Dubini: metodi diversi ma risultati simili, troppi cesarei
Dottoressa Dubini, metodo Cedap e metodo Agenas? Quale dei due offre la reale situazione del cesareo in Italia?
Credo che entrambi gli approcci siano significativi, ma ciascuno, analizzando un fattore, ne trascura un altro. I dati dell’Agenas permettono di comprendere in quale strutture i ginecologi e le ostetriche sono più indirizzati al taglio cesareo, sicuramente non sempre supportato da ragioni cliniche. In questo modo, tuttavia, si perde di vista uno dei grandi obiettivi dell’Ostetricia, cioè l’incentivazione del parto naturale anche dopo un cesareo. In questo senso i dati Cedap permettono di avere un quadro delle Regioni con alte proporzioni di tagli ripetuti, ed anche questo è un elemento importante per una completa analisi dell’evento nascita.
Inoltre, il tasso di natalità di Regioni come la Campania oggi non è molto più alto che in altre Regioni. E a parità di figli per donna, il cesareo ripetuto non giustifica differenze sostanziali tra Regioni come la Lombardia e la Campania, ad esempio. Anzi, le aree dove oggi nascono più bambini sono quelle con la maggiore presenza di stranieri, tra cui molte città del Nord Italia.
Mi sembra, comunque, che i dati Cedap e quelli Agenas non si differenziano poi molto, a conti fatti. Entrambi evidenziando, al di là delle eccezioni, un maggiore ricorso al cesareo al Sud e un minore ricorso al Nord. All’Agenas va il merito di aver standardizzato i dati per un migliore confronto nazionale. E anche di aver rilevato alcune eccellenze là dove il dato generale registra, a livello regionale, un forte ricorso al cesareo. Nessuno, comunque, ha mai messo in dubbio che al Sud esistano strutture di eccellenza.
Ma se teniamo conto della media europea del 25%, la realtà italiana cambia considerevolmente perché il 29% nazionale registrato dall’Agenas non è poi così distante dalla media europea. Certo, questo dipende da quale sistema di valutazione è utilizzato in Europa…
Ogni Paese ha il suo metodo, ma per il confronto con gli altri Paesi europei il metodo più comunemente utilizzato è quello del totale di cesarei sul totale dei parti. Per avvicinarsi il più possibile a un confronto oggettivo, l’Italia deve considerare il 38% del sistema Cedap. Anche l’Europa, però, sta rivedendo le sue metodologie, per realizzare sistemi di valutazione su parametri standardizzati.
Sia il Cedap che l’Agenas evidenziano la tendenza a continuare, nel 90% dei casi, ad effettuare il cesareo sulle donne che si sono sottoposte in precedenza all'intervento. L'obiettivo importante di cui parlava, quindi, è ancora lontano dall'essere realizzato?
Anche in questo caso occorre evidenziare l’esistenza di alcune eccellenze, cioè di strutture che promuovono il parto naturale in presenza di un precedente cesareo, come peraltro suggerito dalle linee guida nazionali e internazionali. Ed è un punto sul quale insistere. È chiaro che se vogliamo lavorare per ridurre i parti cesarei, occorre incentivare la scelta di parti naturali successivi al cesareo. Clinicamente non c’è nessuna evidenza scientifica che suggerisca la ripetizione dell'intervento in assenza di complicazioni.
Indubbiamente esiste un problema cesarei in Italia, siano questi primari o ripetuti. Peraltro non giustificato da ragioni di sicurezza per la mamma e il nascituro, come evidenziano i dati stessi. La Campania, infatti, è una Regione che registra il più alto ricorso al cesareo, ma questo non si traduce nella più bassa mortalità neonatale. La salute del bambino non è legata alla procedura di parto, bensì alla qualità e all’organizzazione assistenziale.
L.C.
01 Settembre 2010
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