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Ospedali Lazio. Venduti e riaffittati tutti per 30 anni per fare cassa e pagare i debiti Asl. Corte Conti: “archetipo di evento produttivo di squilibri strutturali di bilancio”. Affitti fino al 2033, anche per il San Giacomo chiuso dal 2008

L'operazione San.Im., così si chiama dal nome della Spa regionale costituita ad hoc nel 2002 per iniziativa dell'allora presidente Storace. L'obiettivo era fare cassa vendendo le strutture per riaffittarle. Ma l'onere dei canoni di affitto dei 49 ospedali coinvolti peserà sulla Regione per 85 milioni all'anno fino al 2033. Tra questi il San Giacomo, chiuso però da anni senza che si sia riusciti a riciclarlo in altre funzioni. A 13 anni di distanza, l’assessore al Bilancio Alessandra Sartore ci spiega pro e contro di questa vicenda che peserà sulla Regione per altri 17 anni e che la Corte dei Conti definì “irragionevole”

07 MAR - L’ospedale San Giacomo è chiuso dal 2008. Ma costa alla Regione Lazio circa 2 mln di euro all’anno. E potrebbe andare così fino al 2033, con la Regione che alla fine avrà pagato 34 milioni di euro per un ospedale abbandonato. Questo perché sul San Giacomo, ed ad altri 48 ospedali pubblici laziali, pesa il canone di affitto di cui la Regione Lazio si è fatta carico nel 2003, quando l’allora governo regionale guidato da Francesco Storace realizzò una operazione di vendita e riaffitto degli ospedali pubblici, con cartolarizzazione dei crediti connessi al pagamento di canoni di affitto trentennali, per trovare copertura finanziaria alla quota di propria competenza dei disavanzi accumulati sino al 2001.

Nel dettaglio, era il giugno 2002 quando, con la Legge Regionale 16/01, la Regione Lazio creò la San.IM. Spa, una società interamente posseduta dalla Regione Lazio, quale strumento per immettere liquidità nel sistema delle aziende sanitarie regionali e contribuire alla copertura dei disavanzi.

Nello stesso anno San.Im. avrebbe dovuto comprare dalle Asl e dalle Aziende Ospedaliere regionali 56 complessi ad un prezzo pari a 1.949 milioni di euro, poco meno di 2 miliardi, stipulando contestualmente con le aziende venditrici contratti di affitto trentennali degli immobili, con opzione di riacquisto dei cespiti medesimi al termine del contratto di affitto, ad un valore simbolico di 1 euro.

 
La compravendita, però, era sottoposta a condizione risolutiva: gli immobili per i quali, entro il 31 dicembre 2003, San.Im non avesse pagato il prezzo di acquisto, sarebbero automaticamente rientrati nella piena proprietà delle Asl, cosa accaduta per 7 strutture. San.Im, infatti, avrebbe dovuto raccogliere le risorse finanziarie necessarie al pagamento del prezzo d’acquisto mediante l’operazione di cartolarizzazione dei crediti derivanti dai contratti di affitto, che aveva ceduto ad una società veicolo (Cartesio) che aveva emesso titoli sul mercato dei capitali, utilizzando i proventi dell’emissione per pagare a San.Im. i crediti ceduti. Ma l’emissione di titoli da parte di Cartesio venne realizzata per un importo inferiore al valore complessivo del patrimonio inizialmente trasferito.
 
Alla fine del 2003, dunque, 7 ospedali rientrarono nella proprietà delle Asl e il valore dell’operazione, al netto dei cespiti retrocessi, scese a 1,3 miliardi.

Oggi sono passati 13 anni dalla vendita di questi ospedali. Neanche la metà di quelli previsti nell’operazione San.Im, che vedrà la Regione impegnata a pagare i canoni d’affitto fino al 2033. Per riscattare le altre strutture (49), da qui al 2033, la Regione pagherà circa 85 mln di canoni di affitti all'anno (vedi i dati del bollettino dell'Osservatorio sul debito regionale della Regione Lazio di febbraio 2017). Considerato un valore medio dei canoni annui di circa 85 milioni di euro (confronta la Relazione della Corte dei Conti del 2009), si può stimare che alla fine dei 30 anni di impegno la Regione avrà pagato oltre 2,5 miliardi di euro di canoni.
 
Apparentemente, dunque, tra guadagni alla vendita e spese per i canoni d'affitto la Regione, a termine di tutta l'operazione, sembrerebbe averci rimesso 1 miliardo di euro. Ma l'assessorato al Bilancio della Regione mette in guardia da una valutazione del genere: “Bisogna tenere conto che l’operazione non nasce come operazione di compravendita immobiliare, ma come modalità di finanziamento, per ricapitalizzare i disavanzi finanziari in ambito sanitario. Inoltre, in termini finanziari è necessario attualizzare i flussi finanziari futuri, soprattutto se si considera una operazione di durata trentennale. Quindi, per determinare gli oneri, non è corretto confrontare un flusso del 2003 con dei flussi relativi al periodo 2003-2033, senza scontare i flussi medesimi”, ci spiega.
 
Che tuttavia non si sia trattato di un’operazione vantaggiosa per la Regione, lo dice chiaramente la Corte dei Conti nel 2009. Nella Relazione di quell'anno sulla Gestione delle risorse statali destinate alla riduzione strutturale del disavanzo del servizio sanitario nazionale I giudici contabili sono durissimi nei confronti della vicenda San.Im, affermando che “l’insostenibilità finanziaria di una simile operazione” appare “evidente” e che la stessa operazione “può essere assunta ad archetipo di evento produttivo di squilibri strutturali di bilancio, dal momento che, fin dall’inizio, essa non presentava la creazione di alcun valore attivo, in grado di bilanciare la grave diminuzione patrimoniale conseguente alla vendita di tutti gli ospedali del Lazio. Per di più, tale irragionevole operazione veniva perseguita al fine di coprire deficit pregressi con una evidente ed intrinseca connotazione patrimoniale negativa”.

E ancora: “Sotto il profilo dell’equilibrio finanziario – rilevavano i giudici contabili nel 2009 -, è da sottolineare come la nuova liquidità sia andata a coprire non meglio precisati e quantificati oneri pregressi al 2001, senza alcun effetto strutturale sul rapporto costi-ricavi delle singole aziende, il cui andamento  è rimasto deficitario, ripetendo e riaccumulando, in breve periodo, il dissesto cui si voleva porre rimedio”.

Per la Corte dei Conti, inoltre, “emerge inequivocabilmente - in vicende  come quella in esame - la sproporzione tra le parti contraenti, quella pubblica e quella bancaria: da un lato, la penuria dei requisiti di competenza ed esperienza specifica dei funzionari dell’Amministrazione coinvolti nella rappresentanza organica del proprio Ente, dall’altro la tendenza degli istituti di credito a non assumere alcun rischio delle operazioni, fidando sul positivo rating che deriverebbe dalla qualità pubblica della controparte, finiscono per generare ipotesi fortemente onerose e inevitabilmente ricadenti sulle collettività presenti e future”.
 
A distanza di 13 anni dall'avvio della vicenda, e di 8 anni dalle considerazioni della Corte dei Conti, abbiamo chiesto l'opionione dell’assessore al Bilancio, Patrimonio e Demanio della Regione Lazio, Alessandra Sartore.

Assessore, a oltre 10 anni dal suo avvio, qual è il bilancio dell’operazione San.Im/Cartesio?
La Regione Lazio ha costituito nel corso del 2002 la società San.Im. S.p.A., ad intero controllo regionale, quale strumento per immettere liquidità nel sistema delle aziende sanitarie regionali e contribuire alla copertura dei disavanzi accumulati fino al 2001.
L’anno successivo fu costruita un’operazione di cartolarizzazione (sale&lease back) con l’obiettivo principale di evitare la contabilizzazione dell’operazione come debito regionale (contabilizzazione “off balance”). Il riconoscimento di questa operazione come indebitamento a carico della Regione avrebbe infatti comportato il peggioramento del rating di una regione dinamicamente presente sul mercato nonché una forte limitazione dello spazio di manovra per finanziare investimenti regionali.
Successivamente, anche sulla scorta delle disposizioni di cui all’articolo 3 della L. 350/2003, che hanno ricompreso positivamente anche le operazioni di cartolarizzazione nel novero dell’indebitamento pubblico, l’operazione è stata poi ricompresa nel debito regionale.

Quali criticità avete riscontrato?
Guardando l’operazione con occhio critico a distanza di oltre un decennio, due aspetti potrebbero essere oggetto di critica: la rigidità del sistema di vincoli e garanzie stabiliti della copiosa documentazione contrattuale sottoscritta con il mercato finanziario e l’onerosità legata tanto al tasso dell’indebitamento.
Con la sottoscrizione dell’operazione Sanim, infatti, è stato cristallizzato per trent’anni il patrimonio immobiliare sanitario vincolato all’operazione: i 56 immobili legati all’operazione erano complessi ospedalieri nel 2003, ma non necessariamente lo sono attualmente o lo saranno  fino alla scadenza dell’operazione (2033). Il caso dell’Ospedale San Giacomo è, in tale contesto, quello di maggiore rilievo. Dal 2008 è venuta meno la destinazione sanitaria del bene. Al fine di consentire una equa valorizzazione di cespiti che attualmente si trovano “cristallizzati” nell’ambito della struttura contrattuale di San.Im, è tuttavia necessario acquisire un accordo nell’ambito dell’assemblea degli obbligazionisti che detengono i titoli collocati.
Rispetto all’onerosità della struttura San. Im., il tasso medio dell’operazione, pari a circa il 5,69% annuo, è circa 100 basis points superiore al tasso swap (marzo 2003) di un’operazione con equivalente vita media.  

La Regione ha valutato la possibilità di rimettere in funzione l’ospedale San Giacomo per far fruttare le risorse ancora impegnate per il mantenimento della struttura stessa, o è un’ipotesi che non può essere presa in considerazione?
A nostro avviso, coerentemente con quanto previsto dalla Giunta Regionale nel 2008, non vi sono le condizioni logistiche e infrastrutturali necessarie per riaprire il San Giacomo come struttura ospedaliera. Al contempo, non è tuttavia possibile lasciare tale immobile cristallizzato nei vincoli finanziari di Sanim per altri dodici anni. Il San Giacomo richiede infatti importanti e profondi interventi di ristrutturazione e riqualificazione, che possono essere individuati nell’ambito di forme di valorizzazione che tengano conto della storia e della tradizione di questo importante bene.
Proprio per questo motivo, abbiamo attivato un percorso di confronto con i principali detentori delle obbligazioni riferite all’operazione Sanim, con l’obiettivo di individuare un accordo che consenta lo svincolo di tale bene dall’insieme di garanzie collaterali dell’operazione.
 
A conti fatti, alla fine dell'operazione, la Regione ci avrà guadagnato o rimesso?
Bisogna tenere conto che l’operazione non nasce come operazione di compravendita immobiliare, ma come modalità di finanziamento, per ricapitalizzare i disavanzi finanziari in ambito sanitario. Inoltre, in termini finanziari è necessario attualizzare i flussi finanziari futuri, soprattutto se si considera una operazione di durata trentennale. Quindi, per determinare gli oneri, non è corretto confrontare un flusso del 2003 con dei flussi relativi al periodo 2003-2033, senza scontare i flussi medesimi.
 
Lucia Conti

07 marzo 2017
© Riproduzione riservata


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