persona, né un criterio automatico per limitarne l’accesso alle cure.
L’intelligenza artificiale deve aiutarci a riconoscere meglio le potenzialità dei pazienti, non a considerare inevitabili le carenze del sistema.
Il PRI deve guidare la tecnologia, non il contrario
È proprio qui che emerge la specificità della Medicina Fisica e Riabilitativa.
La riabilitazione non coincide con la semplice erogazione di fisioterapia, pur essendone questa una componente fondamentale. È un processo clinico complesso che può richiedere fisioterapia, logopedia, terapia occupazionale e altri interventi integrati, a seconda delle condizioni e dei bisogni della persona.
La diagnosi, la prognosi funzionale, l’individuazione degli obiettivi, la scelta del setting e il Progetto Riabilitativo Individuale costituiscono il riferimento clinico attorno al quale organizzare questo processo.
Il fisiatra, nella responsabilità specialistica del progetto, e gli altri componenti dell’équipe, nelle rispettive competenze e autonomie professionali, devono poter utilizzare le nuove tecnologie per rendere gli interventi più appropriati, coordinati e verificabili.
Non dobbiamo adattare il paziente alle possibilità dell’algoritmo. Dobbiamo utilizzare l’algoritmo per rispondere meglio ai bisogni del paziente.
È una differenza sostanziale. E rappresenta uno dei principi sui quali, come Associazione Nazionale Fisiatri, riteniamo debba fondarsi l’evoluzione tecnologica della riabilitazione.
Il vero rischio è una riabilitazione a due velocità
Esiste poi un problema che non possiamo ignorare.
Chi potrà beneficiare delle nuove tecnologie?
Soltanto i pazienti assistiti nei centri più avanzati? Chi vive nelle grandi città? Chi dispone delle risorse economiche per accedere privatamente a determinati trattamenti?
Oppure riusciremo a mettere le innovazioni di comprovata utilità al servizio dell’intera rete riabilitativa, pubblica e privata accreditata?
La stessa legge 132/2025 sull’intelligenza artificiale richiama la non discriminazione nell’accesso alle prestazioni sanitarie e la valorizzazione di tecnologie capaci di migliorare autonomia, mobilità e partecipazione delle persone con disabilità.
Ma questi principi devono tradursi in scelte concrete.
Non basta introdurre nuove apparecchiature o software sempre più sofisticati. Occorre stabilire quali tecnologie producano benefici clinicamente significativi, formare adeguatamente i professionisti, garantirne un impiego appropriato e verificare i risultati ottenuti.
Soprattutto, occorre assicurare che il loro utilizzo non sostituisca gli investimenti necessari per rendere realmente accessibili i percorsi riabilitativi.
La sfida di ANF: dall’innovazione tecnologica al progresso delle cure
Come Associazione Nazionale Fisiatri riteniamo che l’intelligenza artificiale rappresenti una grande opportunità per il futuro della riabilitazione.
Ma crediamo anche che questa trasformazione debba essere accompagnata da una strategia nazionale capace di integrare innovazione, appropriatezza clinica e organizzazione dei servizi.
Servono strumenti scientificamente validati, criteri condivisi per il loro utilizzo, competenze professionali adeguate e sistemi di valutazione che misurino non soltanto le prestazioni effettuate, ma soprattutto i risultati funzionali e la qualità della vita delle persone.
Il PRI deve rimanere il riferimento che collega bisogni, decisioni cliniche, interventi ed esiti.
Le nuove tecnologie possono contribuire a renderlo sempre più personalizzato, dinamico e verificabile.
E questa sarebbe un’evoluzione importante non soltanto per la nostra disciplina, ma per l’intero Servizio Sanitario Nazionale.
Perché il futuro della riabilitazione non dipenderà soltanto da quanto diventeranno intelligenti le nostre tecnologie, ma da quanto sapremo utilizzare questa intelligenza per garantire cure migliori.
L’intelligenza artificiale potrà aiutarci a comprendere sempre meglio quanto una persona potrebbe recuperare, aprendo nuove prospettive per costruire percorsi riabilitativi più personalizzati, efficaci e capaci di adattarsi ai bisogni di ciascun paziente.
Ma la vera sfida del sistema sanitario sarà trasformare queste straordinarie potenzialità in concrete opportunità di recupero per tutti i cittadini.
Francesco Lavarra, Medico specialista in Medicina Fisica e Riabilitativa, Consigliere Direttivo Nazionale ANF, Associazione Nazionale Fisiatri – Aderente CIMO