Speciale diabete EASD/7. La carenza due enzimi rende le staminali adipose più propense ad accumulare grasso

Speciale diabete EASD/7. La carenza due enzimi rende le staminali adipose più propense ad accumulare grasso

Speciale diabete EASD/7. La carenza due enzimi rende le staminali adipose più propense ad accumulare grasso
L’interessante scoperta, frutto della ricerca italiana, presentata a Stoccolma al congresso della European Association for the Study of Diabetes, potrebbe portare a nuove terapie anti-obesità. Infatti, la supplementazione di SIRT-1 e SIRT-2, i due enzimi anti-grasso, in modelli sperimentali ha prodotto un ricondizionamento delle staminali del grasso degli obesi, rendendole simili a quelle dei soggetti magri, meno portate ad accumulare grasso.

Le cellule staminali del grasso viscerale degli obesi sono particolarmente ‘vocate’ all’accumulo di grasso, in quanto carenti di due enzimi, SIRT1 e SIRT2. La scoperta del gruppo del professor Francesco Giorgino, ordinario di Endocrinologia dell’Università di Bari e membro della Società Italiana di Diabetologia (SID), è stata presentata a Stoccolma al congresso dell’EASD e apre dunque la strada alla possibilità di ‘riprogrammare’ le cellule staminali ‘vocate’ al grasso, innalzando la concentrazione di queste due proteine e facendole così ‘scendere di taglia’.
 
L’obesità è una condizione caratterizzata da un’eccessiva espansionedella massa grassa, conseguenza di due distinti meccanismi fisiopatologici: da una parte l’aumento di volume degli adipociti (lipogenesi), dall’altra l’aumento del numero di adipociti (adipogenesi). Studi recenti hanno dimostrato che due enzimi –SIRT1 e SIRT2 – giocano un ruolo importante nella regolazione della differenziazione degli adipociti e nel metabolismo lipidico, in alcuni modelli sperimentali animali.
 
Una ricerca condotta dal dottor Sebastio Perrini, del gruppo del professor Giorgino, dipartimento di Endocrinologia dell’Università di Bari– ha valutato il ruolo di SIRT1 e SIRT2 nella differenziazione delle cellule staminali adipose umane in adipociti maturi. Per lo studio sono stati reclutati 79 soggetti magri e 89 obesi, tutti non diabetici ed esenti da patologie di rilievo, con l’eccezione dell’ipertensione arteriosa. Tutti sono stati sottoposti a biopsia di tessuto adiposo addominale sottocutaneo e viscerale; da questo materiale sono state quindi isolate cellule staminali adipose, successivamente differenziate in vitro in adipociti maturi.
 
Dallo studio è emerso chiaramente che le cellule staminali del grasso viscerale dei soggetti obesi mostrano una maggiore tendenza a differenziarsi in cellule adipose mature, cioè a generare tessuto adiposo. Questa loro caratteristica dipenderebbe da una bassa concentrazione dei livelli degli enzimi SIRT1 e SIRT2. Per provare la loro ipotesi, i ricercatori hanno sottoposto le cellule staminali di un soggetto magro, con normali livelli di SIRT1 e SIRT2, ad una tecnica di ingegneria genetica, finalizzata a ridurre i livelli di SIRT1 e SIRT2. In questo modo è stato possibile osservare che queste cellule adipose viscerali acquisivano le stesse caratteristiche delle cellule del soggetto obeso: cominciavano cioè ad accumulare più lipidi e aumentavano la propria capacità di differenziazione in cellule adipose mature.
 
Al contrario, andando ad aumentare i livelli di SIRT1 e SIRT2 nelle cellule staminali viscerali del soggetto obeso, si riusciva a frenare la loro propensione all’accumulo di lipidi e alla differenziazione in cellule adipose mature. L’aumento di SIRT1 e SIRT2 insomma sarebbe in grado di ‘ricondizionare’ il comportamento delle staminali viscerali degli obesi, rendendole simili a quelle isolate dai soggetti magri.
 
“Il nostro studio – afferma il dottor Perrini – ci aiuta a comprendere meglio i meccanismi che regolano lo sviluppo del tessuto adiposo, e potrà consentire di elaborare strategie farmacologiche mirate, in grado di controllare l’espansione del tessuto adiposo e le patologie associate alla obesità ed al sovrappeso”.
 
Sovrappeso e obesità interessano rispettivamente il 50% e il 20% circa della popolazione adulta in molti Paesi occidentali e rappresentano un importante fattore di rischio per lo sviluppo di patologie cardiovascolari e metaboliche come il diabete.
 
“L'organizzazione della società – commenta Enzo Bonora, presidente SID – è tale da farci ritenere che modifiche durature del proprio stile di vita, nella convinzione che questo sia utile per la propria salute, saranno applicate da una minima parte dei soggetti ai quali queste modifiche sono raccomandate. Da qui la necessità di agire con altri strumenti terapeutici e la ricerca di farmaci anti obesità. Questi sono stati mirati finora soprattutto per cercare di ridurre il senso di fame e/o aumentare il metabolismo. E i risultati sono stati fino ad oggi piuttosto deludenti. Forse vanno cercate altre strade. Ad esempio un’azione diretta per inibire la crescita del grasso corporeo. Percorrere queste strade richiede informazioni come quelle generate da studi come questo che mira ad individuare  i meccanismi di crescita del grasso, soprattutto quello più ‘cattivo’ in sede viscerale.

17 Settembre 2015

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