La difesa dello status quo e la crisi della medicina territoriale

La difesa dello status quo e la crisi della medicina territoriale

La difesa dello status quo e la crisi della medicina territoriale

Tra difesa dello status quo e crescenti disfunzioni, la medicina generale italiana rischia il collasso: serve una riforma che distingua autonomia clinica e gestionale, senza più rimandare.

Nel dibattito attuale sulla riforma della medicina territoriale, colpisce come una parte rilevante delle posizioni sindacali si configuri sempre più come una difesa dello status quo, piuttosto che come un contributo costruttivo al miglioramento del sistema. Una difesa che appare tanto più problematica quanto più quello stesso assetto organizzativo ha progressivamente perso la capacità di garantire risposte efficaci ai bisogni dei cittadini.

Il caso della medicina generale è, sotto questo profilo, emblematico. La narrazione di una “distruzione” operata dall’esterno rischia di essere parziale e autoassolutoria. Più correttamente, si dovrebbe parlare di una crisi maturata nel tempo anche per responsabilità interne al modello stesso. Il progressivo allontanamento dalle funzioni assistenziali fondamentali — accessibilità, continuità della presa in carico, relazione diretta medico-paziente — ha contribuito a svuotare il ruolo del medico di famiglia.

I dati disponibili confermano questa tendenza. Negli ultimi anni si è osservata una riduzione della disponibilità effettiva dei medici di medicina generale sul territorio, a fronte di un aumento del carico burocratico e amministrativo. Parallelamente, il numero medio di assistiti per medico è cresciuto, in molte aree superando stabilmente i 1.500 pazienti per professionista, con punte ancora più elevate nelle regioni in carenza. Questo squilibrio si traduce inevitabilmente in una riduzione del tempo clinico dedicato al singolo paziente.

A ciò si aggiunge un cambiamento organizzativo non formalizzato ma evidente: la progressiva sostituzione della visita diretta con modalità indirette di gestione (telefonica o telematica), spesso mediate da personale amministrativo. La delega alla segreteria per attività prescrittive e certificative, pur funzionale alla gestione dei volumi, introduce un elemento di disintermediazione clinica che incide sulla qualità percepita e reale dell’assistenza.

In questo contesto, l’insistenza sul tema della “riduzione dell’autonomia” appare in larga parte mal posta. Occorre distinguere con chiarezza tra autonomia professionale e autonomia gestionale. La prima è un principio imprescindibile e già pienamente garantito anche all’interno del lavoro dipendente, come dimostra l’esperienza dei medici ospedalieri, che operano con elevati margini decisionali clinici pur all’interno di un’organizzazione strutturata.

Diverso è il tema dell’autonomia gestionale degli studi, che non può essere elevata a valore assoluto senza una valutazione dei suoi effetti sistemici. In assenza di standard organizzativi omogenei, essa ha contribuito a una forte eterogeneità dell’offerta territoriale, con conseguenze dirette sull’equità di accesso. Rivendicarla in modo indiscriminato rischia di consolidare un modello ibrido, in cui la responsabilità pubblica si indebolisce a favore di una gestione frammentata e difficilmente governabile.

Gli effetti di queste criticità emergono con particolare evidenza nell’analisi dei flussi verso i pronto soccorso. Nel periodo successivo alla pandemia si è registrato un aumento significativo degli accessi, che in molte realtà ha superato il 25–30% rispetto ai livelli minimi registrati negli anni precedenti, con ulteriori picchi nei contesti più fragili. Ancora più rilevante è la composizione della domanda: la quota di accessi classificati come codici a bassa priorità (bianchi e verdi) supera stabilmente il 60% del totale.

Nel periodo successivo alla pandemia si è registrato un marcato incremento degli accessi rispetto ai livelli ridotti degli anni 2020–2021. Se il confronto con il periodo pre-pandemico restituisce in alcuni contesti valori complessivi non molto distanti, ciò che è profondamente cambiato è la composizione della domanda: la quota di accessi a bassa priorità (codici bianchi e verdi) supera stabilmente il 60% del totale.
Questo dato segnala non tanto un semplice aumento dei volumi, quanto una trasformazione della funzione del pronto soccorso, sempre più utilizzato come punto di accesso alternativo a una medicina territoriale percepita come poco accessibile.

 In buona sostanza, il problema non è che i pronto soccorso vedano molti più pazienti di prima: è che vedono sempre più pazienti che non dovrebbero esserci.”

 Alla luce di queste evidenze, il cosiddetto “doppio canale” non dovrebbe essere liquidato come una minaccia, ma considerato una possibile opzione di riorganizzazione. Una soluzione equilibrata potrebbe prevedere l’inserimento dei nuovi medici in un regime di dipendenza, accompagnato dalla possibilità di scelta per i professionisti già in servizio, consentendo una transizione graduale e sostenibile.

 Particolarmente debole appare, infine, l’argomento relativo al rischio di perdita del rapporto fiduciario tra medico e paziente. Più che un rischio futuro, si tratta di una condizione già in larga parte documentata. Oltre all’aumento degli accessi impropri ai pronto soccorso, diversi indicatori — tra cui la crescente mobilità sanitaria intra-regionale e il ricorso a prestazioni private per bisogni di base — suggeriscono una progressiva erosione della fiducia nel sistema territoriale.

In questo scenario, continuare a difendere l’esistente senza un’analisi critica delle sue evidenti disfunzioni rischia di compromettere ulteriormente la sostenibilità e la credibilità del Servizio sanitario. La sfida non è preservare modelli organizzativi ormai inadeguati, ma ricostruire un equilibrio tra autonomia professionale, responsabilità pubblica e qualità dell’assistenza.

Solo a partire da questa consapevolezza sarà possibile avviare una riforma reale, capace di restituire centralità alla medicina territoriale e, soprattutto, fiducia ai cittadini.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

28 Aprile 2026

© Riproduzione riservata

Il Sud si ammala due volte
Il Sud si ammala due volte

Il Sud si ammala due volte. La prima quando le condizioni economiche, sociali e ambientali compromettono la salute dei suoi abitanti. La seconda quando il bisogno di assistenza incontra servizi...

Morbillo. Italia prima in Ue per numero di casi e incidenza doppia rispetto alla media europea. Seconda dose vaccinale ferma all’83%
Morbillo. Italia prima in Ue per numero di casi e incidenza doppia rispetto alla media europea. Seconda dose vaccinale ferma all’83%

L'Italia si conferma il Paese europeo con il maggior numero di casi di morbillo notificati negli ultimi 12 mesi: 651, pari al 28% dei 2.325 complessivamente segnalati nei 30 Paesi...

Ci vorrebbe un’altra Tina Anselmi
Ci vorrebbe un’altra Tina Anselmi

La Corte dei conti presenta un risultato che dovrebbe scuotere la politica: circa 2,3 miliardi di disavanzo sanitario regionale nel 2025, prima delle coperture, quasi 800 milioni in più rispetto...

Biodifesa. Anche la salute è una questione di sicurezza nazionale. Ma l’Occidente non è pronto
Biodifesa. Anche la salute è una questione di sicurezza nazionale. Ma l’Occidente non è pronto

Mentre in Occidente i bilanci militari si gonfiano fino a toccare il record storico di 2.890 miliardi di dollari, la spesa per difenderci dalla minaccia più subdola - un agente...