Utilizzare lo spazio come un vero e proprio laboratorio per comprendere meglio il funzionamento del corpo umano e trasferire sulla Terra le conoscenze acquisite in condizioni estreme. È l’obiettivo di due progetti di ricerca del Policlinico di Milano selezionati nell’ambito di call dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e finanziati dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) con complessivi 250mila euro. Tra gli otto studi selezionati dall’Agenzia europea, quelli milanesi sono gli unici due a coinvolgere un ospedale.
Al centro delle ricerche ci sono gli effetti sull’organismo di condizioni che riproducono alcune delle situazioni affrontate dagli astronauti nelle missioni spaziali. Il primo progetto riguarda il “Bed-rest”, un modello sperimentale basato sull’allettamento prolungato e utilizzato per simulare alcuni effetti dell’assenza di gravità. Il secondo, denominato “Isolation”, analizza invece le conseguenze cliniche e molecolari di 100 giorni di isolamento, simulando alcune condizioni di permanenza in una stazione spaziale.
L’interesse, però, va ben oltre la salute degli astronauti. Secondo i ricercatori, infatti, le condizioni estreme delle missioni spaziali consentono di osservare in tempi relativamente brevi modificazioni dell’organismo che potrebbero fornire indicazioni utili per comprendere fenomeni che riguardano anche la popolazione generale, con particolare attenzione alle persone anziane e ai pazienti più fragili.
“Studiare gli astronauti significa avere a disposizione una sorta di laboratorio dell’invecchiamento”, spiega Nicola Montano, direttore della Medicina Immunologia e Allergologia del Policlinico di Milano, professore ordinario di Medicina Interna alla Statale di Milano e responsabile degli studi. Gli astronauti, sottolinea Montano, sono persone sane e altamente selezionate che durante la permanenza nello spazio vengono sottoposte a condizioni capaci di produrre importanti modificazioni dell’organismo. Comprendere questi meccanismi e individuare possibili contromisure può quindi generare conoscenze trasferibili alla pratica clinica quotidiana.
Un modello che Montano paragona al rapporto tra Formula 1 e automobile: tecnologie e soluzioni vengono sperimentate inizialmente in condizioni estreme per poi trovare applicazioni nella vita di tutti i giorni.
“La ricerca deve avere la capacità di guardare avanti e di esplorare anche ambiti apparentemente lontani dalla pratica clinica quotidiana”, sottolinea Fabio Blandini, direttore scientifico del Policlinico di Milano. Per Blandini, questi progetti mostrano come competenze scientifiche e cliniche possano contribuire a una frontiera innovativa come quella della medicina spaziale, trasformando le conoscenze acquisite in nuove opportunità per la salute delle persone.
Del resto, ricorda il Policlinico, la medicina spaziale ha già prodotto ricadute concrete. Fin dai primi voli era stato osservato come, una volta tornati sulla Terra, gli astronauti potessero manifestare frequentemente sincopi e altri disturbi connessi al decondizionamento dell’organismo. Lo studio di questi fenomeni ha contribuito allo sviluppo di contromisure poi utilizzate anche in ambito clinico.
Le nuove ricerche guardano anche alle missioni di lunga durata. Le domande sono molte: quali problemi di salute possono insorgere durante permanenze prolungate nello spazio? Quali farmaci e dispositivi diventeranno indispensabili? Come intervenire quando non è possibile raggiungere rapidamente un ospedale o un Pronto soccorso? Studiare oggi le reazioni dell’organismo, sottolineano i ricercatori, significa iniziare a preparare le risposte per le missioni del futuro.
Il programma non si fermerà ai due progetti già avviati. È infatti previsto anche un nuovo studio sulla deprivazione del sonno negli astronauti, per il quale l’Agenzia Spaziale Italiana ha assegnato 700mila euro. Tra le contromisure che saranno analizzate figura l’impiego di uno stimolatore vagale sviluppato e brevettato dal Policlinico di Milano e dall’Università degli Studi di Milano.
“Lo spazio rappresenta un ambiente estremo, ma proprio per questo può aiutarci a comprendere fenomeni che riguardano tutti”, conclude Montano. La sfida, dunque, sarà trasformare ciò che si apprende dagli astronauti in strumenti utili anche per i pazienti sulla Terra, con una medicina spaziale che guarda contemporaneamente alle missioni del futuro e alla prevenzione e alla cura di oggi.