Perché nonostante i vaccini e i tanti soldi spesi per potenziare la sanità siamo ancora in emergenza?

Perché nonostante i vaccini e i tanti soldi spesi per potenziare la sanità siamo ancora in emergenza?

Perché nonostante i vaccini e i tanti soldi spesi per potenziare la sanità siamo ancora in emergenza?
Le ragioni sono essenzialmente due. La prima è che, compresi i bambini sotto i cinque anni per i quali un vaccino autorizzato ancora non c’è, sono circa 11 milioni i residenti in Italia non vaccinati. La seconda ragione è che, evidentemente, le politiche di potenziamento della sanità fin qui adottate non sono bastate ad arginare questa quarta ondata e il perché non sta tanto nella mole di risorse impiegate (tante) ma nel tipo di interventi da attuare con le risorse dedicate. Quello che serve è l'obbligo vaccinale e una rete sanitaria dedicata alle emergenze pandemiche

Diciamoci la verità: in molti abbiamo sperato che una volta avviata la campagna di vaccinazione contro il Covid avremmo realmente voltato pagina rispetto all’emergenza.
 
In realtà tale auspicio-traguardo è stato raggiunto solo in parte e oggi ci interroghiamo sul perché – nonostante i tanti soldi messi sul tavolo per fronteggiare la pandemia con il potenziamento di ospedali, territorio, arruolamento di personale e con l'acquisto e la somministrazione di milioni e milioni di dosi di vaccino – stiamo ancora in piena emergenza sanitaria.
 
Le ragioni sono essenzialmente due.
La prima è che, compresi i bambini sotto i cinque anni per i quali un vaccino autorizzato ancora non c’è, sono quasi 11 milioni i residenti in Italia non vaccinati. Un numero che si potrebbe ridurre a 2,3 milioni (ovvero i bambini tra 0 e 4 anni) se per i restanti 8,6 milioni di bambini, adolescenti e adulti ancora non vaccinati per scelta si adottasse finalmente l’obbligo generalizzato.
 
La persistenza di un così alto numero di non vaccinati, infatti, oltre a facilitare la trasmissione del virus causa anche l’attuale sovraccarico ospedaliero che sta nuovamente mandando in tilt il sistema in alcune Regioni e provocando, questo dappertutto, la sospensione degli altri interventi sanitari “no Covid” come già avvenuto nelle altre ondate del 2020 e 2021.
 
Se tutti si fossero vaccinati, e se tutti facessero nei tempi prescritti le dosi booster, stante ai dati attuali, tutte le Regioni sarebbero molto probabilmente ancora in zona bianca e i nostri ospedali potrebbero tranquillamente gestire i pochi ricoveri Covid.
 
La seconda ragione è che, evidentemente, le politiche di potenziamento della sanità fin qui adottate non sono bastate ad arginare questa quarta ondata e il perché non sta tanto nella mole di risorse impiegate (tante) ma nel tipo di interventi da attuare con le risorse dedicate.
 
Si è infatti puntato più a tamponare l’emergenza (più posti letto in terapia intensiva e più personale a pioggia) che a immaginare la creazione di una vera rete autonoma per la gestione sanitaria di un’emergenza pandemica.
 
Ormai è assodato che il sistema sanitario va in tilt non perché siano troppi i malati da ricoverare per Covid ma perché essi, ancora oggi, nella stragrande maggioranza dei casi vengono trattati in ospedali generali e non dedicati alle malattie infettive.
 
Questo significa che interi reparti vengono di fatto blindati per il Covid e preclusi a tutte le altre patologie e così bastano poco più di 1.600 ricoverati in terapia intensiva e 16.340 ricoverati nei reparti ordinari (dati riferiti al 10 gennaio 2022) per mandare in over booking i nosocomi pur avendo a disposizione complessivamente 9.264 posti in terapia intensiva (dato Agenas al 10 gennaio 2022) e circa 64mila posti letto in area “non critica” (nei reparti di malattie infettive, medicina generale e pneumologia (dati Agenas).
 
Come è possibile che, rispettivamente, l’occupazione del 17% delle terapie intensive disponibili e del 27% dei letti nei reparti sopra indicati mandi in over booking gli ospedali?
 
Il perché, come dicevamo, è semplice: essendo il malato Covid trattato in una logica di massima tutela/protezione e quindi in percorsi e ambienti isolati va da sé che basta un malato Covid in terapia intensiva per “bloccare” altri accessi “no Covid” in quella postazione così come accade per un ricovero in area non critica dove un malato Covid preclude atri ricoveri “no Covid” negli stessi ambienti.
 
E così basta per l’appunto superare le soglie critiche di occupazione fissate nel 10% per le terapie intensive e nel 15% per gli altri reparti che il sistema inizia a soffrire fino al collasso.
 
E allora? Sui vaccini abbiamo già detto: obbligo generalizzato per tutte le fasce di età per il quale il vaccino è disponibile, compresi i bambini dai cinque anni in su come auspicato dagli stessi pediatri e in generale da molti autorevoli scienziati (per ultimo in questi giorni Silvio Garattini).
 
Per l’aspetto terapeutico invece pensiamo che la via da seguire sia quella di programmare e realizzare quanto prima una rete ospedaliera dedicata alle malattie infettive pandemiche (oggi è il Covid ma negli anni a venire, come ormai assodato, avremo a che fare quasi certamente con altri virus similari) con posti letto, attrezzature e personale dedicato da attivare alla bisogna in luoghi e ambienti separati e riservati esclusivamente ai malati pandemici.
 
Nelle fasi non pandemiche queste risorse potranno comunque essere utilizzate per molti altri interventi considerando che in generale la nostra dotazione sanitaria ospedaliera è comunque da anni sottodimensionata a prescindere dal Covid.
 
Tale asset ospedaliero dovrebbe essere poi affiancato dalle unità territoriali di emergenza pandemica (le attuali Usca vanno benissimo come del resto ribadito nel Pnrr anche se con stadard probabilemnte sottodimensionati) anch’esse da tenere sempre in “stand by” come servizio di emergenza con la possibilità di essere attivato in poco tempo. Anche per loro vale quanto detto per la rete ospedaliera pandemica, la sanità italiana territoriale è comunque sottodimensionata e quelle risorse in fase non pandemica non resterebbero certo con le mani in mano.
 
Come sappiamo il Pnrr, nel 2022, potrà essere oggetto di rimodulazioni nelle sue articolazioni progettuali per meglio mirare obiettivi e strategie. Un’occasione d’oro per pensare all’istituzione di una rete di emergenza pandemica come quella appena sommariamente descritta.
 
Cesare Fassari

Cesare Fassari

11 Gennaio 2022

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