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Coronavirus. Più letale tra gli uomini fumatori? 

26 MAR - Gentile direttore,
il report, pubblicato sul sito Epicentro dell’Istituto Superiore della Sanità (ISS), mostra che il coronavirus sarebbe più letale tra gli uomini: così come è avvenuto in Cina, tra gli oltre 7.000 deceduti, le donne sarebbero meno della metà degli uomini (circa il 30% dei pazienti).
 
Perché il Coronavirus colpisce più gli uomini delle donne? La spiegazione della maggiore vulnerabilità dei pazienti maschi potrebbe essere ricercata anche nello stile di vita, in particolare nell’abitudine al fumo.

La prevalenza di fumatori in Cina è molto diversa tra uomini e donne: la Cina conta 288 milioni di fumatori uomini contro 12,6 milioni di donne (50% vs 2%) (Cai, 2020). In Italia la prevalenza di fumatori è nettamente più bassa rispetto alla Cina: secondo l’indagine più recente dell’ISS-DOXA (2019), i fumatori sarebbero 11,6 milioni (circa il 22% della popolazione): 7,1 uomini e 4,5 milioni donne (28% vs 16,5%).
 

 

Tuttavia, il gap uomo-donna tra i fumatori è stato molto più ampio in passato. La popolarità del tabacco in Italia, infatti, è cambiata drasticamente nel tempo. A metà del ventesimo secolo le sigarette, che del tabacco sono l'espressione più nota di prodotto finito, diventarono un vero e proprio bene di massa, grazie anche al costo meno elevato rispetto ad altri prodotti del tabacco. Le coorti di generazioni, che entravano nell’adolescenza nel periodo in cui l’accesso al tabacco era diventato più facile, vennero attratte dal consumo di un prodotto che in quel tempo era innovativo.

Il fumo iniziò a diffondersi dapprima tra gli uomini con una condizione socioeconomica più avvantaggiata e successivamente conquistò le altre classi sociali. Negli anni ’60, in Italia, oltre il 60% degli uomini, che oggi hanno più di 75 anni di età, era fumatore. Negli stessi anni, invece, il fumo era poco diffuso tra le donne della stessa età tra le quali si registrava una prevalenza del 7% circa (ISS-DOXA, 1957-2019).
 
Negli anni ’70 le sigarette erano diventati prodotti di massa ma non ancora tra le donne, il gap uomo-donna era ancora ampio: lo stereotipo negativo della “donna fumatrice” venne abbondonato con più ritardo, verso gli anni ’80, quando diventò un simbolo femminile di libertà ed emancipazione. A partire dagli anni ’90 il gap uomo-donna tra i fumatori iniziava a ridursi: tra gli uomini il tasso di fumatori, che aveva raggiunto il picco negli anni ’60, si era fortemente ridotto a circa il 35% mentre, al contrario, era cresciuta la prevalenza di donne fumatrici (negli anni ‘90 circa il 24% delle donne italiane fumava). Oggi, la prevalenza di fumatori nelle giovani generazioni si è ulteriormente ridotta, sia per gli uomini che per le donne; il gap uomo-donna esiste ancora ma è decisamente meno ampio rispetto al passato (Di Novi & Marenzi, 2018).

La pandemia Covid-19 appare più letale per i pazienti con età più avanzate, che spesso presentano condizioni sanitarie compromesse da altre malattie. L’Italia, che è il paese più vecchio d’Europa e uno dei paesi più vecchi del mondo, sta pagando un prezzo maggiore. Il numero di decessi, che ha superato quello della Cina, è concentrato, per circa il 65%, nella classi di età superiore a 70 anni dove si osserva un gap uomo-donna particolarmente alto (ISS, infografica giornaliera “Sorveglianza integrata COVID-19 in Italia” aggiornamento 25 marzo ).
 
In particolare, nella classe 70-79 anni, il rischio di letalità relativo da Covid-19 per gli uomini (calcolato rapportando il numero di decessi tra gli uomini e quelli tra le donne) è di ben tre volte e mezzo superiore a quello delle donne ed è di circa il doppio rispetto alle donne nella classe di età 80-89 anni. Per gli ultra 90enni si osserva un’inversione del gap uomo–donna nel rischio relativo di letalità che, tuttavia, non risulta sempre confermato dai dati contenuti nei precedenti rapporti ISS, dove si osservava un gap ancora a discapito degli uomini seppur di magnitudine ridotta rispetto alle classi più giovani.


 

Il maggior rischio di letalità per gli uomini potrebbe essere spiegato, almeno in parte, dal gap di genere che ha caratterizzato il consumo di tabacco negli anni passati, anche diverse decadi fa: avere avuto una storia di tabagismo potrebbe aver reso gli uomini più vulnerabili ad infezione da Covid-19 (come anche riportato da R. Pacifici - Quotidiano Sanità). E’ noto, infatti, che il fumo aumenta il rischio di infezioni delle vie respiratori data la sua azione deleteria sui normali meccanismi di protezione immunitario (Gaschler et al., 2008).
 
La riduzione del gap uomo-donna nella coorte di ultra90enni potrebbe essere spiegata, verosimilmente, dal fatto che i “grandi fumatori” uomini potrebbero non essere più presenti in questa coorte: infatti, è noto che le donne vivono più a lungo e che il tasso di mortalità, per soggetti che hanno fumato sigarette per almeno 15-20 anni, è 3 volte più elevato di quello dei soggetti che non hanno mai fumato (Centers for Diseases Control and Prevention, 2014).
 
In conclusione, il monito dell’Istituto Superiore di Sanità: ”Fumare nuoce gravemente la salute, ma nuoce di più nei tempi di Covid-19”.
 
Cinzia Di Novi
Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, Università degli Studi di Pavia


Anna Marenzi
Dipartimento di Economia, Università Ca’ Foscari di Venezia


26 marzo 2020
© Riproduzione riservata


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