Gentile Direttore,
secondo le elaborazioni del nuovo Rapporto Oised dell’Osservatorio sull’Impatto Socio-Economico delle Dipendenze (Oised), nato dall’iniziativa congiunta di Crea Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) e Cerco (Centro Studi e Ricerche Consumi e Dipendenze), il peso economico delle dipendenze è rilevante.
Il Rapporto stima costi diretti annui per 8,2 miliardi, dei quali 7,2 attribuibili alle dipendenze da stupefacenti e al policonsumo e un miliardo a quelle da alcol. Considerando anche i costi indiretti stimati e il valore del mercato delle sostanze illegali, l’aggregato economico complessivo arriverebbe a circa 25,2 miliardi, l’1,1% del Pil.
Aumentare, dunque, la capacità di intercettare e curare le dipendenze, non rappresenterebbe solo una risposta a un bisogno di salute, ma anche un possibile investimento per contenere conseguenze economiche e sociali molto più onerose.
Per l’Oised la sfida è duplice: colmare le carenze di personale dei servizi già esistenti (SerD- Servizio specialistico pubblico, territoriale, gratuito e ad accesso diretto) e utilizzare le Case della Comunità per costruire una nuova porta di accesso alla prevenzione, alla cura e al reinserimento, “perché il successo della riforma territoriale, anche nel campo delle dipendenze, dipenderà non solo dal numero di strutture realizzate, ma da quante persone riusciranno effettivamente a ricevere assistenza prima che le loro condizioni si aggravino”.
Pur non mirando all’esaustività – per altro umanamente improbabile -, nel Rapporto è stato individuato un modello applicabile a cinque principali profili di utenti potenzialmente assistibili nelle Case della Comunità (DM 77/2022), sia per problematiche legate alle sostanze sia per quelle legate all’alcol.
Tra questi, i giovani sotto i 25 anni con consumi problematici (non dipendenza patologica) accompagnati da segnali di disagio psicologico, depressione o ritiro sociale; gli studenti già intercettati dai servizi di ascolto scolastico o dai centri di aggregazione giovanile, per i quali potrebbero essere sufficienti percorsi di approfondimento e interventi educativi (o terapeutici) di durata limitata.
Un altro gruppo comprende i giovani sotto i 34 anni con episodi di consumo eccessivo di alcol, il binge drinking, o con utilizzo problematico di sostanze e psicofarmaci, anche su segnalazione del medico di famiglia.
Inoltre, persone con dipendenza già stabilizzata, “in un percorso di reinserimento lavorativo, abitativo o relazionale e quelle che hanno concluso il programma terapeutico, pur continuando a richiedere di controlli periodici per prevenire ricadute” – si ricorda la definizione dell’Oms a proposito della dipendenza come malattia cronica e ad andamento recidivante.
Secondo le intenzioni – da verificare se le migliori – non si tratterebbe “di sostituire i SerD, che rimarrebbero il riferimento specialistico per i casi più complessi”, ma di sviluppare una rete capace di intervenire prima, seguire le situazioni appropriate in prossimità e accompagnare le persone anche dopo la fase più intensa del trattamento.
Da qui, alcuni dubbi.
Se, escluse quattro regioni allineate agli organici previsti, per le restanti mancano nel SerD (Servizi per le Dipendenze) 1.976 professionisti, quasi la metà degli educatori professionali e oltre il 30% degli psicologi, perché non rimpinguare in termini di personale il Servizio, dirottando le assunzioni verso le Case della Comunità, rischiando di non corrispondere a quanto previsto dagli standard di riferimento né da una parte né dall’altra?
Si potrà obiettare che il SerD è una realtà stigmatizzata e stigmatizzante e, dunque, alcune persone -magari proprio i più giovani – fanno fatica ad accedervi, cedendo all’ineluttabilità solo dinanzi al precipitare nella cronicità della dipendenza patologica vera e propria. Ci si dovrebbe chiedere allora come mai dalla Legge 26 giugno 1990, n. 162 che li istituiva, i SerD a distanza di quasi 40 anni, sono ancora percepiti (trattati o addirittura del tutto ignorati, vedi dibattito pubblico e media) nella stessa maniera?
A quanto ammonta la percentuale di persone inviate al Ser.D. dagli operatori dell’Ufficio N.O.T. della Prefettura che si occupano di segnalazioni ex art.75 del Testo Unico Stupefacenti (DPR 309/90) che disciplina il possesso di sostanze stupefacenti destinate esclusivamente all’uso personale?
Negli ultimi vent’anni non si è mai andati oltre il 2% (dati della Presidenza del Consiglio dei Ministri, tramite il Dipartimento per le Politiche contro la droga e le altre dipendenze).
In estrema sintesi non è stato permesso ai giovani consumatori (minori e non) di ricevere informazioni scientifiche e di confrontarsi con personale del Servizio specialistico, nonostante presso tanti SerD negli anni siano stati pensati spazi e progetti specifici.
Chi ha stigmatizzato, dunque, i SerD, assistendo alla normalizzazione di tanto – fortunatamente non di tutto – tranne che dei SerD stessi, se non i rappresentanti (politici e non) del sempre più sfibrato (e sfibrante), polarizzato e sclerotizzato dibattito pubblico sulle droghe?
Alcune aree come “giovani, prevenzione, monitoraggio di persone già in un percorso di reinserimento lavorativo, abitativo o relazionale e quelle che hanno concluso il programma terapeutico” alle Case della Comunità, altri al vaglio delle Comunità Terapeutiche accreditate e contrattualizzate per possibili ingressi, i “casi più complessi” ai SerD.
Se si voleva combattere lo stigma nei confronti del Servizio per le Dipendenze – previsto nel nostro Paese, per legge ogni 80-100.000 abitanti-, lo stigma potrebbe risultare mai così ritemprato e in buona salute.
Se lo stigma lo si voleva evitare solo per i possibili cinque (o più) profili, lo stesso sarebbe ancora più discriminante per i non meglio definiti “casi complessi”.
Perché a proposito di carenze di personale, la figura del sociologo – si ricorda che il termine stigma si deve principalmente alla Sociologia che, per altro, ha suggerito in tanti preziosi scritti, come davvero la si combatte – , pur prevista dalla Legge 45/99 non è nemmeno contemplata, nonostante l’imprescindibilità della componente contesto-ambiente a proposito di consumo di sostanze (legali e illegali), ricerca e analisi epidemiologica, progettazione territoriale, sviluppo di interventi di prossimità, integrazione socio-sanitaria?
Tutti i Servizi specialistici possono – dovrebbero – essere migliorati, partendo proprio dagli organici, alcuni oltre a questo andrebbero anche normalizzati, senza unità collabenti o accessorie, ipoteticamente in grado di attrarre di più. Per alcuni di questi, la comunità dovrebbe sapere che esistono, visualizzarli all’interno del proprio territorio, contemplarli nella mappa delle risorse messe a disposizione dal Servizio Sanitario Nazionale. I Servizi danno risposte se sono messi nella condizione di farlo, se sono accoglienti e non respingenti, se sono percepiti come risorse reali e tangibili della e dalla comunità. Non sono identità instabili da riclassificare, rinominare, aggiornare e separare, per dirla alla maniera di Michel Houellebecq, da “un voile, un rempart de données” o dal denaro del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).
Anna Paola Lacatena