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Green pass anche per il fine vita

di Marco Ceresa

01 SET - Gentile direttore,
lo strumento che ha riaperto alla socialità in attività ludiche dovrebbe anche poter riaprire pienamente quella fondamentale socialità in situazioni irripetibili come il fine vita. Grazie al green pass, da poco entrato in vigore, che concretamente consente di accedere a molte attività anche di svago in presenza di numerose persone, forse sarebbe finalmente possibile, consentire la vicinanza dei propri cari, anche ai pazienti ricoverati in fine vita in ogni setting di cura.
 
In questi tempi pandemici è stato spesso davvero straziante il vissuto di fine vita in solitudine del malato, senza la presenza confortante dei propri congiunti, analogamente è stato per i familiari che hanno subito la lontananza inevitabile dal proprio caro morente, situazione foriera di successivi lutti patologici che poi possono perdurare negli anni.
 
La terminalità di un paziente non è solo del singolo, ma è la terminalità di un vissuto familiare, di una modalità di affetti che mai più saranno uguali, ma che in ogni caso si dovranno reinventare , rimodulare durante e dopo l’inevitabile periodo del lutto, rielaborazione-accettazione della perdita di un caro che è perdita anche di parte di sé; processo fisiologico, ma che, se mal vissuto, può divenire gravemente patologico, foriero a sua volta di altre morbilità durature.

 
Le Cure Palliative possono essere in questi casi vera e propria medicina preventiva se riescono a svolgere appieno il proprio ruolo, non solo a fianco dei malati, ma anche dei loro familiari, come deve essere e come è chiaramente sancito anche dall’OMS, per la quale le cure palliative sono un approccio in grado di migliorare «la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare le problematiche associate a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza per mezzo di una identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e delle altre problematiche di natura fisica, psicosociale e spirituale» (World health organization, National cancer control programmes. Policies and managerial guidelines, 2002, p. 84).”
 
Le Cure Palliative, in particolare nel fine vita ma non solo, alleviano la sofferenza, diversa, ma sempre sofferenza, di entrambi questi poli (paziente e famiglia), i quali, ciascuno nel proprio ruolo, stanno vivendo quella tragedia familiare, che è l’avvicinarsi dell’inevitabile abbandono della vita, come la conosciamo sulla terra, da parte di un essere umano, avente coscienza, più o meno piena, di ciò che sta avvenendo.
 
Solo se il fine vita è stato vissuto, possibilmente passo passo, con adeguato trattamento della sofferenza evitabile del malato e se i familiari hanno potuto vivere tale processo anche con adeguata comunicazione (che è tempo di cura) ed accoglienza di tutti i vissuti contraddittori intercorsi, allora potrà più facilmente essere accettato l’inevitabile, riducendone le conseguenze patologiche.
 
Verosimilmente non si ravvisano più, grazie al green pass, strumento di libertà consentito dalla diffusione vaccinale, i gravi motivi che hanno imposto la morte in solitudine, in tutte le strutture residenziali di ricovero, non solo Hospice, ma anche RSA e reparti ospedalieri ove risulta la maggior numerosità di decessi; strutture queste ultime, ove i morenti potrebbero forse esser posti in aree più riservate in cui far vivere in sicurezza e con dignità la vicinanza dei congiunti.
 
Infatti in presenza di familiari e di pazienti in fase terminale dotati di green pass, non dovrebbe esservi alcun rischio effettivo, né per i congiunti, né tanto meno per il paziente, già in fine vita, che può solo avvantaggiarsi dalla vicinanza protratta dei propri cari.
 
Il rischio per il malato (morente) è certo nullo e per i familiari non è maggiore di quello di mangiare in un ristorante al chiuso (possibilità per cui tanti si sono battuti).
 
Occorrerebbe una disposizione univoca nazionale, che prenda atto, anche in questi casi, dei vantaggi consentiti dal green pass; infatti non si sa veramente più cosa a dire a quei malati, già assistiti a domicilio con la vicinanza costante dei propri cari, che una volta trasferiti in setting residenziale (hospice ma non solo) per meglio gestire un fine vita difficile, si trovano però, nonostante la camera singola e le doppie vaccinazioni di tutti, a non poter più godere della piena vicinanza dei propri congiunti proprio nel momento in cui ne avrebbero più bisogno.
 
Marco Ceresa
Medico

01 settembre 2021
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