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Se il sesso diventa solo virtuale. Il Cybersex e la ricerca del piacere perduto ai tempi della Covid

di Anna Paola Lacatena

Se sesso e rete, compongono un connubio quanto mai vincente in queste giornate di isolamento forzato, attenzione alle conseguenze che lo stesso può determinare, prima fra tutte la cosiddetta cybersex addiction. Il surrogato affettivo-sessuale al tempo della relazione negata, del corteggiamento mistificato, dell’intimità da esibire può determinare infatti una vera e propria dipendenza con craving. Desiderio impulsivo applicabile non solo rispetto ad una sostanza stupefacente (legale o illegale) ma anche ad un comportamento gratificante senza sostanza

10 APR - Sono 1,7 miliardi le persone che nel giro di pochi giorni nel mondo si sono trovate chiuse in casa nel tentativo di tenere sotto controllo la diffusione del contagio da Covid-19. Il lockdown ha avuto un impatto notevole anche sulle reti di telecomunicazione, rallentandone velocità e connettività. Basti pensare che un'ora di film in HD "pesa" circa 3 GB di dati contro 1 GB per la risoluzione standard, una chiamata audio tra 0,2 e 0,7 MB al minuto, una videochiamata tra 1 e 10 MB al minuto a seconda della risoluzione. Nel nostro Paese già da fine febbraio si è registrato un consistente incremento dell'utilizzo del WiFi a scapito delle reti mobili, dunque, molto prima che entrasse in vigore il Dpcm dell'11 marzo 2020.

Utile come un bene di prima necessità, la rete è oggi il presidio a difesa del lavoro con lo smart working, dell’istruzione con l’e-learning, degli affetti con le telefonate e le video-chiamate. È la modalità garantita per mantenere i contatti con il resto del mondo senza rischi. Almeno apparenti.
Non facciamoci illusioni, in questi giorni di domiciliazione coatta, quanti condividono gli spazi anche solo con un’altra persona, hanno sentito almeno una decina di volte pronunciare la frase “… stai sempre con il cellulare in mano!”, alternata all’altrettanto frequente ingiunzione “… e staccati ogni tanto da quel computer!”. Poco importa da chi venisse il monito, le parole sono riecheggiate per longitudini e latitudini planetarie.


Nell’era della sbornia antropocentrista filotecnologica, per alcuni studiosi cofattore della stessa emergenza da Coronavirus, potrebbero emergere, nella sottovalutazione generale, ulteriori questioni.
Nel 2019 sono state contate, infatti, oltre 42 miliardi di visite sul sito del portale leader del settore del traffico web per adulti di alta qualità, Pornhub. In pratica ogni giorno sono stati registrati 115 milioni di accessi, con ben 7 milioni di nuovi video hard caricati (3 ore di filmati al minuto).
Va segnalato, poi, che Pornhub è utilizzato, alla stregua di altri social media anche per inviare messaggi.
A tal proposito sono stati oltre 70 milioni i messaggi scambiati tra utenti, oltre 11,5 milioni i commenti pubblicati sui video e ogni minuto si sono attivate 343 richieste di amicizia.
Anche le console di gioco vengono sfruttate per connettersi a Pornhub: il 51% dei videogamers usa la Playstation e il 35% l’Xbox.

Attualmente la pornografia “è oggetto di un mercato accessibile a tutti, un mercato di massa. È diventata un prodotto da supermercato” (Ovidie, 2002, p. 53). E si sa che al supermercato si può andare anche in questi giorni di reclusione da Covid-19…

L’Italia è settima al mondo per traffico dati giornaliero, scalando una posizione rispetto al 2018. Non è difficile intuire come siano gli Stati Uniti a capeggiare la classifica, seguiti dal Giappone e dall’ l’Inghilterra, scesa dal podio nel 2019.

La ricerca più digitata dagli italiani è stata “milf” (ovvero donne mature che fanno sesso con ragazzi più giovani, evitando di andare alla traduzione letterale dell’acronimo anglo-americano). Per l’orgoglio dell’uomo italiano, al secondo posto il termine più cliccato è stato “italians”.
Tra le prime 20 città del mondo per video visti, scaricati e scambio di messaggi ci sono Roma (undicesima) e Milano (14esima). Le prime cinque posizioni sono occupate da New York, Londra, Parigi, Los Angeles e Chicago. In Italia la media tempo di connessione si aggira sui 10 minuti e 7 secondi, con un 30% di consumatrici donne. La media mondiale al femminile è del 31 per cento con costanti incrementi negli ultimi anni e una media tempo di appena 23 secondi in più rispetto agli accessi degli uomini.

Se la media dell’età dell’utente tipo nel mondo si attesta intorno ai 36 anni (però il 61% del traffico è generato da 18-35enni e gli over65 sono l’11%), prediligendo la domenica e la fascia oraria che va dalle dieci di sera a mezzanotte, in Italia la media sale a 39 anni. Il Festival di Sanremo, nella serata del 5 febbraio, ha fatto registrare un calo del 5% nel traffico sui siti porno, così come numerosi eventi mondiali hanno portato il crollo sino al 40%. Considerato che lo sport è fermo in tutto il mondo, le preoccupazioni si accentuano…

Dati da capogiro, dunque, che fanno crescere il valore (?) dei domini. “Sex.com” è stato valutato come il più costoso di tutti i tempi: nel 2006 è stato acquistato per circa 14 miliardi di dollari, diventando nel giro di poco più di tre anni, mutuato il nome ammiccando a Youtube, il sito porno più popolare al mondo.

Dal 2010 si affaccia sul web una nuova modalità di condivisione ludico-erotica virtuale, che permette non solo di guardare e condividere espressioni di piacere, ma anche di promuovere una sorta di vetrina personale erotica in tutto il mondo. È il caso di un altro noto portale, Chaturbate, ove tra l’altro è possibile attraverso lo scambio di token (gettone) o tips (mance) supportare il proprio gradimento a suon di denaro.
Il Rapporto Censis-Bayer, presentato in Senato il 23 maggio 2019 ha evidenziato a proposito del nostro Paese come il 61,2% degli italiani tra i 18 e i 40 anni, guarda video porno da solo mentre il 25,2% lo fa in coppia. Il 37,5% pratica il sexting (l'invio tramite smartphone di immagini e testi sessualmente espliciti).

È il web, dunque, a dettare tempi e modalità alla sessualità impattando fortemente sull’immaginario collettivo sia dal punto di vista estetico che comportamentale inducendo, molto spesso, a condotte a rischio e, comunque disinformando.

La trasgressione sempre più di massa, accostamento ossimorico e il piacere sempre meno vis a vis, accostamento in questo momento non consentito anche da decreto – salve le convivenze - la dicono lunga su normalizzazione e istituzionalizzazione di ciò che dovrebbe auto riferirsi per ragioni di salvaguardia e tutela della privacy ma più ancora della propria intima soggettività.

Se sesso e rete, compongono un connubio quanto mai vincente in queste giornate di isolamento forzato, attenzione alle conseguenze che lo stesso può determinare, prima fra tutte la cosiddetta cybersex addiction. Il surrogato affettivo-sessuale al tempo della relazione negata, del corteggiamento mistificato, dell’intimità da esibire può determinare una vera e propria dipendenza con craving, secondo il DSM V (ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) da intendersi come desiderio impulsivo applicabile non solo rispetto ad una sostanza stupefacente (legale o illegale) ma, vedi fattispecie in questione, ad un comportamento gratificante senza sostanza.

Lo stesso manuale diagnostico getta le basi di un futuro riconoscimento della patologia, riportandolo al momento come “disordine ipersessuale”.
Le conseguenze intrapsichiche e fisiche calate come non mai nel contesto culturale ed emergenziale di questi giorni segnerebbero conseguenze da attenzionare con giustificata apprensione.

La facile eroticità veicolata dalle immagini, l’immensa quantità di offerta online (gratuite o a pagamento), il tempo a disposizione, l’estrema reperibilità del prodotto in un click, la possibilità di salvaguardare l’anonimato, rischiano in questi giorni di disseminare il cammino ideativo di categorie fragili (giovanissimi) - e non solo almeno all’apparenza - di significativi rischi.

Le categorizzazioni si distinguono, in un crescendo rispetto al rischio di sviluppare una dipendenza, in: gli utilizzatori ricreativi (Recreational Users), i compulsivi sessuali (Sexual Compulsives Users) e gli utilizzatori a rischio (At- Risk Users) (Cooper 1999, Cantelmi 2005, Lambiase 2010).
Sebbene, in ambito scientifico, per alcuni si dovrebbe ancora parlare di un disturbo ossessivo-compulsivo (Kingstone, 2008), mentre per altri di una sorta di mito in sé (Giles, 2006).

In ogni caso, al di là della possibile e puntuale identificazione clinica, Riemersma e Sytsma (2013) hanno coniato la definizione di «contemporary sexual addiction», restituendo al fenomeno il peso del contesto e della cultura.
Si tratterebbe, infatti, secondo i due studiosi di una vera e propria interazione continua e tossica tra tempi di esposizione, ripetitività del comportamento, contenuti e cultura dominante.

Secondo K.S. Young (2001) bisognerebbe, anche in chiave terapeutica, che la persona a rischio rivedesse il proprio rapporto con gli strumenti multimediali, riducesse i tempi di esposizione, ristabilisse relazioni significative offline, il tutto avviando un processo di auto-esplorazione in grado di ridisegnare un’immagine di sé migliore.

L’evidenza empirica in termini di dipendenza da sesso online non sembra coinvolgere un numero esiguo di persone, l’attuale entusiastica apertura verso un più ampio dominio dell’informatizzazione e del lavoro agile semina il sospetto circa un imminente aumento di tali problematiche (Orzack & Ross, 2000).

Se in ambito scientifico la dipendenza da sesso virtuale rivendica la propria legittima autonomia nosologica rischiamo di fornirgli incoraggianti sviluppi grazie alle limitazioni imposte dal Covid-19… il tutto a diffusione planetaria.

Anna Paola Lacatena
Sociologa e coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” della Società Italiana delle Tossicodipendenze (SITD)

 
Bibliografia
Becht O. (2002), Porno manifesto. Storia di una passione proibita, trad. it. di L. Paoli, Milano, Dalai, 2003, p. 43.
Goodman A. (1998). Sexual Addiction. An integrated approach. Madison: International Universities Press (trad. it. La dipendenza sessuale. Un approccio integrato. Roma: Astrolabio, 2005).
Orzack, M.H. & Ross, C.J. (2000). Should virtual sex be treated like other sex addictions? In A. Cooper (Ed.), Cybersex: The Dark Side of the Force, pp. 113-125. Philadelphia: Brunner: Routledge.
Riemersma, J., & Sytsma, M. (2013). A new generation of sexual addiction. Sexual Addiction & Compulsivity, 20, 306-322.
Young, K. S. (2001). Tangled in the Web: Understanding cybersex from fantasy to addiction. Bloomington, IN: Authorhouse.


10 aprile 2020
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