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A chi dare la precedenza? Riflessioni etiche sulle Raccomandazioni della Siaarti

di Mauro Cozzoli

L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile

19 MAR - Le “Raccomandazioni di Etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, elaborate dalla SIAARTI il 6 marzo, vanno considerate con attenzione. Sono degli orientamenti di aiuto ai medici in prima linea, sul fronte della lotta al coronavirus. Medici che vengono o possono venire a trovarsi in situazione estremamente critica e conflittuale per insufficienza di risorse disponibili a rispondere alle necessità cliniche. Insufficienza che si fa drammatica per carenza di posti salvavita in terapia intensiva.
 
Per cui si pone seriamente il problema “a chi dare la precedenza?”, che può significare “chi salvare?”. È proprio vero che la risposta morale, realmente umana, sia “chi arriva prima”, “first come, first served”? Principio assunto a criterio impersonale e indifferente di valutazione e giudizio, a prescindere dalla “posta in gioco”, come ha fatto in un’intervista a questo giornale del 16 marzo Andrea Manto, docente in una università pontificia di Roma, a commento della risoluzione della SIAARTI: «Il “first come, first served” – ha detto – è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali».

 
Insomma tutti in coda, secondo l’ordine di arrivo: alla “biglietteria” come in situazione “cruciale”, quella ingenerata dalla pandemia del coronavirus, dove si tratta di salvare vite e, non potendo di fatto salvarle tutte, essere “costretti” a decidere quale o quali salvare. Che virtù è una giustizia incapace di discernimento delle situazioni? Una giustizia pilatesca.
 
La morale in queste situazioni fa appello a un discernimento in scienza e coscienza, persona per persona, assumendo a criterio di valutazione e decisione il massimo di vite che si possono salvare e di vita che si può assicurare a una persona. Così, ad esempio, in caso di ammalati di coronavirus che necessitano con urgenza di terapia intensiva, possono darsi persone sane colpite dal virus, cui la terapia intensiva può consentire la guarigione piena e in tempi brevi di degenza in tale terapia; e persone affette da gravi patologie aggiuntive che necessitano invece di tempi molto lunghi e con basse o nulle probabilità di sopravvivere. È umano, è eticamente ragionevole in questo caso dare la precedenza a coloro che possono beneficiare di più e in numero maggiore (per i tempi più brevi di occupazione del posto in terapia intensiva).
 
Anche in altri campi di valutazione e decisione medica ci si regola in questo modo. Come in quello della medicina dei trapianti: supponiamo di trovarci in presenza di due pazienti – un novantenne, affetto anche da altre malattie, e un cinquantenne, senza altre patologie – che necessitano di trapianto, ma si dispone di un solo organo trapiantabile. Logica vuole che lo si impianti a chi riceve più benefici e a più lunga durata di vita. Questa è ragionevolezza bioetica. Non si discriminano le persone, si valutano le possibilità di vita. Coinvolgendo, nei limiti del possibile, le stesse persone e i loro familiari – come indicano le raccomandazioni della SIAARTI – nella valutazione e decisione. Anche il principio di proporzionalità, cui ci rifacciamo in bioetica per distinguere tra cure dovute e cure non dovute o non più dovute a un ammalato, si regge su questa valutazione.
 
Questo per dire che non è in questione, non è messo in discussione il valore della vita. Le raccomandazioni della SIAARTI lo dicono espressamente: «Non si tratta di compiere scelte meramente di valore». Non si vuole veicolare una concezione discriminatoria della vita, volta a distinguere tra vite che valgono e meritevoli di cure e vite che non valgono e non meritano o valgono meno e meritano meno.
 
È in questione la salvaguardia della vita «in condizioni eccezionali» di sproporzione tra necessità e risorse disponibili, per curarla in maniera più soddisfacente e durevole possibile e in numero più elevato di persone. Certo è auspicabile, e bisogna fare tutto il possibile, che quella sproporzione non si verifichi, in modo da curare tutti.
 
Ma laddove si verifica non la si può eludere, come fa nella sua risposta alla SIAARTI il presidente della FNOMCEO, FilippoAnelli, con affermazioni di principio: «per noi tutti i pazienti sono uguali e vanno curati senza discriminazioni»; o con auspici: «non possiamo permettere che si verifichino gli scenari prospettati dalla SIAARTI». Dichiarazioni sacrosante ma evasive. «Non possiamo permettere», egli dice, ma intanto quegli «scenari» si stanno verificando, diventano fatti. «Il suo – osserva il Prof. Maurizio Mori – è un auspicio che, scaldando i cuori, fa evaporare il senso di realtà».
 
Ciò non toglie che le raccomandazioni della SIAARTI abbiano dato luogo a letture in senso valoriale e qualitativo. Come quella del Prof. Mori (già citato) che trova nella dichiarazione della SIAARTI un contributo dato ai sostenitori, come lui, del principio di “qualità della vita”. Principio che distingue tra vite che valgono o valgono di più e vite che non valgono, che non valgono più o che valgono meno, e che sono per ciò stesso subordinabili alle prime.
 
Per cui non solo non fa questione privilegiare le prime sulle seconde, ma è doveroso assumere il metro della “qualità della vita”, sia presente sia prevedibile, come criterio di priorità. Mori trasferisce un criterio etico valido sul piano situazionale – in una situazione emergenziale, conflittuale, eccezionale – lo trasferisce sul piano trascendentale del valore della vita e conclude con la non-eguaglianza dei viventi umani. «L’aspetto più nuovo delle Raccomandazioni SIAARTI – egli scrive – è che mette in discussione l’eguaglianza». Questa è una induzione impropria. Ma Mori la compie a legittimazione della distinzione, che lui fa, tra vita biologica e vita biografica, per la quale la qualità di una vita è costituita dallo status biografico, che può essere inficiato da una condizione biologica deficitaria.
 
Che l’etica in situazione – nel qui e ora di una contingenza – non possa assicurare tutto il bene, che debba accontentarsi di un bene parziale come la scelta più logica e umana, non toglie nulla alla purezza e alla totalità del bene, del bene della vita. L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile.
 
Mauro Cozzoli
Professore di Teologia Morale nella Pontificia Università Lateranense e nell’Accademia Alfonsiana in Roma, Docente al Master di Bioetica dell’Università di Torino (Direttore il Prof. M. Mori), Assistente spirituale dei medici di Roma

19 marzo 2020
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