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CoViD-19, una “sindemia” ancor prima che una pandemia

di Giovanni Di Guardo

14 DIC - Gentile Direttore,
fu Merrill Singer, un antropologo medico statunitense, a coniare e ad introdurre per la prima volta in ambito biomedico, negli anni '90, il termine "sindemia", successivamente esplicitato in veste più compiuta ed articolata in un editoriale a firma del medesimo studioso, pubblicato nel 2017 sulla Rivista "The Lancet".
 
Come molte altre espressioni comunemente utilizzate nelle scienze e nelle discipline biomediche, la parola "sindemia" deriva anch'essa dal greco e starebbe ad indicare tutta una serie di condizioni morbose "concomitanti" - con particolare riferimento alle "malattie non trasmissibili", quali in primis affezioni cardio-circolatorie e tumori -, nonché un insieme di situazioni e variabili "socio-economiche" (densità demografica, livello di istruzione, indice di povertà, etc.) e "climatologico-ambientali" (cambiamenti climatici, riscaldamento globale, deforestazione, desertificazione, etc.) che andrebbero tenute nella massima considerazione ai fini di una corretta lettura ed interpretazione dei dati relativi all'andamento ed all'evoluzione di qualsivoglia "malattia infettiva", a maggior ragione ove la stessa assumesse una diffusione globale, come nel caso della "pandemia da SARS-CoV-2".

 
E, sebbene non sussista il benché minimo dubbio rispetto al fatto che la CoViD-19 rappresenti un'emergenza planetaria, tristemente denotata dalle oltre 1.600.000 vittime (65.000 delle quali nel nostro Paese!) che SARS-CoV-2 - il settimo coronavirus noto nella nostra specie - ha oramai mietuto, sarebbe "riduttivo" considerare la CoViD-19 "semplicemente" alla stregua di una "pandemia".
 
Infatti, solo per fare alcuni esempi a supporto della bontà della "visione" o, per meglio dire, della "prospettiva sindemica" ai fini di una corretta disamina della "vicenda CoViD-19", si potrebbero citare i notevoli disagi - anche e soprattutto in termini di facilità di accesso all'assistenza sanitaria ed alle opportune cure - patiti dai pazienti già affetti da pregresse condizioni morbose, quali malattie cardio-circolatorie e neoplasie.
 
Come risulta ben noto, la gran parte di tali entità nosologiche - che costituiscono le due principali cause di morte nel mondo occidentale - colpiscono gli individui in eta' geriatrica, un segmento di popolazione particolarmente rappresentato nel nostro Paese, che per indice di longevità ed aspettativa di vita detiene un autentico primato a livello globale. Guarda caso, i soggetti cardiopatici (soprattutto di sesso maschile) figurerebbero, congiuntamente a quelli affetti da ipertensione arteriosa o da patologie tumorali, fra quelli più predisposti a sviluppare forme gravi di CoViD-19, necessitanti spesso di ricovero in apposite "unità di terapia intensiva" ospedaliera.
 
E, com'è ancora tristemente noto, proprio fra questi ultimi si assisterebbe al maggior numero di casi di CoViD-19 ad esito fatale. Si entra pertanto in una sorta di "paradosso", in virtù del quale i pazienti cardiopatici, ipertesi e neoplastici, pur risultando quelli più "fragili" nei confronti delle conseguenze letali dell'infezione da SARS-CoV-2, non beneficerebbero, nell'attuale contesto assolutamente "CoViD-centrico", di un livello di assistenza sanitaria pari a quello che ricevevano in "era pre-CoViD".
 
Per non parlare, poi, delle summenzionate variabili "socio-economiche" e "climatologico-ambientali", la cui parallela analisi e valutazione renderebbe ragione, ancor più esaustivamente, della bontà della "prospettiva sindemica" rispetto a quella "pandemica".
 
Per fare alcuni esempi rispetto alla prima componente, non meno eloquenti rispetto a quelli dianzi riportati, l'infezione da SARS-CoV-2 ha assunto e continua a presentare caratteri di particolare gravità, infatti, in certi contesti geografici caratterizzati da un'elevata densità demografica, nonché da notevole povertà, indigenza, promiscuità sociale e basso livello d'istruzione (come accade, a titolo puramente esemplificativo, per la comunità afro-americana statunitense).
 
Per quanto riguarda invece la componente "climatologico-ambientale", il progressivo aumento delle temperature medie registrate sul nostro Pianeta nel corso degli ultimi 140 anni (con particolare riferimento all'ultimo quinquennio), di origine chiaramente antropogenica, unitamente alla progressiva desertificazione e deforestazione - complici anche i drammatici incendi registratisi nel recente passato -, oltre al crescente quanto dissennato sfruttamento del suolo in attività di agricoltura intensiva, agirebbero in maniera reciprocamente sinergica come una poderosa "vis a tergo" capace di accrescere e moltiplicare, al contempo, le occasioni di interazione della nostra specie e degli animali domestici con le specie selvatiche.
 
Queste ultime possono fungere infatti, come nel caso di pipistrelli e roditori, da "serbatoi" nei confronti di una folta gamma di agenti patogeni. Ed è in tal modo che si realizzarebbe il cosiddetto "salto di specie" fra animali e uomo (alias "spillover"), strettamente connesso all'ampliamento delle "interfacce ecologiche" e che troverebbe la propria base esplicativa, a sua volta, nei succitati fattori causali. E' bene ricordare, in proposito, che almeno il 70% degli agenti (virali e no) responsabili di "malattie infettive emergenti" nella nostra specie riconoscerebbero un comprovato o sospetto serbatoio animale ed anche SARS-CoV-2, al pari di SARS-CoV e MERS-CoV - gli altri due "famosi" beta-coronavirus umani che lo hanno preceduto -, non costituirebbe un'eccezione alla regola.
 
Da quanto sopra esposto si evince chiaramente come l'approccio "olistico" rappresenti la chiave di volta non solo per affrontare e gestire al meglio, ma anche per prevenire e prevedere - facendo ricorso, auspicabilmente, anche all'innovativo se non addirittura rivoluzionario strumento dell'intelligenza artificiale - le future emergenze pandemiche.
 
Si tratta, in altri termini, di "giocare d'anticipo" rispetto all'agente di malattia, prevedendone e disegnandone anticipatamente l'origine, la comparsa e le relative traiettorie diffusive ed evolutive, in una sana visione strategica "d'insieme" (altro che la fallace dimensione "ospedalocentrica" che ha tenuto banco nella gestione dell'emergenza CoViD-19!), concetto mirabilmente riassunto dall'espressione "One Health", secondo cui salute umana, animale ed ambientale costituirebbero, ancor prima di una "triade", un "unicum" reciprocamente ed indissolubilmente interconnesso.
 
In una sana prospettiva di approccio "a 360 gradi", risulterebbe pertanto più che giustificato e corretto il ricorso alla parola "sindemia", da preferirsi decisamente rispetto al termine "pandemia".
 
Prof. Giovanni Di Guardo

Docente di "Patologia Generale e
Fisiopatologia Veterinaria",
Università di Teramo,
Facoltà di Medicina Veterinaria


14 dicembre 2020
© Riproduzione riservata


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