Tumori di vescica e prostata. Nuove terapie prima della chirurgia: raddoppia la sopravvivenza

Tumori di vescica e prostata. Nuove terapie prima della chirurgia: raddoppia la sopravvivenza

Tumori di vescica e prostata. Nuove terapie prima della chirurgia: raddoppia la sopravvivenza

Due studi internazionali presentati all’ESMO mostrano i benefici dei trattamenti farmacologici associati alla chirurgia nei tumori urologici. Nello studio VOLGA, la combinazione di enfortumab vedotin e durvalumab migliora la sopravvivenza nel carcinoma della vescica muscolo-invasivo. Nello studio PROTEUS, la terapia ormonale intensificata riduce il rischio di progressione metastatica nel tumore della prostata ad alto rischio. L’IRCCS Regina Elena di Roma tra i protagonisti di entrambe le ricerche.

Nel tumore della vescica muscolo-invasivo la sopravvivenza libera da recidiva e quella globale risultano quasi raddoppiate grazie a una combinazione farmacologica somministrata prima dell’intervento chirurgico, mentre nel carcinoma della prostata ad alto rischio una terapia ormonale intensificata, effettuata prima e dopo l’operazione, può dimezzare il rischio di evoluzione metastatica della malattia. Sono i risultati, comunicati dall’IRCCS Regina Elena di Roma, di due studi internazionali presentati al Congresso ESMO e pubblicati rispettivamente sul New England Journal of Medicine e su European Urology. Due ricerche che rafforzano il ruolo dei trattamenti sistemici integrati alla chirurgia nella gestione dei tumori urologici.

A entrambi gli studi, VOLGA e PROTEUS, ha partecipato l’Urologia dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, diretta da Giuseppe Simone, coautore dei due lavori. Secondo quanto comunicato dall’Istituto, il centro romano ha registrato il maggior numero di pazienti arruolati in entrambe le sperimentazioni, contribuendo alla valutazione di strategie terapeutiche che prevedono di affiancare all’intervento chirurgico trattamenti farmacologici mirati. L’obiettivo è migliorare il controllo della malattia, ridurre il rischio di recidive e metastasi e individuare percorsi terapeutici sempre più efficaci e sostenibili in termini di tossicità.

VOLGA: nella vescica la combinazione di enfortumab vedotin e durvalumab migliora la sopravvivenza

Lo studio VOLGA, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha coinvolto quasi 700 pazienti con carcinoma della vescica muscolo-invasivo candidati all’intervento chirurgico. La sperimentazione ha valutato una strategia che prevede la somministrazione, prima dell’operazione, di enfortumab vedotin, un anticorpo farmaco-coniugato di nuova generazione, associato all’immunoterapico durvalumab. Dopo l’intervento, il trattamento prosegue con il solo durvalumab, secondo uno schema che integra la terapia farmacologica nelle diverse fasi del percorso chirurgico.

Secondo i risultati riportati dall’Istituto, questa combinazione determina un miglioramento della sopravvivenza libera da recidiva e della sopravvivenza globale, descritto come un beneficio prossimo al raddoppio rispetto al trattamento di confronto. Lo studio ha inoltre evidenziato che intensificare ulteriormente la terapia non comporta necessariamente un vantaggio clinico: l’aggiunta di un terzo farmaco immunoterapico, tremelimumab, non ha infatti prodotto benefici aggiuntivi. Un altro elemento rilevante riguarda la tollerabilità del trattamento, poiché limitare la somministrazione di enfortumab vedotin alla fase preoperatoria ha consentito di contenere la tossicità complessiva del percorso terapeutico.

PROTEUS: nel tumore della prostata ad alto rischio si riduce la progressione metastatica

Risultati significativi arrivano anche dallo studio PROTEUS, pubblicato su European Urology, che ha valutato l’impiego della terapia ormonale intensificata nei pazienti con carcinoma prostatico ad alto rischio candidati alla chirurgia. La ricerca ha confrontato una strategia basata sull’intervento chirurgico senza intensificazione ormonale con un percorso che prevede l’associazione tra analoghi dell’LHRH, utilizzati nell’ormonoterapia, e un inibitore del recettore degli androgeni. Si tratta di una combinazione farmacologica già utilizzata nel trattamento della malattia metastatica, studiata in questo caso a supporto della chirurgia.

Il trattamento intensificato è stato somministrato per sei mesi prima dell’intervento e per altri sei mesi dopo l’operazione. Secondo i nuovi dati presentati all’ESMO, questa strategia può ridurre fino alla metà il rischio di evoluzione metastatica della malattia, offrendo una prospettiva terapeutica diversa per i pazienti con tumore prostatico ad alto rischio. Il risultato sostiene l’importanza di valutare il momento dell’intervento all’interno di un percorso multidisciplinare, nel quale il trattamento farmacologico può contribuire a migliorare il controllo della malattia anche oltre la chirurgia.

Simone: “La terapia medica deve supportare la chirurgia”

“VOLGA è un passo verso l’ottimizzazione del trattamento, con la massima attenzione alla riduzione del profilo di tossicità”, commenta Giuseppe Simone, direttore dell’Urologia dell’IRCCS Regina Elena. “PROTEUS è il primo studio a introdurre il trattamento medico a supporto della chirurgia del carcinoma prostatico. È un ulteriore passo verso la necessaria multidisciplinarietà che merita ogni nostro paziente”. Secondo Simone, i due lavori confermano l’importanza di superare una visione della chirurgia come intervento isolato, inserendola in una strategia di cura che coinvolga competenze urologiche e oncologiche.

“Essere tra i centri che hanno contribuito di più a due studi internazionali di questo rilievo conferma la vocazione del Regina Elena come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico”, sottolinea Giovanni Blandino, direttore scientifico dell’IRCCS Regina Elena. “Partecipare alla ricerca clinica significa offrire ai nostri pazienti un accesso tempestivo alle terapie più innovative e contribuire, insieme alla rete internazionale, a definire i percorsi di cura di domani”.

A evidenziare il valore della partecipazione dell’Istituto alle due sperimentazioni è anche Livio De Angelis, direttore generale degli IFO. “Questi risultati dimostrano che una struttura pubblica può essere protagonista della ricerca internazionale, non spettatrice”, afferma. “Quando i nostri professionisti sono tra i primi al mondo ad arruolare pazienti negli studi che cambiano la pratica clinica, significa che i cittadini che si rivolgono al Regina Elena ricevono oggi le cure che altrove arriveranno domani. È su questo modello, che unisce chirurgia, oncologia medica e ricerca, che continueremo a investire”.

27 Ottobre 2026

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