Gentile direttore,
negli ultimi anni le professioni sanitarie italiane hanno attraversato una trasformazione silenziosa ma profonda. Sono cambiate le competenze, si sono ampliati i confini della responsabilità, si sono moltiplicati gli ambiti in cui queste professioni incidono sulla qualità e sulla sicurezza delle cure. E mentre tutto questo accadeva, le istituzioni che dovrebbero rappresentarle e sostenerle sono rimaste ancorate a un modello pensato per un’altra stagione della sanità.
Questa distanza non è un tecnicismo. È una questione politica. Riguarda la capacità del Servizio sanitario nazionale di leggere il proprio tempo, di governare la complessità, di non lasciare indietro chi oggi è chiamato a sostenere la parte più delicata del sistema: la qualità dei processi, la sicurezza dei percorsi, la credibilità delle decisioni cliniche.
La legge 3/2018 ha rappresentato un passo importante, ma oggi mostra limiti evidenti. Ha creato Federazioni troppo ampie, Ordini che faticano a funzionare, organismi disciplinari non sempre operativi, rappresentanze che non riescono a esprimere pienamente la voce delle professioni.
La Federazione che riunisce 18 professioni è il simbolo di questa complessità. Tre aree professionali diverse, bisogni diversi, traiettorie diverse: un mosaico che nessuna leadership, per quanto competente, può governare senza sacrificare qualcosa.
Non è una questione di persone. È una questione di struttura. E quando la struttura non regge più, è la politica che deve intervenire.
I Tecnici Sanitari di Laboratorio Biomedico sono tra i protagonisti della sanità del futuro. Sono al centro della diagnostica, della qualità dei dati, della digitalizzazione, della medicina di laboratorio avanzata. Eppure, questa evoluzione non trova un luogo adeguato in cui tradursi in visione, identità, responsabilità.
Dentro una Federazione così ampia, la loro voce rischia di perdersi. E questo non riguarda solo i TSLB: riguarda tutte le professioni che stanno vivendo un salto di complessità e che hanno bisogno di spazi di elaborazione politica, non solo professionale.
La domanda che dobbiamo porci è semplice, ma decisiva: come può una professione che cambia essere governata da un modello che non cambia?
Rivedere la legge 3/2018 non significa dividere, frammentare, moltiplicare gli Ordini. Significa costruire un’architettura istituzionale capace di sostenere il futuro del SSN.
Significa riconoscere che:
- la rappresentanza non può essere diluita in organismi troppo eterogenei,
- la governance deve essere stabile, trasparente, operativa,
- le professioni devono poter contribuire al sistema con piena responsabilità.
Questa non è una rivendicazione corporativa. È una scelta politica. Una scelta che riguarda la qualità del sistema, la sua capacità di innovare, la sua credibilità agli occhi dei cittadini.
Le professioni sanitarie non chiedono corsie preferenziali. Chiedono coerenza tra ciò che fanno e ciò che il sistema permette loro di essere. Chiedono strumenti adeguati per esercitare responsabilità crescenti. Chiedono un modello di governance che riconosca la loro evoluzione e che permetta loro di contribuire davvero al futuro del SSN.
Il caso dei TSLB è un segnale chiaro, ma non è l’unico. È il sintomo di un sistema che deve decidere se restare ancorato al passato o accompagnare le professioni verso il futuro.
Perché la vera domanda, oggi, non è se le professioni siano pronte al cambiamento, ma se lo sono le istituzioni.
E questa, più che una riflessione tecnica, è una responsabilità politica.
Gruppo C.Actus TSLB