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Farmaci. Trasparenza dei costi o dei prezzi? 

Di fronte alla mozione italiana all’OMS, di cosa stiamo davvero parlando? Stiamo parlando in realtà, qui la furbata semantica, di ricerca della trasparenza dei costi non dei prezzi. Costi sostenuti dalle Imprese per i propri farmaci sono per ricerca, sviluppo, produzione, marketing, distribuzione, amministrazione, oneri finanziari, ecc., in economia cosiddetti COGS (Cost of Goods Sold)

29 MAG - Ieri l'Organizzazione Mondiale della Sanità riunita a Ginevra ha adottato la risoluzione proposta dall'Italia sulla trasparenza del prezzo dei farmaci, benché ridimensionandola ad esortazione agli Stati ma senza obblighi
 
Però i prezzi dei farmaci in Italia sono trasparenti che più di così non potrebbero essere. Li definisce AIFA negoziandoli con le Imprese e sono pubblicati in Gazzetta Ufficiale.
 
A volte le due parti concordano un “non transparent discount”, uno sconto non pubblicato, ma sempre appunto deciso con AIFA nella stessa sede negoziale (CPR – Commissione Prezzi-Rimborsi). Prezzo scontato che diventa trasparente al primo acquisto di un ospedale pubblico o di una farmacia (trasparenti)
 
Inoltre a livello locale, acquisti regionali o locali, come faceva correttamente notare qui su QS Andrea Messori, le strutture pubbliche hanno l’obbligo di legge di pubblicare sui propri organi i risultati di gare e trattative, quindi anche lì totale trasparenza.

 
Viene quindi da chiedersi, di fronte alla mozione italiana all’OMS, di che stiamo davvero parlando?
 
Stiamo parlando in realtà, qui la furbata semantica, di ricerca della trasparenza dei costi non dei prezzi. Costi sostenuti dalle Imprese per i propri farmaci sono per ricerca, sviluppo, produzione, marketing, distribuzione, amministrazione, oneri finanziari, ecc., in economia cosiddetti COGS (Cost of Goods Sold).
 
Che sottratti al prezzo danno il profitto dell’Impresa. Conoscere i costi permetterebbe ad AIFA di costruire su essi il prezzo di rimborso (il punto era in uno dei primi programmi 5 Stelle e oggetto di varie dichiarazioni dell’allora deputata Grillo)
 
Va detto che proprio sui costi la richiesta italiana è stata smorzata, quasi diluita omeopaticamente, dall’assemblea OMS che l’ha ridotta ad esortazione di principio su produzione e ricerca
 
Due riflessioni sul calcolo dei costi. Prima riflessione: è corretto di un bene privato volere conoscere i costi sostenuti dal suo proprietario-produttore? Se vale per i farmaci, dovrebbe essere esteso a qualunque bene di consumo, dalle fettuccine, all’auto, al telefonino alla signorina sulla statale e così via.
 
Sarebbe complicato calcolarli e pure anticoncorrenziale pubblicizzarli, e probabilmente nel medio lungo termine anche inflativo, portando ad un aumento dei costi intermedi e quindi del prezzo finale. Il contrario di quanto si propone AIFA.
 
La seconda riflessione riguarda la fattibilità e l’attendibilità di un tale potenziale calcolo del costi. Cosa inserirci dentro relativamente a quel farmaco? Come calcolare l’impatto sul farmaco X dell’ammortamento degli uffici di Londra, o di Boston o di Milano o della mensa dell’impianto di produzione di Shentzen? O delle minusvalenze della borsa di Francoforte sul titolo? O dei costi dei fallimenti in R&D per altre molecole? O delle oscillazioni dei prezzi delle materie prime necessarie? E potrei andare avanti a lungo.
 
Ma posto anche che per decreto Imperiale s’imponga di rendere trasparenti questi costi dell’impresa, e qualche Nobel da Alfa Centauri ci aiuti a calcolarli esattamente, e quindi aggiungendo i profitti arrivare al prezzo di rimborso.
 
Quale sarebbe il giusto profitto da aggiungere “ope legis”? Il 10%, il 20%, il 90%? Uguale per tutti i farmaci e aree terapeutiche? Chi stabilisce e come il valore di “giusto” profitto? Qual è per il panettiere sotto casa? E per il produttore dello smartphone appena uscito? O per il gestore telefonico? O per il Top Manager dell’impresa dallo stipendio 500 volte quello di un suo operaio? O per il calciatore semi analfabeta tatuato anche dietro le orecchie? O per il medico specialista privato che ci visita?
 
Dai costi più il profitto “di legge” deriverebbe il prezzo da negoziare (a quel punto sarebbe meglio dire assegnare) da AIFA a quel farmaco. Economia pianificata, commenterà non stupito il colto e l’inclita. Ma così torneremmo ai fallimentari metodi CIP in auge fino al 1994, quelli di Poggiolini, tanto per capirci. Oggi dismessi ovunque (ne resta un residuo metodologico in Ungheria)
 
È il Metodo “Industriale”  di costruzione del prezzo, basato appunto sui costi, oggi da noi applicato alle commodities (luce, acqua, gas). E infatti i loro prezzi al consumo sono i più alti d’Europa e dell’OCSE (i nostri prezzi dei farmaci sono invece i più bassi, tanto per capirci di cosa stiamo parlando)
 
Oggi invece, in tutto il mondo, i prezzi dei farmaci vengono definiti sul metodo “marginalista”, basato sul valore offerto dal bene stesso (l’esempio più esplicativo è il Cost x QALY del NICE inglese) e quindi dalla “willingness to pay”, la disponibilità a pagare, dell’acquirente. Che nel nostro caso è l’AIFA come “agente” rappresentante la collettività.
 
Il prezzo finale della transazione (nel nostro caso quello concordato per la rimborsabilità) è il punto d’incrocio delle curve tra quello richiesto da chi vende (Impresa) e quello disponibile a essere speso da chi compra (AIFA). Si o no, “altra scelta non essere”, direbbe il Grande Maestro Yoda.
Ognuna delle controparti orientata dalle proprie esigenze, forze e debolezze, quelle private per l’Impresa, quelle pubbliche (accesso equo a nuove terapie ed efficiente allocazione delle risorse pubbliche) per AIFA
 
Insomma, è facile trovare ideolo(demago)gicamente facile consenso affermando petto in fuori e mento in alto che sulla sanità non si dovrebbe fare profitto o che deve essere entro limiti. Siamo in qualche milione in Italia a “guadagnare” sulla sanità, facendo il nostro lavoro, di solito bene e onestamente.
 
Affermare che sulla salute il profitto o il guadagno debbano essere in qualche modo calmierati è idea romantica e istintivamente condivisibile ma avulsa dall’economia di mercato, per quanto opportunamente regolamentata, in cui viviamo.
E che si trascina anche un paradosso: volere remunerare meno proprio chi offre il bene dal più alto valore individuale e collettivo, il miglioramento della salute.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

29 maggio 2019
© Riproduzione riservata


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