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A medicina senza il test. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato. Anaao Giovani: “Rischio abusi. Nuove norme su accesso estero”

E' inevitabile che questa sentenza apra le porte a possibili tentativi di elusione. E ciò in un quadro dove solo un aspirante medico su tre "ce la fa". Un motivo in più per cambiare subito le norme sui trasferimenti dall'estero. Ma anche l'occasione per rivedere la formazione post-laurea, con un unico canale di formazione, misto, tra Università e SSN

03 FEB - Abbiamo appreso con non poco stupore la notizia della sentenza del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso dell'Università di Messina ed ha accolto favorevolmente la richiesta di trasferimento di due studenti italiani iscritti al primo anno dell’Università di medicina di Timisoara in Romania, consentendone l'iscrizione al secondo anno del corso di laurea in Medicina all'Ateneo di Messina.
 
Come illustrato in esteso nella sentenza e sintetizzato nell'articolo di Quotidiano Sanità, i giudici riuniti in Adunanza Plenaria, pur considerando "la non equipollenza delle competenze e degli standards formativi richiesti per l’accesso all’istruzione universitaria nazionale", alla fine hanno dato ragion ai due studenti valorizzando l' "apicale principio di libertà di circolazione e soggiorno negli stati comunitari (art. 21 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea)".
 

Leggendo in dettaglio la sentenza, in passato il Consiglio di Stato si era espresso in maniera opposta "ribadendo più volte (in ultimo, SEZ, VI, 22 aprile 2014, n. 2028  e 30 maggio 2014, n. 2829) che è legittima l'esclusione da un qualsiasi anno di corso degli studenti di università estere che non superino la prova selettiva di primo accesso, eludendo con corsi di studio avviati all'estero la normativa nazionale".
 
Dal punto di vista operativo, facendo riferimento alla mancanza di disposizioni di legge di univoca interpretazione, il Consiglio di Stato fa una distinzione tra "ammissione" e "immatricolazione" e affida agli Atenei la responsabilità di vigilare contro i possibili tentativi di elusione, attraverso due strade complementari: da una parte, “un rigido e serio controllo sul percorso formativo compiuto dallo studente che chiede il trasferimento”, dall'altra, la valutazione del "limite dei posti disponibili per il trasferimento (NdR nella coorte di appartenenza), da stabilirsi in via preventiva per ogni anno accademico e per ciascun anno di corso dalle singole Università".
 
Quindi possiamo dire di trovarci di fronte ad una carenza legislativa in materia di disciplina dei trasferimenti da Università della Comunità Europea, in particolare per quanto riguarda Facoltà a numero chiuso, e con una possibile soggettività di interpretazione diversa da Ateneo ad Ateneo senza "badare" alle conseguenze lavorative per i giovani medici.
 
Ma quale scenario surreale potrebbe determinare un'interpretazione "opportunistica" di questa sentenza? E' così fantascientifico immaginare un "porta a porta" per tutti gli Atenei da parte di uno studente immatricolato all'estero che intende tornare in Italia fino a che non trova una valutazione positiva della sua carriera in barba a chi ha fatto un concorso? Vi sarà un comportamento imparziale da parte degli Atenei chiamati a fare le valutazioni, a fronte di una riduzione dei fondi destinati agli atenei e alla necessità di un numero sempre crescente di iscrizioni?
 
E' inevitabile che questa sentenza apra le porte a possibili tentativi di elusione da parte di aspiranti camici bianchi che non hanno superato il test di ammissione a Medicina in Italia, iscrivendosi a Facoltà estere e rientrando poi in Italia dal secondo anno in poi. 
Quest'ipotesi appare tanto più illogica quanto più si ricordano i numeri sull'attuale formazione medica che dipinge a tinte scure lo scenario nazionale.
 
Secondo i dati del Miur, nel 2014/2015, 63.000 studenti si sono presentati per sostenere le prove di accesso a Medicina contro un totale di 10.000 posti disponibili. Se si sommano le iscrizioni in sovrannumero (almeno 5.000 tra il 2013 e 2014) dei sempre più numerosi ricorsi al TAR, il numero di laureati arriverà entro il 2020 a circa 15.000 verso 5.504 contratti di specialità (dato al 2013/14).
 
Questa discrepanza di "uno su tre ce la fa", crea un imbuto che si autorifornisce di anno in anno e va ad alimentare il mondo del precariato. 
E' giusto prevedere a priori la garanzia di un percorso formativo "standard" solo per 1/3 dei laureati? Ha senso creare dei disoccupati dopo un percorso formativo universitario di 6 anni e oltre?
 
Sulla base di queste considerazioni, Anaao Giovani chiede con urgenza che vengano ridefinite le norme che regolamentano i trasferimenti da facoltà estere intervenendo con misure atte a bloccare possibili tentativi di elusione del numero chiuso e garantendo invece la tutela di chi, per ragioni familiari o personali, si trova obbligato a trasferire il proprio percorso di studi all'estero oppure a rientrare in Italia.
Inoltre, ribadiamo la necessità di rivedere la formazione post-laurea, prevedendo un unico canale di formazione, misto, tra Università e SSN maggiormente qualificante verso un rapido ingresso al mondo del lavoro.
 
 
Claudia Pozzi
Responsabile Macro Regione Centro Settore Anaao Giovani
 
Domenico Montemurro
Responsabile Nazionale Settore Anaao Giovani

03 febbraio 2015
© Riproduzione riservata


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