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25 SETTEMBRE 2016
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Le infinite potenzialità (sulla carta) dell’infermiere

08 MAR - Gentile direttore,
le scrivo per recensire il libro da voi consigliato e da me recentemente letto dal titolo “Il Riformatore e l’Infermiere. Il dovere del dissenso, pubblicato per la collana Medicina e Società di QS.“Il Riformatore e l’Infermiere” è un saggio che tratta di grandezze e relative unità di misure ma non in accezione puramente matematica, non ci sono numeri.
 
Prima di tutto il titolo: è naturale che se esiste un Riformatore deve necessariamente esserci una compagine da riformare… “e l’Infermiere”. Quale sistema da riparametrare? La questione infermieristica. Se si pone la domanda ai professionisti sanitari Infermieri ci si rende conto che le risposte fornite restano talmente vaghe che anziché descrivere un’area precisa in cui condurre l’analisi si vanno a delimitare molteplici zone, a volte sovrapposte ed altre demarcate da più stabili confini, che non forniscono un territorio concettuale dirimente.
 

Il saggio è curato da Chiara d’Angelo sulla base delle teorie del Prof. Ivan Cavicchi e post-fazione di Andrea Bottega, tre personaggi noti all’interno della classe Infermieristica. Ed è proprio dalla classe che vogliamo, vogliono partire. Tassonomicamente il concetto di classe è legato, in chiave biologica, al livello di classificazione di un gruppo di individui simili per diverse caratteristiche. Traslando il termine e applicandolo al gomitolo professionale sanitario si intuisce subito che gli Infermieri sono meno classe di quanto vogliano sembrare.
 
Già dalla radice rappresentativa la classe Infermieristica appare formata da elementi che in realtà poco hanno in comune se non lo spazio fisico in cui lavorano. Da qui il saggio postula la creazione una coscienza categoriale come primo ponte che connetta certe, spesso isolate, terreferme. Solo infatti costruendo una solida catena tra mondi apparentemente distanti si può favorire un processo di evoluzione da caotico vespaio a rigorosa classe professionale con una propria identità sistematica. Il testo pone l’attuale status della figura Infermieristica come in disequilibrio tra le forze originatesi dalla somma dell’inconseguenza (la contraddizione stessa del ruolo professionale alla luce delle fonti normative) e indeterminazione (cioè la vaghezza del ruolo nella descrizione delle attitudini che lo compongono).
 
L’ultimo ventennio ha portato grandi speranze nell’evoluzione Infermieristica (la promulgazione del profilo; l’abolizione del connotato sanitario ancillare) ma tali voli pindarici si sono poi scontrati con la realtà della matriosca sanitaria. Mentre la teoretica del “nuovo Infermiere” è rimasta, anzi, è pericolosamente andata dritta, il tragitto percorso dal binario ideologico è rimasto confinato nello stesso circuito chiuso e circolare di sempre, ripassando infinite volte dallo stesso via senza che il sistema si fosse aperto ad un progetto incarnante definitivamente le normative conquistate.
 
Ne risulta un Infermiere che sulla carta ha potenzialità infinite (seppur vaghe per via dell’indeterminazione) ma che è immerso in una rete professionale e gestionale ancorata al vecchio sistema. Il paradosso Infermieristico si rende evidente considerando che nell’ era del mansionario sussisteva perfetta sintonia tra il ruolo imposto dal DPR  225/74, l’esplicazione professionale e le modalità del sistema lavorativo; ciò che era dettato dal decreto trovava un coerente riscontro nell’esercizio usato per raggiungerlo (mansioni) e nei mezzi concessi dalla subalternità; attualmente invece, a evoluzione legislativa sempre più celere corrisponde ancora la stessa tipologia di organizzazione che definiva il quadro, sicuramente più deprofessionalizzante ma anche più congruente, dell’epoca.
 
Questa incompletezza che vede il “nuovo teorizzato” Infermiere muoversi in sistemi mai svecchiati dall’ obsolescenza pragmatica e concettuale non può che creare in realtà un “nuovo” Infermiere che re-invecchia su se stesso, agiato nell’illusione di una falsa conquista legislativa e dunque talmente indefinito che può essere speso per tutto (tappabuchi, sostituzione figure di supporto, badante). Cosa è infatti l’assistenza generale Infermieristica? E’ quella scienza “inconseguente”. Perché desunta, e legiferata nella norma, non partendo dai bisogni della persona che richiede una prestazione ma dalla frammentazione degli ambiti concernenti la salute: prevenzione, cura, riabilitazione.
 
La prassi infermieristica è ancora quindi una serie di funzioni descritte da un punto di vista astratto, vago; nata e continuamente rinfocolata da una riforma legislativa assolutamente scevra di un progetto che la attui, pragmatico, che le dia vita e la incarni definitivamente secondo l’embrione ideologico. Dire che un Infermiere riabilita è non dire niente e al tempo stesso tutto, poiché riciclare la figura post-mansionaria alla luce degli ambiti generali della salute piuttosto che definirla sugli obiettivi specifici del Nursing come risposta ai bisogno del paziente descrive un sistema appunto vago e inconcludente.
 
In questo senso il saggio disamina anche la pericolosità che deriva dall’autoreferenzialità su cui sono improntate le fonti normative: il 739/94 con la sua lunga e ansiogena serie di verbi ( l’ infermiere è, l’infermiere valuta, agisce, pianifica, interviene, elabora…) ci sembra più il disperato tentativo di ribadire che “adesso finalmente l’Infermiere può” piuttosto che “presentarci il risultato di queste rivoluzioni legislativo-acacdemiche”.
L’autoreferenzialità comporta un tentativo di evoluzione che parte già zoppo poiché la questione Infermieristica non è un compartimento stagno ma è uno dei “contenuti” del “contenitore sanità”; pensare di ridefinire una figura isolandola dal resto degli attori che si muovono con essa ha contribuito ad ingigantire il gap tra ciò che “viene proposto” e ciò che “tale proposta” si dovrà in realtà trovare ad essere ed agire: l’interazione comunicativa e la convergenza di obiettivi deve essere inter-professionale e non patrimonio unico della classe infermieristica.
 
Ecco che allora si vengono a definire certe grandezze e le sue fallaci unità di misura. Identità professionale desunta e descritta su assiomi auto-referenziali; evoluzione Infermieristica come unicità di interessi professionali e non plurilateralità di orizzonti professionali; ausiliarietà come sistema da condannare e non come “mutua collaborazione di” una figura con l’ altra sul filo del cammino professionale che si avvolge intorno alla persona e quindi, la sommatoria inconcludente: l’Infermiere post-ausiliario è una figura smarrita tra indeterminazione di ruolo e affermazione di un’identità professionale vaga, perché votata all’autoreferenzialità e non all’evoluzione in chiave di convergenza inter-professionale; legata ad un sistema organizzativo desueto ma ideologicamente dotata di potenzialità sempre più definite.
 
E’ una figura che contemporaneamente cammina indietro e va avanti ma nega tale percorso pur avendo consapevolezza dell’assurdo tragitto, procedendo nella vuotezza normativa.  Una schizofrenia che facilmente si presta ad essere vittima del fenomeno demansionamento, tendenza che è prepotentemente entrata a far da padrone nei sistemi sanitari.
 
Il saggio, oltre a descrivere perfettamente come quanto detto sopra stia in “equilibrato disequilibrio” tra potere della classe dirigenziale e contro-potere dettato dalla falsa emancipazione (un sistema vagamente orwelliano per citare un altro articolo di Cavicchi, ci permette di leggere alcune testimonianze dirette del Riformatore stesso, intervistato dall’autrice del libro, e della sua storia personale, utile viaggio per capire come nasce e perché l’interesse verso la categoria professionale.
 
Il riformatore è dunque colui che ci dice che ogni misura deve tornare ad essere valutata con un parametro adatto e non su canoni asserviti a modelli concettualmente errati e pericolosamente legiferati da norme vuote. Il riformatore suggerisce di riformare prima la nostra testa e poi il sistema, poiché è con quella che entriamo a far parte prima del mondo e poi del mondo professionale.
 
Il saggio curato da D’Angelo è caldamente consigliato sia a quei professionisti che ogni giorno infilano una divisa che lavora ancora per taylorismo anziché secondo modelli misurabili di Nursing, e sia agli studenti dei vari corsi di laurea, i professionisti del domani. Su questi ultimi, forse per la verginale concezione della questione infermieristica, l’idea di un sistema riformato potrà attecchire meglio e magari scongiurare che la storia si ripeta reiterando il ciclo di infettività professionale dai veterani ai giovani.
In questo panorama asfittico il riformatore persegue l’obiettivo di ridisegnare la parte logora del sistema per mandarla poi a cambiare poi il sistema: coraggioso in più di un senso.
 
Andrea Lucchi Lucchi
Infermiere

08 marzo 2016
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