Manovra, non tutto è da bocciare. Ma con i bonus non si cura il Servizio sanitario nazionale

Manovra, non tutto è da bocciare. Ma con i bonus non si cura il Servizio sanitario nazionale

Manovra, non tutto è da bocciare. Ma con i bonus non si cura il Servizio sanitario nazionale

L’aumento del Fondo sanitario, l’attenzione ai Pronto soccorso, il superamento di alcuni nodi della governance farmaceutica e gli interventi sulle demenze sono segnali positivi che sarebbe sbagliato sottovalutare. Ma i 5 miliardi annunciati dal Governo non sono tutti destinati alla sanità pubblica. E soprattutto resta un interrogativo: vogliamo investire per rendere il Ssn capace di rispondere ai bisogni dei cittadini o continuare a compensarne le difficoltà con contributi economici? Una prima riflessione sulle anticipazioni della Legge di Bilancio 2027.

Sarebbe troppo facile liquidare le prime anticipazioni della manovra sanitaria con una bocciatura senza appello. Così come sarebbe altrettanto semplicistico applaudire ai 5 miliardi annunciati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni come se rappresentassero la soluzione ai problemi del nostro Servizio sanitario nazionale.

La verità, come spesso accade, è più articolata. Ci sono scelte che convincono, altre che lasciano perplessi e soprattutto alcune questioni di fondo che, almeno per ora, sembrano ancora una volta rimanere senza una risposta adeguata.

Partiamo dagli aspetti positivi, perché è giusto riconoscerli.

L’incremento di 3,4 miliardi del Fondo sanitario nazionale (2,4 mld + 1 mld già previsto dalla scorsa manovra), che raggiungerà i 146,3 miliardi nel 2027, è un fatto concreto. Certamente non è trascurabile. E va riconosciuto al Governo Meloni di aver mantenuto, nel corso della legislatura, un percorso di crescita nominale del finanziamento del Ssn.

Ma bisogna anche ricordare che un miliardo era già stato programmato dalla precedente manovra e che quindi le risorse effettivamente aggiuntive rispetto alla legislazione vigente sono circa 2,4 miliardi. Una cifra che, pur significativa, rimane distante dai circa 6,8 miliardi chiesti dalle Regioni e dalle richieste avanzate dallo stesso Ministero della Salute.

Del resto, i record nominali del Fondo sanitario vanno letti per quello che sono. Ogni anno, salvo tagli espliciti, il finanziamento tende naturalmente a crescere. La questione decisiva è quanto quelle risorse riescano davvero a migliorare l’offerta di assistenza, tenendo conto dell’aumento dei costi, dell’invecchiamento della popolazione, dell’innovazione tecnologica e dei nuovi bisogni di salute. Basti pensare ai bilanci sanitari delle Regioni che nel 2025 hanno visto un rosso complessivo da 2,3 mld. Buchi che vengono coperti con risorse proprie o attraverso nuove tasse per i cittadini.

E qui e per questo il giudizio diventa inevitabilmente più prudente.

Convince, per esempio, la scelta di intervenire sulle retribuzioni dei medici di Pronto soccorso. È un settore che vive una crisi di attrattività ormai cronica, con professionisti sottoposti a carichi di lavoro enormi, responsabilità crescenti e condizioni operative spesso difficilmente sostenibili.

Riconoscere economicamente questo disagio è necessario. Ma sarebbe un errore immaginare che basti qualche centinaio di euro in più in busta paga per risolvere il problema. I Pronto soccorso non soffrono soltanto per le retribuzioni, ma perché spesso sono diventati il luogo in cui si scaricano tutte le inefficienze del sistema: dalla debolezza dell’assistenza territoriale alla carenza di posti letto, fino alle difficoltà nella presa in carico dei pazienti cronici.

Bene, dunque, le indennità. Ma servono anche assunzioni, organizzazione, percorsi professionali e soprattutto una rete territoriale finalmente capace di funzionare.

Un altro elemento che merita attenzione positiva riguarda gli interventi annunciati sul payback farmaceutico e dei dispositivi medici. Da anni la governance della spesa è attraversata da tensioni che penalizzano la programmazione e complicano i rapporti tra istituzioni e imprese.

Un riequilibrio dei tetti e una riduzione del peso del ripiano, accompagnati da meccanismi che valorizzino gli investimenti produttivi nel Paese, possono rappresentare un passo nella direzione giusta. Naturalmente bisognerà capire quante risorse saranno effettivamente impegnate e con quali effetti sugli altri capitoli della spesa sanitaria.

Perché sostenere l’innovazione e l’industria è importante, ma non deve tradursi in una sottrazione di risorse all’assistenza.

Positivi anche i riferimenti all’aggiornamento delle tariffe ospedaliere per acuti e agli interventi per Alzheimer e demenze. Sono capitoli che intercettano problemi concreti, troppo spesso rimasti ai margini delle priorità finanziarie. Anche gli investimenti nell’efficientamento energetico degli ospedali avrebbero una loro utilità strutturale così come dovrebbero entrare anche risorse per rafforzare screening su polmone e prostata.

Fin qui, dunque, alcuni segnali incoraggianti.

Il punto più controverso della manovra è però il voucher sanitario da 300 euro destinato agli over 75 con pensioni fino a 28mila euro annui.

Sia chiaro: aiutare economicamente gli anziani a sostenere spese mediche che pesano sui bilanci familiari è un obiettivo assolutamente condivisibile. Chiunque conosca la condizione di tanti pensionati italiani sa bene quanto possano incidere visite, farmaci e prestazioni non coperte dal servizio pubblico.

E 300 euro, per chi ha poche risorse, possono essere un sostegno concreto. Sarebbe ingeneroso negarlo.

Ma qui si pone una questione che va ben oltre la singola misura.

È davvero questa la strada sulla quale vogliamo indirizzare il futuro della sanità italiana?

Il Governo mette sul piatto 1,6 miliardi per aiutare circa 5,5 milioni di anziani a pagare prestazioni sanitarie. Risorse importanti, che tuttavia non rafforzano direttamente il Servizio sanitario nazionale, non aumentano l’offerta pubblica, non assumono personale e non riducono strutturalmente le liste d’attesa.

In sostanza, invece di investire quelle risorse per rendere più accessibili le cure attraverso il Ssn, si sceglie di aiutare una parte dei cittadini a sostenere il costo delle prestazioni che non riescono a ottenere gratuitamente.

È una differenza enorme.

Non si tratta di mettere in contrapposizione l’aiuto alle persone con il finanziamento dei servizi. In un sistema equilibrato possono e devono coesistere entrambi. Ma il voucher dovrebbe rappresentare un intervento complementare e mirato, non la risposta principale alle difficoltà di accesso alle cure.

Altrimenti il rischio è quello di accompagnare, anziché contrastare, una trasformazione silenziosa del nostro modello sanitario: un sistema pubblico che fatica sempre più a rispondere alla domanda e uno Stato che interviene con contributi economici per aiutare i cittadini a rivolgersi altrove.

Peraltro, resta da capire anche quanto sia appropriato il criterio individuato. Perché riservare il beneficio esclusivamente agli over 75? Un pensionato di 74 anni con una grave patologia cronica e un reddito molto basso ha forse meno bisogno di assistenza? E una soglia legata alla pensione è davvero sufficiente per individuare le situazioni di maggiore fragilità economica?

Sono interrogativi ai quali il testo definitivo dovrà fornire risposte.

E c’è poi un problema di efficacia. Un voucher da 300 euro può alleggerire una spesa, ma difficilmente può incidere in maniera significativa sui costi di un percorso diagnostico o terapeutico complesso.

Soprattutto, un bonus si esaurisce, mentre un servizio sanitario efficiente continua a garantire assistenza nel tempo.

Ed è proprio questa la differenza tra una politica di sostegno al reddito e una politica sanitaria strutturale.

Il problema non è quindi il voucher in sé, quanto il peso che gli viene attribuito nell’impostazione complessiva della manovra.

Presentare i 3,4 miliardi destinati al Fondo sanitario insieme agli 1,6 miliardi del contributo per gli anziani come un unico investimento da 5 miliardi per la salute è contabilmente comprensibile, ma politicamente rischia di confondere due scelte profondamente diverse.

Una rafforza, almeno potenzialmente, la capacità di risposta del sistema pubblico. L’altra sostiene il potere d’acquisto di alcuni cittadini di fronte a spese sanitarie che continuano a ricadere sulle famiglie.

Entrambe possono avere una propria legittimità. Ma non sono intercambiabili.

E poi c’è il grande assente, almeno nelle anticipazioni: un disegno organico di rilancio del Servizio sanitario nazionale.

Dove sono le risorse per un piano straordinario di assunzioni? Dove sono gli interventi per rendere finalmente attrattiva la professione infermieristica? Quali finanziamenti accompagneranno la piena operatività delle Case e degli Ospedali di comunità realizzati con il Pnrr? E quale strategia si intende adottare per ridurre davvero le differenze territoriali nell’accesso alle cure?

Non sono questioni secondarie. Sono il cuore della crisi che il Ssn sta attraversando.

Naturalmente bisognerà leggere l’articolato prima di formulare giudizi definitivi. E sarebbe scorretto attribuire al Governo omissioni che potrebbero essere colmate da disposizioni ancora non conosciute.

Ma una prima impressione è che continui a mancare una visione sufficientemente ampia, capace di tenere insieme finanziamento, personale, organizzazione, innovazione e garanzia dei diritti.

Non si può pretendere che una sola legge di Bilancio risolva problemi accumulati in decenni. E sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i vincoli di finanza pubblica entro i quali il Governo deve muoversi. La responsabilità di alcune fragilità del nostro Ssn attraversa più legislature e maggioranze politiche, e nessuno può chiamarsi fuori.

Ma proprio per questo servirebbe un cambio di passo.

Negli ultimi anni il finanziamento sanitario ha conosciuto incrementi e fasi di sostanziale stagnazione, con una discontinuità che ha impedito alle Regioni e alle aziende sanitarie di programmare adeguatamente il futuro. E anche quando le risorse sono arrivate, non sempre sono state accompagnate da quella capacità di gestione e di riorganizzazione indispensabile per trasformarle in servizi migliori.

Perché è vero che la sanità ha bisogno di più soldi. Ma è altrettanto vero che deve imparare a utilizzare meglio quelli che già possiede.

La sfida, quindi, non è soltanto spendere di più. È spendere meglio, con continuità e con obiettivi chiari.

Ed è qui che questa manovra, almeno nelle sue prime anticipazioni, sembra lasciare aperta un’occasione importante.

La scelta di destinare 1,6 miliardi a un contributo per le spese mediche non è di per sé sbagliata. Ma sarebbe stato forse più coraggioso accompagnarla a un programma strutturale, verificabile e pluriennale per ridurre il bisogno stesso di ricorrere a prestazioni a pagamento.

Perché il vero successo di una politica sanitaria non dovrebbe essere il numero di cittadini che ricevono un aiuto per pagarsi una visita, ma il numero di cittadini che riescono a ottenere quella visita nei tempi giusti attraverso il servizio pubblico.

In conclusione, questa manovra presenta alcune luci che meritano di essere riconosciute e alcune ombre che non possono essere ignorate.

Non è una manovra da liquidare come inutile, ma neppure quella svolta di cui il Servizio sanitario nazionale avrebbe bisogno.

Il rischio è che, ancora una volta, si scelga di intervenire sui sintomi anziché sulle cause della malattia.

E il paradosso è evidente: mentre chiediamo ai nostri medici di curare sempre meglio i cittadini, la politica continua troppo spesso a prescrivere alla sanità terapie che alleviano il dolore nell’immediato senza affrontare fino in fondo le patologie strutturali del sistema.

I bonus possono aiutare. Le risorse aggiuntive sono indispensabili. Ma per salvaguardare davvero il nostro Servizio sanitario nazionale occorre qualcosa di più: una scelta politica chiara, duratura e coerente.

Perché il futuro della sanità pubblica non si costruisce distribuendo contributi per acquistare prestazioni, ma garantendo ai cittadini il diritto di riceverle.

Luciano Fassari

29 Ottobre 2026

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