Dottor Giaccone, lei ha più volte richiamato l’attenzione sull’ottima prova che i farmacisti hanno tenuto nel corso della pandemia ma ha anche sottolineato un aspetto particolare del rapporto con la collettività…
Certamente in questa fase tutti i colleghi hanno dato il meglio di sé: non si sono risparmiati in nessuna situazione, hanno affrontato nuovi compiti e innovazioni strutturali, come la completa dematerializzazione delle ricette, in condizioni a volte drammatiche. Non dimentichiamo, per esempio, che la farmacia di comunità è da sempre il presidio con la maggiore accessibilità e siamo riusciti a conservare questa caratteristica rispettando nel contempo tutte le misure di prevenzione del contagio. Abbiamo davvero mantenuto la nostra funzione di primo presidio sul territorio e i cittadini, le nostre comunità l’hanno compreso e apprezzato….
Con quali conseguenze?
Tutto questo ha notevolmente aumentato le aspettative nei nostri confronti, si è alzata l’asticella, per così dire. Lo dimostra anche il favore con cui è stata accolta la possibilità di eseguire test e tamponi antigenici in farmacia così come la possibilità per il farmacista di vaccinare. Questo è un fatto assolutamente positivo, ma ci impone di non deludere questa maggiori aspettative, di non avere comportamenti che contrastino con l’immagine che oggi il pubblico, ma anche la politica e gli amministratori, hanno di noi. La risposta dei farmacisti all’introduzione di nuove prestazioni è stata massiccia, basti pensare ai 26 mila farmacisti che si sono abilitati per vaccinare e alle oltre 11.000 farmacie che hanno aderito alla campagna, anche considerando che sempre, di fronte a una novità, chi la abbraccia immediatamente non rappresenta mai la maggioranza. Però resta un’area in cui di fronte alle innovazioni si continua a provare timore, e non mi riferisco soltanto alle vaccinazioni.
Qual è il punto?
Non certo la paura per sé e nemmeno la prospettiva di aumentare il carico di lavoro, come si è dimostrato, appunto, durante la pandemia: anche aver perso tanti colleghi a causa del Covid non ha certo fatto arretrare i farmacisti. Piuttosto si avverte il peso della responsabilità. Ma maggiori responsabilità sono inevitabili se si accresce la nostra partecipazione ai percorsi di cura, se assumiamo un ruolo più ampio e diretto nei confronti della persona che si rivolge a noi: è nella natura delle professioni sanitarie. Se si arretra di fronte alle responsabilità, che peraltro sono insite anche nell’atto della dispensazione o nell’attività galenica, si rinuncia alla propria capacità di intervento, alla possibilità di svolgere i servizi cognitivi che sono alla base del percorso della farmacia dei servizi e del programma che la Federazione si è data fin dal 2006, con il Documento sulla professione. E’ stato detto più volte ma occorre ribadirlo: non assumere questo ruolo più ampio significa in prospettiva perdere anche il ruolo attuale, perché alla distribuzione del farmaco puntano soggetti diversi dal farmacista e il nostro vantaggio competitivo è la capacità di erogare prestazioni dirette al paziente.
Forse c’è anche l’aspetto del rapporto con le altre professioni, del possibile conflitto di competenze?
Può darsi, ma tutte le professioni sanitarie, e ancora una volta lo ha dimostrato la pandemia, stanno assistendo a un aumento delle richieste, ognuna in funzione delle proprie specificità. Aumenta la cronicità, l’ospedale deve affrontare la sfida dell’alta intensità di cure, si sta delineando la necessità della domiciliazione delle cure. Credo che in questo scenario ognuno debba chiedersi: questa prestazione devo sempre e comunque eseguirla solo io, dal momento che un altro professionista ha le competenze necessarie? Faccio un esempio recente: lo scorso settembre, in Inghilterra, di fronte alle carenze di molti medicinali, la British Medical Association, la Royal Pharmaceutical Society e altre organizzazioni di medici e farmacisti hanno chiesto insieme, e ora ottenuto, che il farmacista possa apportare autonomamente modifiche alle prescrizioni in funzione dei farmaci effettivamente disponibili. I medici facevano presente che era frustrante dover ricevere il paziente due volte soltanto per lievi cambiamenti, come la formulazione o il dosaggio del medicinale, mentre dovevano affrontare ben altre emergenze. E ricordo che Oltremanica da tempo alcune vaccinazioni vengono eseguite anche in farmacia, e oggi anche quelle contro il SARS-CoV-2.
Cambiamo tema, ma restiamo all’emergenza pandemica. La Federazione ha adottato misure straordinarie per sostenere i farmacisti che più hanno risentito di questa emergenza.
La Federazione ha istituito un fondo di 2 milioni di euro per finanziare specifiche iniziative assistenziali. Tre sono le situazioni su cui vogliamo intervenire con un contributo economico, quindi il fondo è diviso in tre sezioni. La prima prevede contributi ai colleghi che hanno subito un ricovero a causa della COVID-19; la seconda, un sostegno per i farmacisti che hanno perso il posto di lavoro o sono stati posti in cassa integrazione a causa della pandemia, la terza – il sostegno alla genitorialità – prevede un contributo ai farmacisti che abbiano almeno un figlio di età inferiore a sei anni, che non abbiano beneficiato di altri sostegni analoghi da parte di Enti e Organismi di categoria. E’ certamente un intervento straordinario per l’entità, e abbiamo potuto affrontare questo impegno perché la Federazione ha sempre avuto una gestione economica molto oculata e che vanta bilanci in attivo malgrado le molte iniziative rivolte ai singoli colleghi, come l’ECM gratuita, così come agli Ordini. In particolare i più piccoli, che abbiamo sempre sostenuto di fronte a impegni onerosi come la digitalizzazione degli archivi o l’assolvimento degli obblighi imposti dalle norme sulla privacy.
Nel corso della prima riunione del Comitato centrale della FOFI è stata decisa l’istituzione di tre commissioni, affidate ad altrettante presidentesse di Ordini. Ce ne parla?
Il Comitato centrale ha ritenuto che vi fossero tre aree in cui era necessario esprimere un impegno ancora maggiore costituendo tre commissioni apposite : Pari opportunità, coordinata da Daniela Musolino, Presidentessa dell’Ordine di Reggio Calabria; Medicina di genere, coordinata da Anna Olivetti, Presidentessa dell’Ordine di Gorizia; Volontariato e Solidarietà, coordinata da Enrica Bianchi, Presidentessa dell’Ordine di Cuneo e dell’Associazioni Nazionale Farmacisti volontari per la Protezione civile. La scelta di tre colleghe per guidare le commissioni è dovuta solo in parte alla natura dei temi: non è una legge fisica che di pari opportunità debba occuparsi necessariamente una donna, o di medicina di genere, anche se fu Bernadine Healy, storica presidente degli NIH statunitensi, a imporre questo tema all’attenzione della comunità scientifica. Anche nella nostra rappresentanza professionale si deve recuperare un forte ritardo sulla rappresentanza di genere: basta considerare che alla fine del 2020, su oltre 99mila iscritti agli Ordini poco meno di 70mila erano donne. Non si tratta di agire in funzione risarcitoria, che non avrebbe senso, o di istituire “quote rosa”, ma di creare spazi di crescita, laboratori in cui si possa costruire un’evoluzione basata davvero sulle pari opportunità, che peraltro è una meta che coinvolge tutti gli ambiti della società. E la Federazione, come sempre sostenuto dal Presidente Andrea Mandelli, fa dell’evoluzione della professione il suo primo obiettivo.
Maurizio Imperiali