Il patrimonio non è un bancomat: i bilanci delle RSA si risanano con rette congrue e costi governati

Il patrimonio non è un bancomat: i bilanci delle RSA si risanano con rette congrue e costi governati

Il patrimonio non è un bancomat: i bilanci delle RSA si risanano con rette congrue e costi governati

Gentile Direttore, la notizia arriva da Milano, ma parla a tutto il Paese. Un'azienda pubblica di servizi alla persona, l’ASP Golgi-Radaelli, ha riportato in pareggio il proprio bilancio vendendo i gioielli di famiglia: immobili di pregio, patrimonio storico, beni che una volta ceduti non tornano più...

Gentile Direttore,
la notizia arriva da Milano, ma parla a tutto il Paese. Un’azienda pubblica di servizi alla persona, l’ASP Golgi-Radaelli, ha riportato in pareggio il proprio bilancio vendendo i gioielli di famiglia: immobili di pregio, patrimonio storico, beni che una volta ceduti non tornano più. Il titolo del giornale recita
«risanato il bilancio». Io, che da anni osservo i conti delle strutture per anziani, leggo un’altra cosa: un problema rinviato, non risolto.

Vorrei essere chiaro, perché il tema riguarda la dignità di centinaia di migliaia di anziani non autosufficienti e di chi ogni giorno se ne prende cura. Vendere il patrimonio per chiudere in pareggio non è risanamento. È monetizzazione. Si trasforma un mattone in liquidità e la si usa per coprire le perdite della gestione corrente. Funziona una volta, forse due. Poi i gioielli finiscono, e il disavanzo strutturale è ancora lì, intatto, pronto a ripresentarsi l’anno successivo.

Perché i conti delle RSA vanno in rosso? La risposta è semplice e nessuno dovrebbe fingere di non conoscerla. I costi crescono in modo automatico: i rinnovi dei contratti di lavoro del personale, il caro-energia, i beni sanitari, e soprattutto un’utenza sempre più fragile e complessa, che richiede più mani e più competenze per ogni posto letto. I ricavi, invece, restano fermi. Le rette e le tariffe di accreditamento sono ancorate a valori decisi anni fa e mai adeguati, come se l’inflazione non esistesse e il costo di un’ora di assistenza fosse lo stesso del 2019. Questa forbice — costi che salgono, ricavi bloccati — è la vera malattia. Tutto il resto è sintomo.

Da ANASTE, che rappresenta oltre 400 strutture residenziali accreditate, diciamo da tempo che l’equilibrio economico si costruisce su due sole leve, non su una vendita straordinaria. La prima è la congruità delle rette: le tariffe devono coprire il costo reale e verificabile del servizio erogato a regola d’arte, nel rispetto dei contratti di lavoro, e vanno indicizzate all’inflazione e ai rinnovi contrattuali. Non è una richiesta di privilegio: è la condizione minima perché un servizio essenziale sopravviva, peraltro prevista dalle norme sull’accreditamento, che Stato e Regioni deliberatamente ignorano da anni. La seconda è il governo rigoroso dei costi: contabilità analitica, trasparenza sul costo-giornata, piani pluriennali di sostenibilità. Rigore gestionale ordinario, non operazioni di emergenza.

C’è poi una questione di equità che non possiamo tacere. Quando un ente pubblico copre le proprie inefficienze attingendo al patrimonio o alla fiscalità generale, mentre a un erogatore privato accreditato — a parità di prestazione, di standard e di controlli — si chiede l’equilibrio di bilancio senza alcuna valvola di sfogo, viene meno la neutralità competitiva che dovrebbe governare il rapporto tra pubblico e privato nel sistema di accreditamento. Le regole devono valere per tutti, allo stesso modo.

Non sono contrario, in linea di principio, a che un ente valorizzi il proprio patrimonio. Lo sono quando quel patrimonio diventa un bancomat per la spesa corrente, e quando la vendita serve a nascondere, dietro un pareggio contabile, un deficit operativo che nessuno affronta. Chiedo allora una cosa di buon senso: che nei bilanci si distingua sempre il risultato della gestione caratteristica da quello delle poste straordinarie. Così un pareggio ottenuto svendendo immobili non potrà più essere spacciato per buona salute.

Alle Regioni chiedo tariffe congrue e aggiornate. Agli enti gestori, pubblici e privati, chiedo rigore e trasparenza. Al legislatore chiedo regole che premino l’efficienza e la sostenibilità vera, non l’artificio contabile. Perché la qualità dell’assistenza e la tenuta dei conti non sono nemici: sono le due facce di una stessa gestione responsabile. E si può, si deve, chiudere in pareggio senza cedere — pezzo dopo pezzo — il patrimonio che garantisce un domani agli anziani.

Sebastiano Capurso
Presidente ANASTE — Associazione Nazionale Strutture Territoriali e per la Terza Età

10 Luglio 2026

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