Tariffe della specialistica ambulatoriale, la montagna e il topolino

Tariffe della specialistica ambulatoriale, la montagna e il topolino

Tariffe della specialistica ambulatoriale, la montagna e il topolino

Gentile direttore, "Parturient montes, nascetur ridiculus mus": "I monti avranno le doglie del parto, nascerà un ridicolo topo". Potrebbe essere questa massima, tratta dal poeta latino Orazio, il titolo più appropriato per la recente proposta di decreto del Ministero della Salute relativa all'aggiornamento delle tariffe di remunerazione delle prestazioni di specialistica ambulatoriale.

Gentile direttore,

“Parturient montes, nascetur ridiculus mus“: “I monti avranno le doglie del parto, nascerà un ridicolo topo“. Potrebbe essere questa massima, tratta dal poeta latino Orazio, il titolo più appropriato per la recente proposta di decreto del Ministero della Salute relativa all’aggiornamento delle tariffe di remunerazione delle prestazioni di specialistica ambulatoriale.
È, infatti, sorprendente che, dopo le numerose censure mosse dal TAR del Lazio al precedente tariffario, si possa riproporre un nuovo provvedimento che, nella sostanza, non modifica gli elementi fondamentali del sistema precedente.


Il Tribunale amministrativo aveva evidenziato un difetto di istruttoria nella corretta rilevazione dei costi di produzione, nonché nella scelta delle strutture presso le quali tali costi erano stati rilevati, risultate non coerenti con quelle indicate dallo stesso Ministero in altri provvedimenti.
In altri termini, il Ministero aveva finito per contraddire se stesso, individuando strutture, prevalentemente a gestione pubblica, che, grazie agli elevati volumi di prestazioni erogate, potevano beneficiare di economie di scala – peraltro in larga parte teoriche – che la maggioranza degli altri erogatori, pubblici o accreditati, non era nelle condizioni di realizzare, avendo capacità produttive sensibilmente inferiori.
Proprio per correggere tali criticità fu istituita una commissione con il compito di rivedere i criteri di rilevazione dei costi e di elaborare un metodo statisticamente attendibile e maggiormente aderente alla realtà del sistema sanitario.


Dal momento delle censure formulate dal giudice amministrativo è trascorso un tempo sufficiente per realizzare un’istruttoria approfondita e giungere, per quanto possibile e compatibilmente con le risorse disponibili, alla definizione di un nomenclatore tariffario coerente con i requisiti di qualità richiesti dal Servizio sanitario nazionale: efficienza delle strutture ed efficacia delle prestazioni.
Eppure si è scelto di riproporre un simulacro di aggiornamento che, di fatto, aggiorna ben poco e che, soprattutto, ha evitato accuratamente di modificare i criteri di rilevazione dei costi attraverso un campione di strutture di diversa dimensione e capacità operativa realmente rappresentativo del sistema esistente.


Nella sua opera fondamentale di filosofia del diritto, Hegel definisce lo Stato come la sintesi dell’eticità, il momento in cui libertà individuale e interesse pubblico trovano la loro massima armonizzazione. Concetti forse desueti, se non sconosciuti, all’attuale ceto politico che legifera nel cosiddetto Belpaese, così come appare lontana l’idea hegeliana secondo cui “ciò che è reale è anche razionale“, vale a dire che ogni fenomeno trova fondamento in un proprio presupposto.


Nel caso della sanità italiana, il presupposto sembra essere un orientamento ideologico favorevole alla natura pubblica del servizio sanitario, spesso confusa con la gestione esclusivamente statale dello stesso.
Un pregiudizio che finisce per penalizzare quanti operano al di fuori del perimetro pubblico, senza però affrontare il nodo del rapporto tra costi e benefici, dei debiti accumulati annualmente e ripianati dallo Stato, delle interminabili liste d’attesa e dei disservizi che gravano sugli utenti, spesso costretti a sostenere privatamente il costo delle prestazioni specialistiche di cui necessitano.
Questa volta, tuttavia, tariffe incongrue e sostanzialmente inadeguate rischiano di colpire anche il comparto pubblico che eroga le medesime prestazioni.


Ne consegue che, nonostante il continuo incremento del Fondo sanitario nazionale per diversi miliardi di euro, non si riesca a individuare il livello minimo di risorse necessarie per un settore che contribuisce alla formulazione di circa l’80% dei quesiti diagnostici.
La questione più grave, però, non riguarda soltanto l’inadeguatezza delle tariffe, ma soprattutto il metodo con cui vengono determinate. Il mondo sanitario è profondamente cambiato: le apparecchiature diagnostiche richiedono frequenti aggiornamenti tecnologici, mentre il personale necessita di formazione continua e qualificazione per restare al passo con le nuove acquisizioni scientifiche.
Come tutto questo possa essere garantito senza una remunerazione adeguata resta un interrogativo ancora irrisolto nei meandri del Ministero della Salute e nelle logiche burocratiche che ne guidano le scelte.


È convinzione di alcuni che ridurre le tariffe fino all’osso significhi tutelare gli interessi dello Stato. È una convinzione errata: le conseguenze saranno inevitabilmente nuovi disavanzi da ripianare nelle strutture pubbliche e, soprattutto, il rischio di acquistare prestazioni sanitarie di qualità inferiore.
Dimenticando, forse, che anche chi oggi assume decisioni così penalizzanti è, come ogni cittadino, egli stesso un utente di quel Servizio sanitario nazionale che dovrebbe essere messo nelle condizioni di garantire efficienza ed efficacia, non relegato ai margini di un sistema nel quale vale il famoso “Io speriamo che me la cavo“.

Sen. Dott. Vincenzo D’Anna

Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB)

24 Luglio 2026

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