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17 GENNNAIO 2021
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Come curare le “ferite” di chi cura

21 APR - Gentile direttore,
non siamo in grado di dire ciò che accadrà nel nostro prossimo futuro. Sappiamo però che prepotentemente l’incertezza e la paura occupano il nostro presente. Il COVID ha certamente sganciato una bomba sul nostro punto vitale, la salute. L’inizio dell’epidemia ha fatto risuonare nelle case la voce dei camici bianchi fino ad allora sommessa e nascosta.

Il tempo della sanità prima del COVID ha troppo spesso divulgato la malasanità: ad ogni rintocco del tamburo seguiva un’accusa, un “colpevole” ed un “approfittatore” del posto statale che veniva stanato. Stiamo vivendo una frattura epocale: la crisi della Sanità.

Il COVID ci ha messo con le spalle al muro e questo è il momento per ricominciare con nuove prospettive, e se così non fosse, tutto quello che oggi si sostiene sui “nuovi eroi” finirebbe per rivelarsi solo un fiume di vuote parole e di dolorosa ipocrisia.

Prendersi cura della salute, che è il nostro bene più prezioso, racchiude un senso di coraggio e di responsabilità che non si esaurisce nelle parole, ma si concretizza in un processo diagnostico e terapeutico che deve portare a dei risultati tangibili: guarire e curare la malattia e il dolore.


I sanitari hanno messo in campo la loro vita per la collettività, dimostrando a tutti l’importanza dei valori umani al di là di tutto.

La psicanalisi, che studia il funzionamento psichico, permette di prevedere cosa potrebbe accadere domani ai sanitari che, oggi, vivono nei reparti COVID.
 
Le persone che oggi vivono il carico emotivo della cura estrema, si troveranno domani ad affrontare un’area traumatica di cui ora non sono ancora consapevoli. Se il contagio finirà quello psichico continuerà, perché il trauma continuerà a vivere nella psiche di chi lo ha subito.

Da medico che ha vissuto i reparti ospedalieri conosco bene quella sofferenza che penetra l’Anima quando nella notte ti torna alla mente l’ultimo sguardo del tuo paziente che ti chiede di non abbandonarlo. Sento ancora sulla pelle il silenzio angosciante che irrompe mentre comunichi la morte di un padre, di una moglie o peggio ancora di un figlio.

Accompagnare una persona alla morte è un lavoro emotivo faticoso e profondo di cui non ci si rende neppure conto perché non si ha il tempo per pensarlo, è un’esperienza ne intacca l’Anima. Dall’esterno tutto appare normale routine perché si deve andare avanti a curare altre persone e non puoi cedere ai pensieri e alle emozioni.

Possiamo immaginare cosa accada nell’Anima e nella psiche di tutte le persone che hanno visto morire un paziente dopo l’altro pervasi da una sensazione di impotenza? Possiamo immaginare il dolore di un’infermiera infettata da COVID nel veder i propri familiari infettati a causa sua o peggio anche vedere il proprio padre morire di COVID sapendo che sei tu la causa di contagio?

La psicologia conosce ciò che accade all’Anima ma il medico la vive. Le due prospettive non possono più rimanere separate. La teorizzazione e il vissuto non possono più rimanere disgiunti.

Dissociare un’emozione senza rendersene conto è un processo automatico di fronte alla morte di un tuo paziente, alla sofferenza scolpita sul volto suo e dei familiari, alla paura di essere contagiati, alla paura di morire come loro.

Piccoli momenti di dissociazione mentale sono necessari per affrontare il dolore e la paura.

I sanitari, ma in particolare modo i medici che hanno il peso della responsabilità ultima del paziente, non hanno per la maggior parte consapevolezza di questo, non possono averla, Chi ha vissuto il COVID da vicino dovrà affrontare le emozioni che ritornano e i ricordi che intruderanno.

Per questo motivo auspico una nuova formazione in sanità: la psicologia medica sul campo eseguita da psicoterapeuti esperti di sanità.

Io penso alla creazione di gruppi di lavoro di professionisti formati nell’ambito specifico sanitario e nell’area traumatico-dissociativa, coordinati e supervisionati da linee comuni di intervento, che realizzino una formazione sul campo attraverso gruppi di lavoro e lezioni teoriche, al fine di curare le ferite di chi cura: i ricordi di morte e sofferenza vissuto in un breve arco di tempo, il lutto dei colleghi morti sul campo, i possibili sintomi da suggestione corporea (senso di dispnea, ansia, disturbi intestinali, dolori muscolari), il persistere della paura di riprendere un contatto fisico con i familiari.

La mentalità medica italiana considera ancora poco l’importanza del supporto formativo emotivo delle persone che vivono sotto i camici bianchi, e da medico e analista ne conosco l’importanza.

Mi rivolgo a coloro che hanno la responsabilità di amministrare la nuova Sanità per dare spazio all’inizio di una nuova medicina. Operatori, infermieri e medici prima di tutto sono uomini, non eroi estemporanei. Non lasciamoli soli nella nebbia.
 
Marilena Cara
Medico Nefrologo Psicanalista CIPA IAAP
Formatore di equipe sanitarie in diverse regioni italiane per la prevenzione del Burn-out 


21 aprile 2020
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