Personalizzazione, equità e innovazione: come cambia l’oncologia. Berardi (Aiom): “Costruire percorsi sui bisogni dei pazienti”

Personalizzazione, equità e innovazione: come cambia l’oncologia. Berardi (Aiom): “Costruire percorsi sui bisogni dei pazienti”

Personalizzazione, equità e innovazione: come cambia l’oncologia. Berardi (Aiom): “Costruire percorsi sui bisogni dei pazienti”

L’oncologia cambia paradigma e guarda a modelli più integrati, equi e basati sulla ricerca, con crescente attenzione alla persona. È la direzione indicata da Rossana Berardi, Presidente Eletto Aiom, che analizza l’evoluzione dei percorsi oncologici tra multidisciplinarietà, comunicazione, medicina di genere e la sfida di conciliare innovazione e sostenibilità

L’oncologia sta attraversando una fase di profonda evoluzione, spinta dall’innovazione scientifica, dai nuovi modelli organizzativi e da una crescente attenzione alla persona. Un cambiamento che, come evidenzia Rossana Berardi, presidente eletto dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), porta verso un modello sempre più personalizzato e multidisciplinare, in cui i percorsi di cura sono costruiti sui bisogni del paziente e integrano ospedale e territorio. Dalla centralità della comunicazione al ruolo della ricerca clinica, fino all’importanza dell’oncologia di genere e alla sfida di coniugare innovazione, accesso e sostenibilità, emerge il quadro di una disciplina in continua trasformazione, chiamata a rispondere in modo sempre più efficace ed equo ai bisogni dei pazienti.

Come stanno cambiando i percorsi in oncologia?
I percorsi in oncologia stanno vivendo una trasformazione profonda: stiamo passando da un modello centrato sulla malattia a uno sempre più centrato sulla persona. Questo significa che non ci limitiamo a scegliere il trattamento migliore in base al tipo di tumore o al profilo genetico-molecolare, ma cerchiamo di costruire un percorso che tenga conto sia delle caratteristiche biologiche sia della storia, dei bisogni e della fragilità della persona. Oggi la multidisciplinarietà è un elemento strutturale: un “team core” di professionisti – oncologi, chirurghi, radioterapisti, psicologi, infermieri – lavora insieme a un team allargato che include nutrizionisti e altre figure. Cambia anche il ruolo del paziente, sempre più coinvolto nelle decisioni. È un cambiamento che riflette l’evoluzione dell’oncologia, della medicina e, più in generale, della nostra società: non esiste un’unica strada valida per tutti, ma percorsi personalizzati, in un’ottica di oncologia di precisione che considera non solo il profilo genetico della malattia, ma anche i bisogni della persona. Un aspetto importante, soprattutto nel periodo post-pandemico e alla luce degli investimenti del PNRR, è l’integrazione dei percorsi tra le diverse realtà ospedaliere e territoriali: questa rappresenta una sfida cruciale. È fondamentale, inoltre, che i percorsi abbiano chiari indicatori di efficacia e qualità, per poter essere misurati, migliorati e adattati ai pazienti. In questo senso diventa indispensabile raccogliere costantemente PROMS e PREMS, cioè il feedback dei pazienti rispetto al percorso effettuato, per continuare a migliorare.

Che ruolo ha oggi la comunicazione nella pratica clinica?
La comunicazione è uno degli strumenti più potenti che abbiamo, e può essere considerata a tutti gli effetti uno strumento terapeutico. Provocatoriamente, potremmo dire che dovremmo essere prescrittori non solo di terapie, ma anche delle parole giuste. Non si tratta solo di dire le cose nel modo corretto, ma di saper stare nella relazione con il paziente, gestire le emozioni e dare spazio anche alle domande non espresse. Significa sviluppare quelle che vengono definite life skills, abilità per la vita riconosciute dall’OMS, e non semplicemente soft skills. Comunicare bene aiuta il paziente a essere più aderente alle terapie, a comprendere meglio e a sentirsi accompagnato. Uno studio condotto presso l’Università Politecnica delle Marche, oggi diventato multicentrico nazionale, ha evidenziato come il rifiuto delle cure possa talvolta dipendere da una comunicazione non adeguata, che non consente al paziente di comprendere pienamente l’importanza del percorso terapeutico. Anche l’Associazione Italiana di Oncologia Medica dedica grande attenzione a questo tema, tanto da aver pubblicato le prime raccomandazioni sulla comunicazione. Comunicare significa non solo dialogare con il paziente, ma anche fare awareness verso la popolazione, soprattutto su temi come la prevenzione. Va ricordato che il tempo dedicato alla comunicazione non è accessorio: è tempo di cura, parte integrante del processo terapeutico. Non conta solo ciò che diciamo, ma anche come lo diciamo e come facciamo sentire il paziente lungo il suo percorso.

L’oncologia di genere è ancora un tema di nicchia?
L’oncologia di genere è ancora poco conosciuta, ma non può più essere considerata un tema di nicchia. Rappresenta una chiave di lettura fondamentale. Quando parliamo di oncologia di precisione, la prima forma di precisione consiste nel riconoscere le differenze tra uomo e donna, sia dal punto di vista biologico sia rispetto alle identità di genere. Esistono infatti differenze nell’incidenza dei tumori, nella biologia, nella risposta ai trattamenti e nella loro tollerabilità. Un dato significativo: un’analisi su 202 sperimentazioni cliniche, condotta su decine di migliaia di pazienti, ha mostrato che le donne presentano un 34% in più di tossicità da trattamenti oncologici, che sale al 49% con l’immunoterapia. Questo dato è rilevante se consideriamo che spesso le dosi dei farmaci sono standardizzate (flat), indipendentemente da sesso, altezza, peso, massa corporea o assetto ormonale. Ciò impone una riflessione su due livelli. Da un lato, è necessario riconoscere e gestire queste differenze per una reale medicina di precisione. Dall’altro, esiste una dimensione sociale e culturale: la donna è ancora spesso il perno della famiglia e caregiver, e questo può rendere più difficile il percorso di cura. Inoltre, per lungo tempo le donne sono state meno rappresentate nelle sperimentazioni cliniche, in un contesto di medicina storicamente androcentrica, anche per ragioni legate alla tutela della fertilità. Oggi sono stati fatti progressi, soprattutto in termini di accesso agli studi clinici, ma resta molto da fare sia nella personalizzazione dei percorsi assistenziali sia nel garantire un accesso equo alle cure.

Qual è il ruolo della ricerca clinica oggi nei sistemi sanitari?
La ricerca clinica è centrale e non può essere considerata un elemento accessorio. Dove c’è buona ricerca, generalmente c’è anche buona assistenza: rappresenta un motore di evoluzione per i sistemi sanitari. Attraverso la ricerca, i pazienti possono accedere precocemente a trattamenti innovativi, spesso prima che siano disponibili nella pratica clinica. Ma la ricerca produce anche conoscenza, accresce le competenze dei professionisti e migliora l’organizzazione dei percorsi, elevando la qualità complessiva dell’assistenza. Investire in ricerca significa investire nel futuro del Paese. Tuttavia, il contesto attuale è complesso: gli equilibri geopolitici hanno ridotto le opportunità di accesso alle sperimentazioni cliniche, anche in Europa. È quindi fondamentale rendere l’Italia più attrattiva per i trial clinici e snellire i processi burocratici, che spesso rappresentano un limite competitivo. Un altro aspetto cruciale è il riconoscimento del valore delle figure professionali coinvolte nella ricerca, come infermieri di ricerca, data manager e study coordinator: risorse preziose che devono essere stabilizzate e valorizzate.

Come conciliare innovazione, accesso e sostenibilità in oncologia?
Conciliare innovazione, accesso e sostenibilità è probabilmente la sfida più complessa e attuale. L’innovazione procede rapidamente, offrendo opportunità straordinarie ma ponendo anche problemi di sostenibilità economica. Affrontare questa sfida richiede equilibrio, visione e lungimiranza. È necessario valutare il valore reale delle nuove terapie non solo in termini di efficacia clinica, ma anche di qualità di vita e impatto complessivo, evitando una visione limitata ai singoli costi. Bisogna considerare l’intero percorso del paziente e il beneficio complessivo per la collettività, i caregiver, il lavoro e il reinserimento sociale. È fondamentale garantire equità di accesso: l’innovazione non può dipendere dal luogo di residenza o dalla disponibilità di specifici centri. Serve quindi un impegno condiviso tra professionisti e istituzioni. Allo stesso tempo, è essenziale investire di più in prevenzione e diagnosi precoce, che rappresentano una leva decisiva per la sostenibilità. Migliorare l’organizzazione dei percorsi, ridurre gli sprechi e le disuguaglianze sono altri elementi chiave. In ultima analisi, si tratta di utilizzare al meglio le risorse disponibili senza rinunciare a ciò che conta davvero: garantire a ogni persona la migliore terapia possibile, in modo equo e sostenibile.

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Marzia Caposio

03 Aprile 2026

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