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Coronavirus. “Al fronte non ci sono solo medici e infermieri. Media e istituzioni si sono dimenticati di quei 220mila professionisti della salute che rischiano anch’essi ogni giorno la salute e la vita”. Intervista ad Alessandro Beux

di Lorenzo Proia

Una denuncia, quella del presidente della Federazione degli Ordini Tsrm-Pstrp, verso coloro che sembrano dimenticare l’impegno di “assistenti sanitari, fisioterapisti, tecnici perfusionisti, di laboratorio, di radiologia, della prevenzione, educatori professionali e molti altri che da settimane sono in trincea coi medici e gli infermieri, sottoposti allo stesso stress ed esposti allo stesso rischio”. Ma poi un apprezzamento a Speranza: “Non avrebbe alcuna difficoltà e essere sempre sotto i riflettori, ma lo si vede e legge raramente perché sta lavorando a quel di cui la maggior parte degli altri parla”

07 APR - “Prima di tutto mettere in sicurezza i professionisti sanitari non solo con adeguati DPI ma anche con modelli organizzativi capaci di ridurre frequenza e intensità di esposizione alla Covid”, è questa la prima richiesta al Governo del presidente della Federazione nazionale degli ordini Tsrm-Pstrp Alessandro Beux, che in questa intervista traccia un bilancio delle misure sin qui adottate per combattere l’epidemia.
 
Ma per Beux c’è anche in problema di comunicazione e di considerazione: “Si parla sempre, giustamente, di medici e infermieri, ma tacere sulle altre decine di migliaia di professionisti sanitari impegnati in prima linea è un grave errore, non solo perché si nasconde un pezzo di storia di questa epidemia ma anche perché non si tiene conto del danno che si fa a tutti quei professionisti impegnati ogni giorno a rischio anche della propria vita e che quando leggono il giornale o entrano nei social si sentono sconosciuti o dimenticati da chi ha scritto l’articolo o il post e che quando seguono il telegiornale o altre trasmissioni televisive si sentono sconosciuti o dimenticati da chi, incessantemente, ringrazia pubblicamente i medici e gli infermieri. Non è giusto”.


Presidente Beux, lei rappresenta 19 professioni sanitarie per un totale di circa 220mila professionisti della salute impegnati anche loro sul fronte Covid. Ci conferma che la prima cosa da fare è partire dalla sicurezza anche di questi operatori?
Non c’è dubbio, come le dicevo, i professionisti sanitari vanno messi rapidamente in massima sicurezza e i modelli assistenziali vanno adeguati a questa emergenza, ma non basta. Vanno immediatamente sostenuti coloro che a causa dell’emergenza Covid-19 hanno dovuto ridimensionare o sospendere la loro attività professionale. Perché se l’intervento sarà tardivo o insufficiente, molti di loro avranno difficoltà a riprendere l’attività. È interesse del Paese sostenerli affinché appena sarà possibile possano tornare a esercitare, garantendo risposte ai bisogni di salute della popolazione e creando profitto, per sé e per il sistema Italia. Male dirò di più, per gli operatori sanitari dobbiamo pensare anche al necessario supporto morale e psicologico. Siamo molto preoccupati delle cicatrici che l’emergenza Covid-19 lascerà in queste due dimensioni. Dobbiamo prepararci a curarle.
 
In ogni caso in molte parti del Paese si lamenta ancora la carenza di DPI adeguati.
Lo sappiamo. Da parte nostra ci stiamo muovendo anche noi e dopo alcune settimane passate a individuare il canale più sicuro in termini di efficacia (acquistare DPI non significa necessariamente entrarne in possesso, perché la Protezione civile ha il potere di sequestrare quanto ordinato da altri), qualche sera fa il Comitato centrale della FNO ha deliberato di destinare i primi 500.000 € all’acquisto di DPI da far pervenire agli Ordini capoluogo di Regione, aderendo alla stessa impostazione che è stata concordata col Ministero della Salute per la sua fornitura, non ancora realizzatasi per gli inconvenienti a voi noti. I DPI che acquisteremo saranno soprattutto le mascherine FFP2 ed FFP3, ma anche gli occhiali, le visiere e le tute. Il canale individuato a seguito dei confronti telefonici col Ministro, la Protezione civile e la Commissione salute della Conferenza delle Regioni è quello che passa per queste ultime e le loro Unità di crisi. Saranno loro ad acquistare per noi, garantendo la consegna.
 
Quale giudizio dà all’operato del Governo?
In questo momento tutti stanno facendo del loro meglio, gestendo l’emergenza in emergenza. Quel che non sta andando bene non è certamente imputabile agli attuali decisori che, sia a livello centrale che periferico, stanno facendo tutto quel che è nelle loro facoltà. Le principali responsabilità sono da ricercarsi nel contesto culturale, normativo e organizzativo in cui sono stati chiamati a farlo. Ma non è questo il momento per individuarle. Ora dobbiamo concentraci tutti sull’emergenza Covid-19, tutti! Non è, infatti, ammissibile che mentre i professionisti sanitari prestano meritoriamente la loro opera professionale, rischiando salute e vita, proprie e dei loro cari, qualcuno si preoccupi di garantire la sostenibilità del sistema che non è stato in grado di proteggerli.
 
Cosa intende?
Negli ultimi anni - e, purtroppo, anche poco prima che scoppiasse l’emergenza - le occasioni e i tentativi per rendere più efficiente e moderno il nostro servizio sanitario sono naufragati, affossati da incompetenza e biechi interessi di parte. Se le cose non cambieranno in fretta nella prossima fase di ricostruzione, le generazioni future pagheranno un conto salatissimo, ben più di quel che stiamo pagando oggi.
 
Cosa si sente di dire agli oltre 200mila professionisti di 19 diverse Professioni che lei rappresenta? E come state reagendo a questo “tsunami”?
I colleghi stanno rispondendo molto bene, come sempre hanno fatto. Vale la pena di ricordare che se il nostro sistema sanitario è rimasto in piedi nonostante le aggressioni e le umiliazioni che ha patito negli ultimi decenni è grazie ai professionisti che ci lavorano, che non si sono mai sottratti e hanno sempre trovato il modo di colmare i vuoti lasciati dai decisori politici e dagli amministratori locali.
Speriamo che, passata l’emergenza, il Paese mantenga viva la memoria nei confronti di quelli che, usando una retorica che non ci piace, oggi chiama eroi. Non ci aspettiamo medaglie al valor militare, ma migliori condizioni di lavoro: organici, strutture, tecnologie, modelli organizzativi e paghe adeguate. Al momento siamo, ahinoi, ancora spettatori di retribuzioni vergognose, soprattutto se riferite al livello professionale garantito, al valore delle prestazioni erogate e al rischio che i colleghi sono chiamati a correre.
 
Nelle settimane scorse lei ha indirizzato una lettera all’Ordine dei giornalisti invitandoli a parlare anche delle altre professioni sanitarie e non solo di medici e infermieri. Come mai quella lettera?
La lettera nasce dalla consapevolezza che i media devono certamente modificare il loro approccio nei confronti della sanità e delle professioni che vi operano. Nelle giuste proporzioni, bisogna parlare di tutte le professioni sanitarie coinvolte nella gestione dell’emergenza, non solo di medici e infermieri. Il tema, di portata internazionale, non è la visibilità delle altre professioni sanitarie come fine (sarebbe deplorevole!), bensì come indispensabile mezzo per evitare le importanti ricadute negative di un’informazione parziale. Bisogna parlare di tutte le professioni sanitarie coinvolte nell’emergenza Covid-19 per almeno cinque buone ragioni.
 
Ce le spieghi…
La prima è la necessità di una rappresentazione più veritiera della realtà: i professionisti sanitari operativi, esposti, contagiati, ammalati e morti non sono solo medici e infermieri. Si può accettare che gli altri professionisti sanitari morti per Covid-19 non siano tenuti in considerazione? La morte di un professionista sanitario può essere più o meno importante in funzione della professione che esercita?
 
La seconda ha a che fare con la sicurezza, perché facendo solo riferimento ai medici e agli infermieri, si diffonde e si deposita il convincimento che proteggendo loro si proteggono le professioni sanitarie. Sono numerose le testimonianze di nostri iscritti che si sono sentiti negare o che hanno dovuto discutere con determinazione per avere gli idonei DPI, per loro inizialmente non previsti perché non erano medici e infermieri. La scorsa settimana abbiamo preso visione di una nota inviata da un Assessorato alla salute con oggetto “Esami COVID-19 al personale ASR, 118 ed i medici convenzionati” inviata ai Direttori generali delle ASR, ai Direttori di Presidio delle ASR e ai Presidenti dei (soli) Ordini di medici e infermieri, a drammatica conferma che i nostri timori erano e sono ben fondati.
 
La terza ragione ha a che fare con la tenuta morale e psicologica dei professionisti sanitari che non sono medici e non sono infermieri. A distanza di 10 giorni dalla lettera al Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, lo scorso 20 marzo abbiamo scritto anche alle più alte cariche dello Stato, invitandole a immedesimarsi nei numerosi colleghi assistenti sanitari, fisioterapisti specializzati nella riabilitazione respiratoria, tecnici perfusionisti, di laboratorio, di radiologia, della prevenzione, educatori professionali, etc... che da settimane sono in trincea coi medici e gli infermieri, sottoposti allo stesso stress ed esposti allo stesso rischio, ma che, a differenza dei medici e degli infermieri, quando escono dall’ospedale si sentono sconosciuti o dimenticati da chi ha scritto una frase di ringraziamento su un pezzo di stoffa bianca appeso a un cancello o a un balcone. Quando leggono il giornale o entrano nei social si sentono sconosciuti o dimenticati da chi ha scritto l’articolo o il post. Quando seguono il telegiornale o altre trasmissioni televisive si sentono sconosciuti o dimenticati da chi, incessantemente, ringrazia pubblicamente i medici e gli infermieri.
 
E siamo alla quarta ragione che riassumo in una parola: solidarietà. Perché si sta, comprensibilmente, ma erroneamente, diffondendo l’idea che ad averne bisogno siano i soli medici e infermieri. A esempio, è di venerdì 3 aprile la notizia di una ordinanza del Presidente di una Regione che, a drammatica conferma che i nostri timori erano e sono ben fondati, raccomanda “che le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità garantiscano un accesso prioritario a medici, infermieri, operatori socio sanitari (OSS), membri della Protezione Civile, soccorritori e volontari muniti di tesserino di riconoscimento”.
 
E infine futuro e riconoscenza: più di un politico e diversi rappresentanti istituzionali si sono già impegnati, al termine dell’emergenza, a mostrare gratitudine e riconoscenza concrete a coloro che hanno affrontato il Covid-19; ciò dovrà interessare tutte le professioni sanitarie coinvolte.
 
E del ministro della Salute in particolare che impressione si è fatto sul come sta gestendo l’emergenza?
Partendo dalla mia convinzione che sia meglio parlare meno e fare di più, perché è delle persone del fare che abbiamo bisogno non posso che riflettere positivamente sul modo in cui il Ministro della Salute Roberto Speranza, sta gestendo la sua esposizione mediatica. Non avrebbe alcuna difficoltà e essere sempre sotto i riflettori, ma lo si vede e legge raramente. Mi sono interrogato sul perché e la risposta che mi sono dato è che non lo si vede e legge frequentemente perché sta lavorando a quel di cui la maggior parte degli altri parla. Ebbene, aiutiamo lui e tutti coloro che in Parlamento, al Governo, al Ministero, all’ISS, alla Protezione civile, nelle Regioni e nelle Azienda sanitarie stanno lavorando. Dobbiamo imparare a riconoscere e valorizzare il lavoro anche se non fa rumore.
 
Cosa occorre fare adesso a suo avviso?
Tenuto conto del fatto che, passata l’emergenza, non sarà passato il Covid-19, tra le cose alle quali bisogna necessariamente pensare ce ne sono almeno due urgenti.
Un intervento determinato e diffuso a favore dell’assistenza territoriale e domiciliare, prevedendo idonei modelli organizzativi, i giusti supporti tecnologici e i necessari DPI per tutti coloro che, a vario titolo, saranno chiamati a operare e la creazione di un soggetto nazionale che sia in grado di studiare e gestire in modo organico la convivenza col virus sino al vaccino e all’immunità di gregge, facendo ragionare e agire in modo coordinato le professioni sanitarie, la ricerca, l’industria, il terzo settore, gli amministratori, le Istituzioni, nazionali e locali, e la politica.
E poi, suggerisco di capitalizzare quel che l’emergenza ci sta confermando nella dimensione pratica: il valore e l’efficacia dell’équipe costruita e agita su quello del contributo delle singole professioni.
Ma soprattutto, una volta passata l’emergenza, si dovrà ricordare e trarre esperienza da ciò che è successo, ponendo rimedio a tutte le carenze organizzative e strutturali che si sono palesate e dalle quali sono derivate tragiche conseguenze. Imparare la lezione sarà un modo per dare un valore storico a coloro che in queste settimane hanno sofferto e han perso la vita.

Lorenzo Proia

07 aprile 2020
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