La salute europea non può dipendere da Pechino

La salute europea non può dipendere da Pechino

La salute europea non può dipendere da Pechino

Per vent’anni i governi europe hanno comprato farmaci al prezzo più basso e hanno chiamato risparmio quello che era un debito. Il conto rischia di arrivare adesso.

Nella primavera del 2025 undici ministri della Salute europei misero nero su bianco un monito: la dipendenza dai medicinali cinesi è il punto debole della difesa europea. Purtroppo, almeno per il momento, l’avvertimento sembra sia rimasto archiviato, come tanti altri.

I numeri però sono lì. Secondo l’analisi dell’Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza, per 20 dei 56 principi attivi che le autorità tedesche considerano essenziali, la produzione mondiale è concentrata in Cina a tal punto che uno stop lascerebbe l’Europa senza alternative pronte. Ma il dato peggiore sta un gradino più sotto. Per la metformina, il farmaco più usato contro il diabete, circa un terzo delle forniture dipende da un’eventuale interruzione cinese già a livello di principio attivo. Se si risale alle sostanze chimiche con cui il principio attivo viene fabbricato, si supera l’80%. Stesso schema per antibiotici come l’amoxicillina e il cefpodoxime.

Per non parlare di chi parla di capacità produttiva nazionale. Si può comprare da fornitori non cinesi e dipendere dalla Cina lo stesso. La diversificazione, in questi casi, è una questione di etichetta.

Non si deve arrivare a immaginare una Pechino pronta a usare i farmaci come leva geopolitica. Il punto è che non serve. Basta che l’Europa non abbia un piano B perché una crisi diplomatica, un blocco logistico o una decisione politica diventino un’emergenza sanitaria. E per un antibiotico essenziale o una terapia continuativa, il tempo necessario a ricostruire una produzione alternativa non esiste.

Questa fragilità ce la siamo costruita da soli. I sistemi sanitari europei hanno eroso per anni i margini sui farmaci generici fino al punto fa far risultare non più conveniente la produzione in Europa. La Cina, nel frattempo, faceva l’esatto contrario: politica industriale mirata, impianti, economie di scala. Noi pensavamo di incassare un risparmio. Ora scopriamo che era un prestito, e a tasso variabile.

Riportare tutto in casa non è né realistico né sensato. Secondo lo studio, i principi attivi europei costano fino al 40% in più di quelli cinesi, e chi propone l’autonomia industriale senza dire chi paga la differenza non sta facendo politica, si limita a usare slogan. la politica dovrebbe tornare a svolgere il compito cui è chiamata decidendo quali beni non possano essere trattati come una merce qualunque. Un mercato in cui vince sempre chi offre il prezzo minimo e gli impianti chiudono, uno dopo l’altro, non produce sicurezza, produce monopoli.

Da dove si comincia? Da una cosa elementare che non abbiamo: sapere da dove arrivano davvero i nostri farmaci, dalle materie prime agli intermedi chimici. Poi serve capire quanto tempo ci vorrebbe a sostituire una fornitura interrotta e quali medicinali resterebbero scoperti. Poi bisogna cambiare le regole degli appalti pubblici, che oggi premiano soltanto il costo. Chi compra per conto degli ospedali dovrebbe valutare anche quante fonti ha il fornitore e quanto servirebbe per rimettere in piedi la produzione. Contratti pluriennali e impegni d’acquisto credibili sono l’unica cosa che convince un’azienda a investire in un impianto europeo. Con quelli il differenziale di costo si chiude.

Sugli alleati, la tentazione potrebbe essere quella di chiedere aiuto a Washington. Sarebbe un errore, e gli americani si stanno impegnando per renderlo tale. Ad aprile 2026 gli Stati Uniti hanno annunciato dazi fino al 100% sui farmaci brevettati e sui loro principi, con un tetto del 15% per i prodotti europei. I generici per ora sono esclusi, ma una revisione è attesa entro un anno. Se la revisione colpisse i generici, toccherebbe la parte più fragile dell’industria europea, poiché ogni fabbrica che chiude regala quote di mercato alla Cina. L’Europa ha un asso che gli Stati Uniti non hanno: in Austria c’è l’ultimo grande impianto occidentale integrato per la penicillina. Ha anche una posizione di forza nei farmaci biologici. Dovrebbe trattare da fornitore di sicurezza, non da questuante.

Cooperare sì, quindi: mappatura delle filiere, stress test comuni, una rete con India, Giappone, Corea del Sud, Svizzera e Regno Unito che coordini la domanda. Ma la regola dev’essere una sola: nessuna intesa che ci tolga il controllo su prezzi, appalti e regole sanitarie. Se domani il rapporto con Washington si incrinasse, l’Europa dovrebbe comunque riuscire a curare i suoi pazienti. Scambiare un padrone con un altro non è resilienza.

Intanto, nei negoziati con gli Stati Uniti, la priorità è blindare l’esenzione doganale per generici e biosimilari prima che arrivi la revisione degli accordi. Fissarla oggi, mentre i generici sono ancora esclusi dai dazi, non costa nulla. Se invece la revisione dovesse colpire anche i generici, l’Europa si troverebbe a negoziare da una posizione di debolezza, rischiando di pagare un prezzo molto più alto in termini di quote di mercato e capacità produttiva.

Giovanni Rodriquez

28 Ottobre 2026

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