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Conte (Fnomceo): “I medici devono essere parte attiva delle scelte decisionali di salute e non semplici esecutori di prestazioni"

di Luigi Conte

Il segretario generale della Federazione interviene nel dibattito su professione medica e professioni sanitarie: “La professionalità non si misura sulla base di un singolo atto tecnico ma su una base culturale generale esclusiva che porta ad una leadership funzionale e gestionale”. “Intollerabile che i decisori politici procedano per colpi di mano (vedi comma 566) per assecondare politiche professionali clientelari”

09 GIU - È un po’ di tempo che cerco di resistere all’impulso di partecipare alle dotte, erudite ed eccellenti dissertazioni su temi rilevanti ed emergenti della professione medica e delle professioni sanitarie perché non mi ritengo né dotto e né erudito. Ma il titolo del recente intervento di Roberto Polillo, Il comma 566 non è questione di sofismi, in risposta ad un precedente intervento del giurista Luca Benci, mi ha indotto a vincere la ritrosia per manifestare tutta la mia condivisione al richiamo di Polillo.

Riprendendo un concetto dell’avvocato Benci , sembra capire che egli ritenga che  il legislatore con il comma 566 abbia voluto finalmente riconoscere la qualità del  magistero dei medici elevandoli verso mansioni “alte” e liberandoli, attraverso il dimagramento delle attività esclusive, da una serie di attività che invece li spingevano verso il “basso”.


Partendo da questa considerazione di Luca Benci, Roberto Polillo  argomenta: “In questioni che riguardano le attività esclusive di una qualsiasi professione ognuno che non sia animato da spirito di parte (e tale mi ritengo io) sa benissimo che ogni modifica del profilo (termine sicuramente improprio per i medici) non è mai neutrale ma sposta l’equilibrio verso le professioni più vicine. (…) Al ministero della salute ci sono faldoni interi di ricorsi al TAR e Consiglio di Stato avviati dai diversi profili professionali (forse nessuno escluso) per difendere aspetti anche marginalissimi e senza rilievo delle proprie attività, ma Benci si stupisce che i medici possano obiettare se qualcuno vuole sottrarre loro con un taglio orizzontale l’insieme di quelle attività definite oltretutto con termine, questo sì che non “ha diritto di cittadinanza”, “non alte“ o “basse” come si preferisce. (…) I sofisti sono passati alla storia per riuscire a sostenere con la stessa coerenza logica una tesi e il suo contrario e uno dei dialoghi più belli e complessi di Platone è proprio Il sofista; ma qui non stiamo parlando di dialettica in senso astratto ma di cose concrete come a chi compete rendere effettivamente esigibile un diritto costituzionalmente garantito come quello della salute.”

Ecco il passaggio che condivido e che dovrebbe spingerci a serie riflessioni sull’esercizio pratico della tutela della salute al di là di cortine fumogene che ci fanno perdere i contorni definiti dei problemi che sono sul tappeto. Ed allora diventa legittimo chiedersi e chiedere: la Professione Medica è “accerchiata”?

Sono in molti che oggigiorno avvertono la necessità di un nuovo professionalismo medico, e noi con essi. Oramai la posta in gioco non è soltanto la secolare relazione individuale medico-paziente ma quel contratto sociale tra medicina e società che fu stipulato alla fine del XIX secolo e attuato durante il XX secolo. Esso fornì una soluzione ai problemi di salute della società industriale, con straordinari risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Fu un contratto tra la professione medica e la classe dominante, in cui la prima promise ed assicurò salute in cambio del riconoscimento di un importante ruolo sociale. Oggi la società post-industriale o post-moderna ha ancora un forte bisogno della professione medica per la sua salute, ma reclama nuove condizioni. Si è passati da un processo che “riduceva” il malato alla malattia, la malattia all’organo malato e il processo di cura alla riparazione dell’organo malato, ad una medicina soggettiva. E i cambiamenti sociali tendono ad invertire il processo, recuperando la soggettività della persona malata e creando una medicina che tenga conto della vita del malato e non soltanto del suo corpo. Questo nuovo paradigma tende ad alimentare un’espansione dell’area della responsabilità medica includendovi l’intera personalità e la vita psico-sociale dei pazienti, come ampiamente condiviso e dimostrato nelle sentenze dalla magistratura. Il professionalismo tradizionale era fondato sul concetto di “giurisdizione” professionale” (Abbott 1988), ossia sulla capacità di ogni singola professione di ritagliarsi una sfera di competenze esclusive su cui rivendicare il monopolio. Ma oggi nel settore sanitario tende a crescere la consapevolezza che il perseguimento della salute dipenda sempre più dalla capacità di far convergere su quell’obiettivo di salute saperi e competenze diverse detenuti da professionisti diversi. Di questo i medici sono ben consapevoli.

Se la società ci chiede di uscire da una concezione oggettivistica e riduzionistica del malato per una concezione olistica centrata sulla persona malata e mentre ci attrezziamo culturalmente a questo, non possiamo dall’altra parte accettare, come da più parti in modo più o meno palese ed aggressivo si cerca di imporre, di trasformare meccanicisticamente il medico in un semplice esecutore di prestazioni tecnico-professionali o, ancora peggio, trasformare il perseguimento della salute dei cittadini in una semplice esecuzione di un atto e magari farlo eseguire dal professionista che costa meno. Questo contrasta fortemente con i roboanti discorsi che talvolta si sentono su sicurezza delle cure e qualità dell’assistenza.

Oggi la professione medica, come in altre epoche e forse più che in altre epoche, si sente “accerchiata” e sente il disagio per il tentativo di sottrarle ruolo sociale, economico, professionale ed etico.

Abbiamo una politica orientata alla gestione emergenziale del presente, più attenta a gestire problemi meramente economici ed “affari” piuttosto che affermare valori e perseguirne la realizzazione con serie progettualità programmatorie. Una politica che vede la professione medica come un costo e come un problema invece che come la soluzione dei problemi.

Abbiamo una tecnostruttura sanitaria centrale e  regionale che si attarda in misure vessatorie e burocratiche sulla professione, come del tutto recentemente, allorquando ha ipotizzato di chiamare il medico a responsabilità patrimoniale per inappropriatezza nella prescrizione di ricoveri.
Abbiamo un processo di aziendalizzazione in sanità troppo appiattito su culture inadeguate a reggere la sfida della sostenibilità e troppo propense a ridurre il ruolo dei professionisti ad anonimi fattori produttivi. La nostra professione soffre questo svilimento, pur reggendo il fronte di una domanda di salute in crescita contro un trend in calo delle risorse disponibili che alla lunga porterà un incremento di morbilità e mortalità.
Abbiamo un sistema di gestione del contenzioso che nel 70% dei casi è futile e pretestuoso che incombe sulla nostra vita professionale, sul nostro lavoro, sulla nostra serenità e sul rapporto con in nostri pazienti.

Abbiamo una pervasiva burocratizzazione dell’attività medica per compiti che non le appartengono togliendo tempo all’ascolto dei pazienti che è esso stesso cura dei pazienti.

Rileviamo altresì che molte delle 22 professioni sanitarie lamentano e praticano diffusamente fenomeni di reciproca erosione di competenze e sicuramente questa non è la strada giusta per affermare un corretto ed equilibrato multiprofessionalismo.

Ma accanto ad improduttive aggressioni, possiamo rilevare anche alcune trasformazioni in corso nei sistemi sanitari che possono avere  impatti significativi e positivi  nel modo in cui il medico esercita la sua professione. Tra le più rilevanti troviamo:
- il dover “rendere conto” (accountability), come singolo o come équipe, rispetto alle performance e agli esiti delle cure;
- lo sforzo di modificare gli esiti di politiche pubbliche o di decisioni allocative che hanno un impatto diretto sulla vita delle persone (advocacy);
- l’adesione (compliance) a regole e raccomandazioni, sostenute da evidenze scientifiche, spesso innovative rispetto ai comportamenti tradizionali;
- la necessità di lavorare in team per rispondere alla domanda di salute;
- l’evoluzione delle relazioni con le persone e la comunità, che assumono progressivamente un maggior protagonismo;
- la disponibilità di più dati e di un maggiore numero di contatti, anche grazie alle nuove tecnologie, che tuttavia non necessariamente genera più informazioni e migliore conoscenza dei fenomeni e che anzi non facilita le scelte;
- l’elevato numero di evidenze scientifiche disponibili non immediatamente traslabili nella pratica quotidiana;
- la responsabilizzazione rispetto al valore economico nelle scelte clinico assistenziali;
- il dover “rivoluzionare” il proprio modo di operare tecnico (secondo l’evoluzione scientifica e tecnologica) e il proprio modo di operare dentro le organizzazioni, che sempre più si articolano  in reti attraverso diverse procedure.

La riflessione complessiva va promossa e perseguita in modo onesto, morale, civile e socialmente sostenibile e diventa intollerabile che i decisori politici procedano per colpi di mano (vedi comma 566 art. 1 Legge di Stabilità) per assecondare politiche professionali clientelari.
La professionalità non si misura sulla base della esclusività e riserva di un singolo atto tecnico ma su una base culturale generale esclusiva, fondamento ineludibile di competenze, specifiche ed esclusive, previste negli obiettivi formativi degli Ordinamenti didattici dei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi dentaria, integrate e ampliate dallo sviluppo delle conoscenze in medicina, delle abilità tecniche e non tecniche connesse alla pratica professionale, delle innovazioni organizzative e gestionali in sanità, dell’insegnamento e della ricerca che formano ad una leadership funzionale e gestionale in materia di salute e di sanità.

Fermo restando che la diagnosi a fini preventivi, terapeutici e riabilitativi è una diretta, esclusiva e non delegabile competenza del medico e impegna la sua autonomia e responsabilità con la legittimazione derivante dall’abilitazione dello Stato e dall’iscrizione agli Ordini professionali nei rispettivi Albi.

Il progresso della società non è possibile senza i medici, la Medicina non è possibile senza i Medici, la Sanità non esiste senza i Medici.
Può apparire una eccessiva semplificazione che però diventa fondamentale richiamare visto che si sta perdendo la bussola e non certo per responsabilità dei medici.
Noi dobbiamo essere parte attiva delle scelte decisionali per adattare l’organizzazione del lavoro ma anche le performances professionali al miglior percorso assistenziale possibile rimuovendo le sacche di inefficienza.

Siamo impegnati a lavorare per un approccio nuovo alla sanità che, in una moderna concezione di tutela della salute, non consideri più l’efficienza e l’equità come due concetti che procedono su binari separati e contrapposti dell’economia e dell’etica, ma al contrario li faccia procedere di pari passo e nelle stessa direzione.
 

 
Luigi Conte
Segretario Generale FNOMCeO

09 giugno 2015
© Riproduzione riservata


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