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Diabete. Chi dorme bene lo evita

Uno studio dell’Università di Chicago dimostra per la prima volta perché perdere ore di sonno, può portare al diabete. Dormire poco altera tutta una serie di meccanismi ormonali, che provocano un aumento degli acidi grassi circolanti. Si induce uno stato di insulino-resistenza, anticamera del diabete di tipo 2. Al contrario, dormire un adeguato numero di ore per notte, rimette tutto a posto

20 FEB - Diversi studi epidemiologici, da vari anni a questa parte, suggeriscono che perdere ore di sonno, può portare al diabete. E adesso, uno studio del University of Chicago Medical Center  spiega anche perché.
 
“Studi epidemiologici condotti sulla popolazione generale – spiega Esra Tasali, professore associato di Medicina presso l’Università di Chicago e autrice senior dello studio – hanno evidenziato una correlazione tra la restrizione delle ore di sonno, l’aumento di peso e il diabete di tipo 2. Studi di laboratorio, come il nostro, stanno gettando luce sui meccanismi in grado di spiegare questo fenomeno”.
Ed è proprio l’università di Chicago ad aver descritto per la prima volta, circa 15 anni fa, la correlazione esistente tra la carenza di sonno, la comparsa di resistenza insulinica e un aumentato rischio di diabete di tipo 2.
 
Questo pubblicato su Diabetologia, organo ufficiale dell’EASD (European Association for the Study of Diabetes), è però  il primo studio ad aver esaminato le ricadute della mancanza di sonno sul livello degli acidi grassi liberi nel sangue, confermando così che la deprivazione di sonno, una condizione sempre più frequente tra i giovani e non solo, provoca un’alterazione del metabolismo dei grassi e riduce l’efficienza dell’insulina nel regolare i livelli di glicemia.

 
Per lo studio sono stati arruolati 19 volontari maschi in buona salute, di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Nella prima parte dello studio, venivano fatti restare a letto per 8,5 ore (e dormire per una media di 7,8 ore) per 4 notti di seguito. Dopo un mese, venivano di nuovo convocati per la seconda parte dell’esperimento, nella quale veniva permesso loro di restare a letto per 4,5 ore (e dormire in media 4,3 ore) per 4 notti consecutive.
 
I partecipanti allo studio sono stati sottoposti ad un attento monitoraggio del sonno e della dieta; sono stati inoltre sottoposti a prelievi di sangue (per il dosaggio di acidi grassi liberi, GH, glicemia e insulinemia, noradrenalina e cortisolo) ogni 15-30 minuti per 24 ore, a partire dalla sera della terza notte di ognitranche dello studio. Dopo la quarta notte di entrambi i segmenti dello studio, i volontari venivano sottoposti ad un test di tolleranza glucidica per via endovenosa.
 
I ricercatori americani hanno così dimostrato che la restrizione delle ore di sonno provoca un aumento del 15-30% degli acidi grassi liberi circolanti a tarda notte e nelle prime ore del mattino e che l’aumento notturno degli acidi grassi (dalle 4 alle 6 del mattino) correlava con un aumento dell’insulino-resistenza (biomarcatore di una condizione nota come ‘prediabete’), che si manteneva per circa 5 ore. Sebbene i livelli di glicemia si mantenessero stabili per tutta la durata dello studio, la capacità dell’insulina di regolare la glicemia, si riduceva del 23%  circa dopo una notte semi-insonne, fatto che configura uno stato di ‘insulino-resistenza’, quale quello che si osserva nelle prime fasi del diabete di tipo 2. Fintanto che i livelli di acidi grassi circolanti rimangono elevati infatti, l’insulina non riesce a svolgere in maniera ottimale il suo compito di regolare i livelli di glicemia.
 
La carenza di sonno provocava inoltre anche una prolungata secrezione notturna di GH e un aumento di noradrenalina circolante; entrambi queste condizioni contribuiscono all’aumento degli acidi grassi liberi.
Il mancato riposo notturno può dunque determinare, attraverso vari meccanismi, un’elevazione degli acidi grassi liberi nel sangue e portare ad una condizione di pre-diabete temporanea, anche in giovani in buona salute.
 
Gli acidi grassi liberi, esterificati e non, rappresentano un’importante fonte di energia per gran parte dei tessuti dell’organismo. Durante uno sforzo fisico, ad esempio vengono utilizzati come combustibile dai muscoli scheletrici e cardiaco e questo permette di risparmiare glucosio per il cervello. Livelli costantemente elevati di acidi grassi liberi però si osservano solo negli individui obesi, in quelli con diabete di tipo 2 e nelle malattie cardiovascolari.
 
Ma allora, per contrastare la pandemia di diabete e obesità che sta imperversando in tutto il mondo, basterebbe solo consigliare a tutti di dormire meglio e un po’ di più?
“Questo studio – commentano Jonathan Jun e Vsevolod Polotsky della Johns Hopkins University School of Medicine, autori di un editoriale pubblicato sullo stesso numero di Diabetologia – apre la porta ad una serie di domande intriganti”. Ad esempio, è possibile che le variazioni delle risposte individuali alla scarsità di sonno, possano spiegare la suscettibilità alle conseguenze metaboliche? O ancora, l’alterazione del metabolismo degli acidi grassi potrebbe rappresentare un’ipotesi unificante in grado di spiegare la correlazione tra i vari disturbi del sonno e la sindrome metabolica? E soprattutto, perché i medici non fanno di routine ai loro pazienti domande sulla qualità e quantità del loro sonno?
 
La ricerca dell’Università di Chicago in conclusione fornisce ulteriori prove circa l’esistenza di meccanismi in grado di spiegare perché la riduzione delle ore di sonno provochi insulino-resistenza e aumenti il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2. Rafforza inoltre l’ipotesi che la carenza di sonno possa alterare il metabolismo lipidico.
 
Ma soprattutto suggerisce che spiegare alla gente quanto sia importante che dormire bene e a sufficienza rappresenti un intervento facile da mettere in pratica, ma allo stesso tempo di grande efficacia nel contrastare la dilagante pandemia di diabesità.
 
Maria Rita Montebelli

20 febbraio 2015
© Riproduzione riservata


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