Formazione medica. L’importanza di avere una cultura umanistica

Formazione medica. L’importanza di avere una cultura umanistica

Formazione medica. L’importanza di avere una cultura umanistica
Non si comprende alcuna tecnica se non si è in grado di capire come serve all'uomo. La medicina non è una delle scienze STEM, ma è parte delle scienze umane. La forza delle discipline umanistiche risiede nella capacità di proporre modelli per decodificare il mondo e il comportamento delle persone.  Il medico si troverà in difficoltà se non possiede cultura umanistica perché sempre più dovrà rispondere a domande di senso. Perché non inserire percorsi di studio unanistici e filosofici nel corso di medicina?

Nel recente documento dei Rettori delle tre Università toscane (pubblicato su Quotidiano Sanità) si tracciano le linee per una riforma del corso di studi in medicina, comprese le specializzazioni e la formazione complementare in medicina generale e si propongono criteri per la determinazione del fabbisogno, una riforma che è sempre più urgente.
 
Il documento apre alla collaborazione con la Federazione degli Ordini dei Medici e le Associazioni di categoria; un'apertura importante perché finora altri tentativi di riforma hanno dato risultati a dir poco sconfortanti. Il testo appare sensato anche se non affronta il problema dell'incertezza del futuro della medicina di fronte a trasformazioni difficilmente prevedibili.
 
Nel documento si prevede il passaggio all'Università della formazione in medicina generale, col lodevole intento di assimilarla a una specializzazione. Un travaso superfluo sul piano didattico ma reso necessario dall'ordinamento di questo paese che non prevede alternative al possesso di un titolo universitario, con le conseguenti rigidità nel mercato del lavoro.
 
Tuttavia mi sembrano importanti altre considerazioni. Se è indiscutibile che durante il percorso universitario occorre insegnare il "sapere", cioè le più avanzate cognizioni scientifiche, è anche vero che pochi laureati si dedicheranno alla ricerca o alla didattica. Quasi tutti saranno impegnati nei molteplici settori della sanità. Un qualche sfasamento è rispetto al "saper fare"; tuttavia non sarà mai possibile un reale adeguamento degli studi alle esigenze del modello della sanità fino a che non diventerà realtà l'ospedale di insegnamento. Apprendo da una lettera dell'amico Bechi, prorettore a Firenze, che di fatto questo è già operante. Non me ne voglia ma ho qualche dubbio.
 
Mi sembra, però, che la questione fondamentale dell'insegnamento della medicina, in qualsiasi paese del mondo, riguardi il metodo. Durante gli anni di apprendimento di base il futuro medico deve acquisire il "sapere" e il "saper fare". Nelle nostre Università appare meno curata l'acquisizione del "saper essere", cioè dei fondamenti emozionali e cognitivi della relazione umana, che tuttora resta l'altra colonna sulla quale si fonda l'esercizio della professione.
 
Rimane inoltre in sospeso la questione di quel che gli anglosassoni chiamano "hidden curriculum" (la paideia), cioè il comportamento del medico secondo la tradizione della professione e le attese della società. Per noi anziani è difficile trasmettere il nostro mondo di valori ai millennial iperconnessi e nativi digitali. Le trasformazioni sociali sono sfalzate rispetto alla gerarchia di valori in cui siamo vissuti finora. La deontologia andrebbe insegnata come modo di vivere la professione in tutti i gradi del corso universitario.
 
Ma l'evoluzione della scienza e dell'intelligenza artificiale modificano il metodo e l'epistemologia medica. Inoltre gli avanzamenti della tecnologia sono tali da far prevedere che molte discipline nuove saranno introdotte nella prassi e altre al contrario diverranno desuete. Chi si iscrive quest'anno alla Facoltà medica sarà pronto per la professione nel 2028. Sarà in grado di sapersi adattare alla medicina di allora?
 
Oggi è molto più importante di prima che il professionista sia posto in grado di imparare continuamente, cioè usare i dati, imparare le tecniche, adeguare le cognizioni e, infine, utilizzare nuovi paradigmi scientifici. Insomma abbia un bagaglio formativo che gli consenta di "sapere come fare" a sapere cose nuove e nuovi modi di intendere.
 
Un'ultima riflessione. Tradizionalmente il medico è un uomo colto, che ha letto i classici e segue il teatro o si dedica a qualche hobby intellettuale. Questa cultura era e è essenziale per il suo rapporto con i pazienti, per affinare e vivere la relazione con l'altro.
 
Il peso crecente della tecnologia, dalla genetica all'ICT, attraverso i big data, rende necessaria una competenza alla complessità. Un apprendimento per un "agire" all'interno di una società sempre più complicata e dai molteplici e diversificati ancoraggi etici e scientifici. Il professionista è per definizione responsabile dei propri atti e deve esser in grado di render conto di quel che fa, tuttavia è sempre più difficile avere consapevolezza dei cambiamenti in cui siamo immersi.
 
Altresì non si comprende alcuna tecnica se non si è in grado di capire come serve all'uomo. La tecnica deve essere utile ai cittadini, a maggior ragione quando sono pazienti. La medicina non è una delle scienze STEM, ma è parte delle scienze umane. La forza delle discipline umanistiche risiede nella capacità di proporre modelli per decodificare il mondo e il comportamento delle persone.
 
Non si tratta soltanto del ragionamento logico filosofico ma di cultura umanistica. Il medico si troverà in difficoltà se non la possiede perché sempre più dovrà rispondere a domande di senso. Viviamo un'epoca di assoluto dominio tecnologico ma ancora non abbiamo un sistema di pensiero che faccia da guida etica e filosofica.
 
Pensiano alle questioni del potenziamento psico biologico dell'uomo. Ancora latita un pensiero all'altezza delle sfide della scienza e della tencia moderna, una speculazione intellettuale capace di seguire la medicina in queste travolgenti trasformazioni dell'antropocene, di individuare gli orizzonti sociali delle tecniche emergenti.
 
La medicina è ancora uno strumento per migliorare il mondo? Nel futuro che si avvicina, per essere in grado di adeguare continuamente il proprio sapere e capire quel che succede intorno, il mondo e l'uomo all'interno della società in cui vive, a maggior ragione occorre una vasta cultura. La proposta di inserire nel corso di medicina percorsi di studio umanistici e filosofici è opportuna?
 
Antonio Panti
Componente commissione deontologica nazionale FNOMCeO
 

Antonio Panti

14 Giugno 2018

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