Lazio. Delibera studi medici, cinque Ordini Tsrm-Pstrp ricorrono al Tar

Lazio. Delibera studi medici, cinque Ordini Tsrm-Pstrp ricorrono al Tar

Lazio. Delibera studi medici, cinque Ordini Tsrm-Pstrp ricorrono al Tar

Gli Ordini di Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo chiedono la sospensione cautelare e l’annullamento parziale delle DGR 669/2026 che aggiorna la regole sulle autorizzazioni degli studi professionali. Contestate le restrizioni sulla condivisione di spazi e attrezzature, le collaborazioni interdisciplinari e gli obblighi amministrativi, ritenuti sproporzionati.

Gli Ordini dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle Professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione di Roma e provincia, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo hanno promosso un ricorso al Tribunale amministrativo regionale (TAR) per il Lazio contro la deliberazione della Giunta regionale n. 669 del 6 agosto 2026, relativa alla disciplina degli studi professionali medici, odontoiatrici e degli altri esercenti professioni sanitarie regolamentate in Ordini professionali. L’iniziativa congiunta mira a ottenere l’annullamento delle disposizioni contestate, nei limiti di interesse dei cinque Ordini ricorrenti, e a tutelare le condizioni organizzative e professionali degli iscritti. Il ricorso, notificato il 27 ottobre 2026, contiene anche un’istanza cautelare. A promuovere l’azione sono i presidenti Andrea Lenza per l’Ordine di Roma e provincia, Raffaele Riccio per Frosinone, Vincenzo Bonetti per Latina, Antonio Fasciolo per Rieti ed Elga Rovito per Viterbo.

Le criticità della deliberazione regionale
La DGR 669/2026 ha revocato le precedenti deliberazioni regionali n. 447/2015 e n. 1247/2025, introducendo una nuova disciplina delle tipologie di studi professionali non soggetti ad autorizzazione all’esercizio di attività sanitaria e sociosanitaria. Secondo quanto illustrato nel ricorso, alcune disposizioni del provvedimento rischiano di incidere in maniera significativa sull’organizzazione degli studi e sulle modalità di esercizio delle professioni sanitarie rappresentate dai cinque Ordini.

“Tra gli aspetti contestati – spiegano i cinque Ordini in una nota congiunta – figurano le limitazioni alla condivisione degli spazi e delle attrezzature professionali, le restrizioni alle collaborazioni tra professionisti appartenenti a diverse professioni sanitarie e gli obblighi di registrazione delle prestazioni occasionali e saltuarie rese da altri professionisti. Il ricorso contesta, inoltre, i criteri che possono determinare il passaggio dal regime semplificato a quello autorizzativo e le relative conseguenze amministrative, nonché le disposizioni transitorie previste per gli studi già operanti”.

Condivisione degli spazi e collaborazione interdisciplinare
Uno dei punti centrali dell’impugnazione riguarda la possibilità per professionisti sanitari abilitati di condividere gli spazi di lavoro e organizzare le rispettive attività in modo autonomo, nel rispetto delle competenze professionali e dei requisiti di sicurezza. I ricorrenti contestano, in particolare, le restrizioni che limitano l’utilizzo alternato degli stessi locali a professionisti appartenenti alla medesima professione sanitaria o a discipline omogenee, pur in presenza di attività che potrebbero essere svolte in momenti diversi e con un’organizzazione compatibile con le esigenze di sicurezza.

Secondo le argomentazioni contenute nell’atto, “la condivisione di locali e risorse non dovrebbe determinare automaticamente una diversa qualificazione dello studio, in assenza di una valutazione concreta della complessità organizzativa, delle caratteristiche delle prestazioni e degli eventuali rischi per la salute”. Il ricorso richiama quindi la necessità di distinguere tra situazioni organizzative differenti e di valutare soluzioni meno restrittive, come la separazione temporale delle attività, l’utilizzo autonomo delle attrezzature e il rispetto di specifici requisiti igienico-sanitari. Le limitazioni contestate, secondo i ricorrenti, possono inoltre comportare un aumento dei costi fissi di gestione degli studi, con possibili ricadute sulla sostenibilità economica delle attività professionali e sull’organizzazione dell’offerta di prestazioni sanitarie.

Gli obblighi amministrativi e il principio di proporzionalità
Un ulteriore profilo riguarda il registro previsto per le prestazioni occasionali e saltuarie rese da altri professionisti. “L’atto evidenzia – si legge nella nota dei 5 Ordini che annuncia il ricorso – la necessità di definire criteri chiari e verificabili per distinguere le prestazioni occasionali dalle collaborazioni ordinarie o continuative. In assenza di parametri sufficientemente determinati, gli obblighi documentali potrebbero infatti generare incertezze applicative e conseguenze amministrative difficilmente prevedibili per i professionisti”.

I cinque Ordini contestano inoltre la proporzionalità di alcune prescrizioni e la mancanza, secondo le argomentazioni del ricorso, di un’adeguata valutazione delle possibili alternative organizzative. “La tutela della salute e la sicurezza delle persone assistite rappresentano obiettivi imprescindibili, ma le misure adottate devono essere coerenti con le caratteristiche effettive delle attività svolte e con i rischi da prevenire”.

Dal confronto istituzionale all’azione giudiziaria
Il ricorso arriva dopo un precedente intervento dei cinque Ordini TSRM e PSTRP del Lazio. Con una nota del 30 settembre 2026, le rappresentanze professionali avevano già segnalato alla Regione le criticità applicative della nuova disciplina, avanzando proposte per superare le difficoltà individuate. Tra le questioni sollevate figuravano la possibilità di favorire l’integrazione tra professionisti di diverse aree sanitarie, la definizione più precisa delle prestazioni occasionali e saltuarie e l’individuazione di condizioni organizzative che consentissero collaborazioni professionali nel rispetto delle competenze e della sicurezza.

“L’iniziativa giudiziaria si inserisce dunque in un percorso di tutela già avviato sul piano istituzionale”, spiegano gli Ordini, che hanno ritenuto necessario rivolgersi al TAR per sottoporre al giudice amministrativo le disposizioni ritenute lesive degli interessi collettivi delle professioni rappresentate.

La tutela dei professionisti e dei cittadini
“L’azione congiunta dei cinque Ordini punta a tutelare non soltanto le condizioni di esercizio delle professioni sanitarie, ma anche un modello organizzativo capace di favorire la collaborazione tra competenze differenti”, spiega la nota. “La possibilità di condividere spazi e risorse, quando compatibile con la natura delle prestazioni e con i requisiti di sicurezza, può infatti contribuire a contenere i costi organizzativi e a sostenere la presenza di studi professionali sul territorio. Il tema riguarda anche l’accessibilità dei servizi sanitari, il ricambio generazionale e le opportunità di inserimento professionale, aspetti richiamati nell’atto introduttivo del giudizio”.

Con il ricorso, gli Ordini chiedono al TAR di verificare la legittimità delle disposizioni impugnate alla luce dei principi di legalità, ragionevolezza e proporzionalità, nonché del rispetto delle competenze statali in materia di professioni sanitarie e tutela della salute. L’obiettivo è “contribuire alla definizione di una disciplina che coniughi la sicurezza delle prestazioni con regole chiare, sostenibili e coerenti con le diverse realtà professionali, salvaguardando la qualità dell’assistenza e l’interesse dei cittadini”.

29 Ottobre 2026

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