Verso un modello di oncologia territoriale: evoluzione dei bisogni e nuove opportunità assistenziali

Verso un modello di oncologia territoriale: evoluzione dei bisogni e nuove opportunità assistenziali

Verso un modello di oncologia territoriale: evoluzione dei bisogni e nuove opportunità assistenziali

Gentile Direttore, secondo il Rapporto Airtum-Aiom I numeri del cancro in Italia 2025, il trend dell’incidenza dei tumori appare sostanzialmente stabile negli ultimi anni, con una lieve tendenza alla riduzione. Le nuove diagnosi si attestano intorno a 390.000-400.000 casi l’anno. Diverso è il quadro relativo alla prevalenza, che risulta in costante aumento. 

 

Gentile Direttore, secondo il Rapporto Airtum-Aiom I numeri del cancro in Italia 2025, il trend dell’incidenza dei tumori appare sostanzialmente stabile negli ultimi anni, con una lieve tendenza alla riduzione. Le nuove diagnosi si attestano intorno a 390.000-400.000 casi l’anno. Diverso è il quadro relativo alla prevalenza, che risulta in costante aumento. Questo fenomeno è riconducibile ai progressi della prevenzione primaria e secondaria, all’introduzione di nuove molecole e strategie terapeutiche, nonché ai miglioramenti ottenuti grazie alla chirurgia, alla radioterapia e alla medicina nucleare. Attualmente, circa 3,7 milioni di italiani vivono dopo una diagnosi di tumore, pari a circa il 6,2% della popolazione.

Questo scenario si inserisce nel contesto della cosiddetta terza transizione epidemiologica, ovvero di una fase evolutiva dei bisogni di salute nella quale, dopo il passaggio dalle malattie infettive alle patologie cronico-degenerative, il progressivo invecchiamento della popolazione, l’aumento della sopravvivenza e la crescente complessità delle patologie stanno modificando profondamente il quadro sociale e sanitario. Ne deriva la necessità di ripensare e ridisegnare il modello assistenziale, superando una concezione esclusivamente ospedalocentrica e sviluppando percorsi di cura più integrati e prossimi al domicilio del paziente. A questa evoluzione contribuiscono anche importanti cambiamenti nel campo della terapia oncologica. L’introduzione dei farmaci a bersaglio molecolare e delle terapie innovative ha consentito, in molti casi, di migliorare l’indice terapeutico, riducendo il rischio di effetti collaterali immediati e acuti rispetto ai trattamenti tradizionali. In particolare gran parte delle terapie sono orali e sottocute (30-50%) e tale condizione consente una maggiore facilità di gestione. Parallelamente, una quota crescente di trattamenti è passata dalla somministrazione esclusivamente endovenosa a modalità di somministrazione orale o sottocutanea, rendendo le terapie maggiormente gestibili al di fuori dell’ospedale e aprendo nuove possibilità organizzative.

Sul piano istituzionale, la presenza delle Case della Comunità, previste dalla riforma dell’assistenza territoriale e disciplinate a livello nazionale dal DM 23 maggio 2022, n. 77, rappresenta un’importante opportunità per costruire un modello di assistenza più vicino al cittadino. Le Case della Comunità possono quindi rappresentare un punto di integrazione tra assistenza territoriale e ospedale, consentendo di garantire continuità assistenziale, presa in carico e condivisione delle informazioni cliniche. Anche sul piano sociale si è assistito a un significativo cambiamento culturale e normativo. La Legge 7 dicembre 2023, n. 193, in materia di oblio oncologico, ha introdotto misure finalizzate a evitare che una precedente patologia oncologica continui a determinare discriminazioni nella vita sociale, lavorativa ed economica della persona che ha superato la malattia, con particolare riferimento, tra gli altri, all’accesso ai servizi bancari, assicurativi e finanziari.

La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente accelerato la riflessione sulla decentralizzazione delle cure oncologiche, evidenziando la necessità di garantire la continuità assistenziale anche al di fuori dell’ospedale e di rafforzare i modelli organizzativi basati sulle reti e sull’integrazione tra ospedale e territorio.

È in questo quadro che si inserisce l’urgenza di sviluppare modelli di oncologia territoriale caratterizzati da cure decentrate, sicure, integrate e in continuità con l’ospedale, con una particolare attenzione non soltanto agli aspetti clinici, ma anche alle condizioni sociali e assistenziali del paziente. 

Si segnala come elemento rilevante il fatto che l’integrazione con il territorio consentirebbe percorsi su misura (taylored) sui pazienti perchè ovviamente diverse sono le esigenza di un/a paziente in età giovanile rispetto alla età geriatrica. A titolo esemplificativo nel giovane è necessario non solo curare il tumore ma valutare anche la sfera riproduttiva e garantire un pieno reinserimento sociale  a prtire dall’accesso agli studi ed alla scuola, mentre nell’anziano il processo assistenziale potrebbe focalizzarsi sulla compliance, sulle comorbidità (presenti nel 30-40% degli over 65 anni),  sull’ambiente di vita e la logistica e sulla presenza/assenza del caregiver. Le condizioni tecnologiche e organizzative attuali consentono già di sviluppare concretamente questi modelli, attraverso l’impiego di strumenti informatici, sistemi di telemedicina e piattaforme per la condivisione delle informazioni cliniche e sociali, garantendo un collegamento costante tra i diversi professionisti coinvolti nel percorso di cura.

Tuttavia, nonostante le evidenze e le opportunità disponibili, permane una significativa resistenza al cambiamento, legata a barriere culturali, organizzative e professionali e, più in generale, alla difficoltà di innovare modelli assistenziali consolidati. Le criticità riguardano diversi attori del sistema. I medici del territorio possono incontrare difficoltà nella gestione di molecole innovative, caratterizzate da continui cambiamenti e dalla necessità di un aggiornamento professionale costante. Parallelamente, gli oncologi ospedalieri possono incontrare difficoltà nel trasferire parte della gestione del paziente al territorio, mentre i farmacisti potrebbero svolgere un ruolo più attivo nell’organizzazione della distribuzione dei farmaci, favorendo modelli di consegna territoriale e il trasferimento delle informazioni relative al piano terapeutico.

In questa prospettiva è utile guardare anche alle esperienze internazionali. I modelli di Community Based Oncology sviluppati, tra gli altri, nel Regno Unito e in Canada mostrano come sia possibile integrare maggiormente la rete oncologica territoriale con quella ospedaliera. Nel Regno Unito, ad esempio, sono presenti modelli nei quali personale infermieristico adeguatamente formato contribuisce alla gestione e alla somministrazione delle terapie oncologiche sul territorio, come nel caso delle McMillan Nurses. Queste esperienze dimostrano che il trasferimento delle cure oncologiche sul territorio è possibile, ma richiede una reale evoluzione culturale dell’intero sistema. Non sarebbe infatti efficace limitarsi a trasferire fisicamente parte dell’équipe ospedaliera all’interno delle Case della Comunità o delle strutture territoriali. Un modello di questo tipo rischierebbe di non produrre vere economie di scala e, soprattutto, di mantenere la gestione del paziente prevalentemente nelle mani dell’oncologo. L’obiettivo dovrebbe essere invece quello di trasferire sul territorio il percorso assistenziale e non semplicemente cambiare il luogo in cui viene erogata la prestazione.

Il modello di oncologia territoriale deve fondarsi sulla valorizzazione delle competenze delle professioni sanitarie (infermiere, farmacista, dietista, fisioterapisti assistente sociale, ecc.) superando l’organizzazione centrata sulla prestazione medica. In questo modello le professioni sanitarie con particolare riferimento all’infermiere possono contribuire a garantire continuità assistenziale e cure di qualità. Infatti l’integrazione tra l’infermiere oncologico ospedaliero e l’Infermiere di Famiglia o Comunità o analoghe figure ponte possono rappresentare uno degli elementi qualificanti della rete attraverso  l’utilizzo di una cartella clinica comune, di protocolli condivisi, di strumenti informativi e percorsi formativi comuni. Si configura pertanto non una semplice decentralizzazione dell’attività oncologica, ma una rete oncologica di prossimità a regia specialistica, nella quale il Cancer Center e il territorio di riferimento condividono una cultura oncologica per gradi di complessità. La stratificazione dei pazienti per complessità clinica, assistenziale e sociale rappresenta il presupposto per individuare il setting più appropriato. Il percorso deve essere dinamico e reversibile: il paziente può essere seguito nel setting territoriale o domiciliare nelle fasi di stabilità, mantenendo la possibilità di un rapido ritorno al Cancer Center in presenza di tossicità, variazioni delle condizioni cliniche o necessità di rivalutazione specialistica. Altro elemento che aggiungerebbe valore a tale modello è la possibilità di sviluppare la ricerca sul territorio attraverso la condivisione delle informazioni cliniche, l’utilizzo di test genetici NGS (Next Generation Sequencing) e sviluppando modelli ed indicatori di patient reported outcome, cosa che in un Paese a Sanità pubblica andrebbe considerata obbligatoria.

In questa prospettiva, la prossimità non rappresenta soltanto una modalità per ridurre gli accessi ospedalieri, ma diventa un modello multidisciplinare nel quale l’oncologo mantiene la responsabilità clinica delle decisioni più complesse, mentre la gestione ordinaria e la presa in carico del paziente sono progressivamente condivise con medici di medicina generale, specialisti territoriali, infermieri, farmacisti e altre professionalità sanitarie e sociali. L’oncologia territoriale non deve quindi essere interpretata come una semplice “delocalizzazione” dell’attività ospedaliera, ma come un nuovo modello organizzativo fondato sull’integrazione tra ospedale e territorio, sulla prossimità delle cure, sulla continuità assistenziale e sulla centralità della persona. La vera innovazione consiste nel passare da un modello centrato sulla singola prestazione a un modello centrato sul percorso del paziente, nel quale ospedale e territorio condividano responsabilità, informazioni, competenze e obiettivi di cura.

Maria Teresa Montella Direttore Generale Istituto Nazionale Tumori

Alberto Zoli Direttore Generale Niguarda

Mattia Altini Direttore Generale AUSL Modena

Silvia Pazzaglia Direttore Professioni Sanitarie Istituto Nazionale Tumori

Alessandro Venturi Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo – Pavia

31 Agosto 2026

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