BPCO. Il ruolo del medico di medicina generale
“Il ruolo del Medico Generale prevede l’intervento precoce sia nella prevenzione primaria sia in quella secondaria”, ha spiegato l’esperto. “Egli dovrebbe intercettare il paziente fin dai primi sintomi, quali tosse, catarro o dispnea, valutando lo stile di vita, in particoalre il tabagismo, l'esposizione ad altri fattori ambientali o anche la familiarità come nei casi di deficit Alfa 1-antitripsina. Dovrebbe prescrivere ai primi sintomi, in caso di sospetto clinico, l'esame spirometrico. Ed eventualmente chiedere una conferma della diagnosi in ambiente specialistico, con ulteriori specifici test”.
Sulla base della conferma della diagnosi e della stadiazione di gravità, dovrebbe poi impostare una terapia adeguata, spiegando bene al paziente come assumere i farmaci broncodilatatori per via inalatoria, valutandone regolarmente l'andamento e monitorando l'adesione al trattamento. “Nei casi più gravi dovrebbe considerare l'invio ai centri specialistici di secondo livello nell’ambito di un modello di gestione integrata che consenta una reale continuità di cura del paziente. Inoltre, in ambito di prevenzione, dovrebbe effettuare la vaccinazione anti-influenzale e antipneumococcica. Nella realtà, spesso, il Medico di Medicina Generale adotta un modello di medicina di attesa: interviene quando il paziente ha già sintomi significativi ed è spesso da tempo già iniziato il declino della funzione respiratoria”, ha spiegato ancora Bettoncelli.
Ma quali sono le principali criticità per il Medico di Medicina Generale nella diagnosi e trattamento della BPCO? “Le criticità partono dalla sottodiagnosi: secondo il database Health Search della SIMG che contiene i dati inviati da quasi 900 Medici di Medicina Generale relativi a circa 2 milioni di pazienti, ci sono solo un 3 percento di pazienti BPCO diagnosticati, mentre secondo la letteratura scientifica dovremmo averne almeno 5/6 percento. Inoltre solo il 50 percento dei pazienti con diagnosi di BPCO ha fatto la spirometria”, ha spiegato il medico SIMG. “Questo dato ci dice che c’è ancora molta strada da fare”.
Ma non solo: un'altra criticità riguarda l'adesione al trattamento. “Sia perché il paziente tende ad impiegare il trattamento in modo discontinuo, sia perché il trattamento inalatorio presuppone l'educazione del paziente sulla corretta assunzione del farmaco. Tra l’altro i pazienti con BPCO mostrano una grande capacità di adattamento ai sintomi ed al condizionamento imposto dalla malattia alla propria vita e spesso questo non viene riportato al proprio medico”, ha continuato Bettoncelli. “Dal database Health Search risulta che il 48 percento dei pazienti con BPCO non ha avuto nell’anno precedente nessuna prescrizione di terapia. È molto verosimile che ciò sia legato anche all’uso “al bisogno” dei farmaci per la BPCO. Se si tiene conto del fatto che il paziente con BPCO è prevalentemente anziano, con altre patologie cardiovascolari, diabete, osteoporosi, disturbi psichiatrici, appare chiaro come possa essere talora difficile non solo individuare la giusta terapia, ma evitare le interferenze legate alla necessità di assumere troppi farmaci, il rischio di effetti collaterali e di conseguente bassa adesione al trattamento. Da qui l’importanza di una terapia inalatoria efficace nell’ottenere una broncodilatazione protratta nel tempo e in monosomministrazione giornaliera”.
Il paziente va dunque motivato, educato e monitorato periodicamente per effettuare un trattamento davvero efficace, per rallentare la progressione della patologia. Tutto questo in ambito di medicina generale sarebbe molto avvantaggiato dalla possibilità di usufruire di un supporto infermieristico adeguato. “L’educazione del paziente rappresenta un momento particolarmente importante nel processo di cura. La stima, a livello italiano ed europeo, del tempo medio che il Medico di Medicina Generale utilizza nella consultazione ambulatoriale è di 8 minuti”, ha continuato. “In tale contesto è difficile impostare un dialogo con il paziente, assicurarsi che abbia capito la sua diagnosi e gli scopi del suo trattamento, valutarne l’adesione alle prescrizioni e comprendere quali sono i risultati per considerare la necessità di un'eventuale rimodulazione della terapia. Il problema dei supporti organizzativi nel setting della medicina generale è cruciale per il raggiungimento di migliori standard assistenziali”.
Infine, ulteriore problema è quello della collaborazione con lo specialista pneumologo. “Che sicuramente potrebbe migliorare con l'introduzione di supporti appropriati di telemedicina, dalla cartella clinica informatizzata disponibile su piattaforme che consentano la condivisione con altri professionisti, a strumenti come la telemedicina, pratiche per altro che in Italia sono ancora ai primi passi. Molto importanti sono anche gli strumenti informatici di supporto professionale che aiutano il medico nella gestione della propria cartella clinica elettronica”, ha concluso l’esperto.
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06 Dicembre 2012
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