Gentile Direttore,
da molti anni si discute del futuro della professione infermieristica che continua a sviluppare competenze sempre più avanzate verso un’autonomia pienamente riconosciuta. Ma c’è una domanda che rischiamo di lasciare sullo sfondo: in quali condizioni chiediamo agli infermieri di costruire questo futuro?
Chi lavora nei reparti, nell’emergenza, nei servizi territoriali, nelle strutture residenziali conosce bene la distanza tra l’organizzazione programmata e il quotidiano che realmente si affronta. Qui si interrompe la discussione sulla professione e si apre l’analisi sul lavoro dell’infermiere, fatto anche di sforzo fisico quotidiano, di turni notturni e recuperi insufficienti, di urgenze che si sovrappongono, mentre si devono assistere pazienti sempre più complessi, o assumere decisioni difficili sulla priorità dell’uno o dell’altro.
Lo vedo nel lavoro di tutti i giorni e lo ritrovo nei racconti degli infermieri con i quali mi confronto come presidente dell’Ordine delle Professioni infermieristiche di Firenze e Pistoia. Professionisti che non chiedono di essere sottratti alla fatica intrinseca di questa professione, ma che stentano sempre più a riconoscere un limite oltre il quale questa smette di essere sostenibile.
Non è un’impressione, le evidenze scientifiche restituiscono dati che vanno oltre la percezione individuale della fatica (nel linguaggio internazionale fatigue). Una meta-analisi del 2025 stima al 45,5% la prevalenza del disturbo da lavoro a turni. Altre revisioni mostrano che di notte le prestazioni cognitive e motorie peggiorano e che i turni oltre le 12 ore si associano a più fatigue. E in quelle ore gli infermieri calcolano terapie, interpretando parametri per riconoscere un deterioramento clinico. Una revisione di 85 studi che ha coinvolto quasi 290.000 infermieri associa il burnout a peggiori indicatori di sicurezza delle cure. Uno studio su oltre 63.000 ricoveri collega ogni paziente in più per infermiere a un maggior rischio di morte a trenta giorni. A questo si aggiunge il carico fisico: una revisione su infermieri cinesi riporta disturbi muscoloscheletrici nel 79% dei casi. L’Oms ha associato settimane da 55 ore o più a un aumento di cardiopatia ischemica e ictus. Il riconoscimento pubblico verso gli infermieri non è mancato ma non vi hanno fatto seguito condizioni di lavoro all’altezza delle responsabilità della professione.
È importante essere precisi anche nelle parole, se parliamo di usura professionale come effetto cumulativo delle condizioni di lavoro sulla salute, che non coincide automaticamente con le categorie previdenziali di lavoro “usurante” e “gravoso”, alle quali la legge attribuisce requisiti specifici. Ma questa distinzione giuridica non cancella il problema concreto, né può diventare un motivo per rinviarne ancora la soluzione. Anzi, ridurre tutto alla domanda su quando un infermiere possa andare in pensione significherebbe arrivare troppo tardi. Dovremmo chiederci come possa attraversare trenta o quarant’anni di attività senza vedere progressivamente compromesse la propria salute e la capacità di assistere gli altri.
C’è qui una contraddizione che riguarda il modo stesso in cui intendiamo la professione. Da una parte chiediamo agli infermieri giudizio clinico e capacità decisionali verso responsabilità crescenti. Dall’altra, consideriamo la loro resistenza fisica e psicologica una risorsa inesauribile.
Come possiamo discutere dei diritti professionali più avanzati se non garantiamo prima quelli fondamentali: riposo, tutela della salute, condizioni di sicurezza, carichi compatibili con un esercizio responsabile dell’assistenza?
Occorre ripensare l’organizzazione del lavoro, a partire dalla consapevolezza che il tempo necessario al recupero non è meno importante di quello dedicato all’assistenza e che il numero degli infermieri disponibili deve rispondere alla reale complessità dei bisogni, non solo alle esigenze di copertura dei servizi. Significa anche riconoscere che la salute fisica e psicologica di chi assiste merita una tutela concreta, destinata a evolvere con l’età e con gli anni di esercizio professionale. È fondamentale garantire le condizioni necessarie affinché l’esperienza accumulata negli anni continui a rappresentare una risorsa e la qualità delle cure non dipenda dalla capacità individuale di sopportare carichi di lavoro sempre maggiori.
Vorrei che da qui prendesse avvio una riflessione più ampia, capace di coinvolgere tutte le parti responsabili del diritto alla salute e anche i cittadini. Perché le condizioni nelle quali lavora un infermiere non riguardano soltanto la sua vita: interessano la qualità dell’assistenza che ciascuno di noi, prima o poi, potrà o dovrà ricevere.
Se vogliamo davvero immaginare gli infermieri di domani, dobbiamo cominciare a tutelare quelli di oggi, non chiedendo loro quanto ancora siano disposti a resistere, ma decidendo finalmente quali condizioni siamo disposti a garantire perché possano continuare a curare.
David Nucci
Presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Firenze e Pistoia