Voucher, bollo e bonus per tutti: la manovra che lascia il Servizio sanitario nazionale a stecchetto

Voucher, bollo e bonus per tutti: la manovra che lascia il Servizio sanitario nazionale a stecchetto

Voucher, bollo e bonus per tutti: la manovra che lascia il Servizio sanitario nazionale a stecchetto

Il Fondo sanitario cresce di 2,4 miliardi, contro i 5,5 chiesti dal ministro e i 6,8 indicati dalle Regioni. Ma il punto non è soltanto quanto si spende: è come si scelgono le priorità. Tra voucher, bonus e agevolazioni, la manovra fatica a indicare una strategia per affrontare le emergenze del Servizio sanitario nazionale.

Il ministro della Salute aveva chiesto 5,5 miliardi in più per il Fondo sanitario nazionale. Le Regioni ne avevano indicati 6,8, mettendo sul tavolo le necessità di chi ogni giorno deve far funzionare ospedali, ambulatori e servizi territoriali. La manovra ne assegna circa 2,4. È questa la distanza da cui conviene partire per leggere le scelte del governo sulla sanità: non una disputa contabile, ma la misura della distanza tra i bisogni dichiarati e le risorse effettivamente messe a disposizione.

Il Fondo arriverà a circa 146,3 miliardi nel 2027, con un incremento di 3,4 miliardi rispetto al 2026. Questo perché, nel conto complessivo, c’è anche un miliardo già previsto dalla legge di bilancio precedente per il 2027. Le nuove risorse aggiuntive stanziate dalla manovra sono dunque circa 2,4 miliardi: 2,365 nel 2027, 2,352 nel 2028 e 2,399 dal 2029. Una crescita che va riconosciuta, ma che resta lontana dalle richieste del ministro e, soprattutto, dalle esigenze rappresentate dalle Regioni.

Si dirà che i soldi non sono infiniti. È vero, e non è una scoperta di questa legge di bilancio. Proprio per questo, però, la discussione non può fermarsi alla quantità delle risorse. Quando il margine è ristretto, la responsabilità politica consiste nel decidere che cosa viene prima. E se la sanità pubblica è davvero una priorità, come la maggioranza sostiene da tempo, ci si aspetterebbe di trovare nella manovra una gerarchia delle urgenze riconoscibile. Non necessariamente tutto e subito, ma almeno una direzione.

Invece, il provvedimento accosta al rifinanziamento del Fondo una serie di misure che rispondono a esigenze diverse, alcune delle quali possono anche essere condivisibili, ma che non hanno tutte lo stesso carattere di urgenza. Il caso più evidente è il voucher da 300 euro destinata agli over 75 per l’acquisto di beni e servizi sanitari. La misura vale 1,645 miliardi nel 2027: una cifra pari a circa il 70% dell’incremento annuale del Fondo sanitario, pur trattandosi di uno stanziamento distinto e non di risorse sottratte direttamente al Fondo.

La platea, peraltro, è più circoscritta di quanto possa suggerire una lettura sommaria della norma. Non si tratta di tutti gli ultrasettantacinquenni con una pensione inferiore a 28 mila euro: il beneficio riguarda chi ha compiuto 75 anni entro la fine del 2026 e percepisce determinate prestazioni assistenziali o trattamenti legati all’invalidità civile, alla cecità o al sordomutismo, entro il limite economico previsto. È un aiuto che può essere utile a persone con difficoltà concrete e non va liquidato con sufficienza. Ma resta una scelta che interviene sulla capacità di acquistare prestazioni e prodotti, non sulla capacità del Servizio sanitario di garantirli.

È qui che si misura la differenza tra un sostegno individuale e una politica sanitaria. Un voucher può alleviare una spesa, ma non riduce una lista d’attesa, non porta un medico in un ambulatorio scoperto, non rafforza un reparto e non rende più accessibile un servizio territoriale.

La stessa domanda sulle priorità si pone guardando alle altre misure. Il bonus per le madri lavoratrici, con una dotazione di circa 800 milioni l’anno, punta a sostenere le donne con almeno due figli e un reddito da lavoro entro la soglia prevista. Il Fondo per il valore dei nuovi nati riconosce invece 100 euro l’anno per ogni bambino fino alla maggiore età, con la possibilità per le famiglie di aggiungere versamenti volontari e di beneficiare di una detrazione del 19% entro il limite stabilito. Il costo complessivo stimato di quest’ultimo intervento è di circa 200 milioni nel triennio.

Sono obiettivi che nessuno ha ragione di contestare in astratto: sostenere la maternità, aiutare le famiglie, favorire il risparmio destinato ai figli. Ma la politica pubblica non si giudica soltanto dalle intenzioni. Cento euro l’anno non cambiano le condizioni materiali che incidono sulla scelta di avere un figlio: la disponibilità di un lavoro stabile, il costo della casa, l’accesso agli asili nido, la possibilità di conciliare occupazione e cura. Destinare 100 euro per ogni nuovo nato, fino al compimento della maggiore età, in maniera indistinta a tutte le famiglie, senza alcun criterio di reddito, resta una scelta quantomeno discutibile. E una detrazione fiscale sui versamenti volontari rischia, per sua stessa natura, di essere più utile a chi dispone già di una capacità di risparmio. Anche qui, insomma, il sostegno può avere una sua utilità, ma non sostituisce una politica strutturale.

C’è poi la questione del bollo auto. La manovra rende strutturale l’esenzione per i veicoli che rientrano nei requisiti previsti, dopo che la misura era stata introdotta per il 2027 con un precedente provvedimento. Per compensare le minori entrate delle Regioni sono previsti trasferimenti per circa 2,3 miliardi nel 2027, 2,316 nel 2028 e 2,339 nel 2029. Risorse con cui lo Stato ristora le amministrazioni regionali del mancato gettito. Resta però anche questa una scelta di politica fiscale che non è graduata in base al reddito – almeno non direttamente – e che impegna risorse consistenti per un’agevolazione generalizzata, mentre il finanziamento dei servizi essenziali continua a essere oggetto di una trattativa al ribasso.

Il punto non è mettere in contrapposizione ogni misura di sostegno alle famiglie o ogni agevolazione fiscale con la sanità. Sarebbe un argomento troppo facile. Il punto è chiedersi se, nel momento in cui il governo dichiara di non poter soddisfare le richieste del ministro della Salute e delle Regioni, abbia davvero scelto di concentrare le risorse disponibili sulle emergenze più difficili da rinviare. La risposta, guardando alla composizione degli interventi, non è rassicurante. Perché una cosa è riconoscere che esistono esigenze sociali diverse e legittime; un’altra è stabilire quali debbano venire prima. E questa seconda operazione è precisamente il compito della politica.

Anche dentro il capitolo sanitario, del resto, la manovra presenta luci e ombre. Sono previsti 500 milioni per l’aggiornamento delle tariffe ospedaliere, 380 milioni per aumentare il tetto di spesa destinato all’indennità di pronto soccorso, 300 milioni per prestazioni aggiuntive finalizzate alla riduzione delle liste d’attesa e 100 milioni per le politiche a favore delle persone con Alzheimer e demenza. A queste risorse si aggiungono 100 milioni per i buoni pasto e la mensa del personale sanitario. Il totale degli stanziamenti vincolati indicati per questi interventi arriva così a 1,38 miliardi.

Sono innegabilmente misure concrete, alcune attese da tempo, e sarebbe sbagliato ignorarle. Ma la loro somma non equivale ancora a una strategia. Le risorse per le liste d’attesa, per esempio, possono finanziare prestazioni aggiuntive, ma non risolvono da sole la carenza di personale e le difficoltà organizzative che alimentano il problema. E gli interventi sul trattamento economico di alcune categorie non sostituiscono un piano capace di rendere il servizio sanitario più attrattivo, trattenere i professionisti e colmare le carenze di medici, infermieri e operatori. Lo stesso vale per le apparecchiature: gli investimenti del Pnrr hanno consentito di acquistare e rinnovare parte delle dotazioni tecnologiche, ma servono risorse anche per manutenzione, sostituzione e personale formato a utilizzarle. Non basta finanziare una macchina se poi mancano le condizioni per metterla al servizio dei pazienti.

La manovra interviene anche sul rapporto con il privato accreditato, aumentando dal 2027 di tre punti percentuali il limite di spesa per l’acquisto di prestazioni: due punti sono destinati agli effetti delle nuove tariffe per riabilitazione ospedaliera e lungodegenza post-acuzie, uno alla specialistica ambulatoriale e protesica. È una scelta che può contribuire ad ampliare l’offerta, ma che rende ancora più evidente la questione di fondo: il sistema ha bisogno di prestazioni disponibili, indipendentemente da chi le eroga, ma ha anche bisogno di recuperare capacità pubblica, personale e organizzazione. Senza questo secondo passaggio, il ricorso all’acquisto di prestazioni rischia di diventare una risposta permanente alle insufficienze del sistema.

Un altro capitolo riguarda il payback farmaceutico e quello dei dispositivi medici. Qui occorre evitare di sommare cifre diverse e presentarle come se fossero un trasferimento indistinto alle aziende. La manovra prevede, per il settore farmaceutico, una riduzione fino a 160 milioni l’anno degli obblighi di payback, subordinata a investimenti aggiuntivi delle imprese in innovazione, sperimentazione, produzione e logistica. Per i dispositivi medici è previsto un contributo statale di 350 milioni l’anno nel 2028 e nel 2029, a parziale copertura degli obblighi relativi al periodo 2019-2023, con una prosecuzione anche negli anni successivi. Considerando il triennio 2027-2029, gli importi delle due misure arrivano a circa 1,18 miliardi, ma con meccanismi, condizioni e decorrenze differenti. Non è corretto descriverli come 1,5 miliardi sottratti al Fondo sanitario e consegnati direttamente alle industrie. È corretto, invece, osservare che il governo ha scelto di intervenire anche per alleggerire gli oneri delle imprese, impegnando risorse pubbliche per compensare le minori entrate delle Regioni.

Nel frattempo, i conti regionali continuano a essere in affanno, a segnalare una difficoltà che non può essere archiviata come un problema di cattiva amministrazione locale. Nel 2025 il disavanzo sanitario prima delle coperture è salito a circa 2,3 miliardi, contro gli 1,5 miliardi del 2024, con un aumento del 51,8%. Sette Regioni sono in piano di rientro e il loro disavanzo è passato da 197 a 677 milioni. Oltre il 70% del disavanzo complessivo, tuttavia, si concentra in Regioni che non sono sottoposte a un piano di rientro. È un dato che invita a guardare oltre la contrapposizione tra amministrazioni virtuose e amministrazioni inefficienti: la pressione sui bilanci sanitari è diffusa e riguarda anche sistemi che non sono formalmente in piano di rientro.

È soprattutto sulla prevenzione che l’assenza di una scelta riconoscibile pesa. La manovra non individua un nuovo stanziamento organico per rafforzare i programmi di prevenzione, ampliare in modo strutturale gli screening oncologici, sostenere la vaccinazione o sviluppare interventi continuativi contro le principali patologie croniche. Non significa che in questi ambiti non esistano risorse o programmi già finanziati. Significa che non emerge un investimento aggiuntivo capace di affrontare le disuguaglianze territoriali e le difficoltà che ancora limitano l’accesso alla prevenzione.

Gli screening oncologici sono un esempio particolarmente evidente. La loro efficacia dipende dalla capacità di raggiungere le persone nelle fasce di età previste, invitarle a partecipare, garantire gli esami e assicurare tempi rapidi per gli eventuali approfondimenti diagnostici. Non basta che un programma sia formalmente previsto: servono personale, agende disponibili, strutture attrezzate e un’organizzazione in grado di accompagnare il cittadino lungo tutto il percorso. Le differenze tra Regioni, e in particolare i ritardi che continuano a interessare diverse aree del Mezzogiorno, mostrano quanto sia ancora lontano un accesso uniforme a questi strumenti. Investire nella prevenzione significa intervenire prima che una patologia venga diagnosticata in fase avanzata, riducendo sofferenze e, nel tempo, anche il ricorso a cure più complesse e costose.

Lo stesso ragionamento vale per la prevenzione cardiovascolare, per la diagnosi precoce delle malattie croniche, per le vaccinazioni e per la salute delle donne. Sono ambiti nei quali la continuità degli interventi conta più dell’annuncio di una misura una tantum. Eppure, proprio mentre si individuano risorse per voucher e agevolazioni, non si vede un analogo investimento aggiuntivo per rafforzare la capacità del sistema di prevenire le malattie. È una scelta che ha un costo non soltanto sanitario, ma anche economico: ciò che non si intercetta oggi rischia di diventare domani una prestazione più impegnativa, più costosa e spesso meno efficace.

In questo quadro, Orazio Schillaci appare come il ministro che ha indicato un fabbisogno e si ritrova con una dotazione assai più contenuta. Non è la prima volta che la sua linea incontra difficoltà dentro la maggioranza. La riforma della medicina generale che aveva promosso, e che aveva incontrato il sostegno delle Regioni, si è arenata davanti alle resistenze politiche prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Non è stata dunque una riforma bocciata in Parlamento: semplicemente, non ha superato il passaggio politico necessario per diventare un provvedimento del governo. Anche questo racconta qualcosa del peso del ministro nelle decisioni dell’esecutivo.

A Schillaci si può chiedere di più. Un ministro della Salute non può limitarsi a rivendicare risorse insufficienti: deve indicare come impiegarle, quali servizi rafforzare per primi, quali risultati misurare e quali riforme rendere finalmente operative. Ma non si può chiedere a lui, da solo, di difendere il Servizio sanitario nazionale mentre le decisioni di bilancio e gli equilibri della maggioranza seguono altre priorità.

La questione, in fondo, è semplice. Se i soldi sono pochi, ogni scelta diventa più importante. Non è necessario sostenere che ogni bonus sia inutile, né negare che alcune agevolazioni possano rispondere a bisogni reali. È necessario però stabilire che cosa viene prima. E in un Paese nel quale le liste d’attesa costringono a rinunciare alle cure o a pagarle privatamente, i pronto soccorso faticano a reggere, la prevenzione resta diseguale e l’assistenza territoriale procede a velocità diverse, la capacità del sistema di prendersi cura delle persone e la garanzia del diritto alla salute dovrebbero venire prima di misure dal beneficio immediato, ma dall’impatto limitato sulle condizioni di vita e sull’accesso ai servizi.

Non è una questione di contrapporre la sanità a ogni altra politica pubblica. È una questione di gerarchia delle priorità e di responsabilità politica. Il governo può legittimamente decidere di finanziare voucher, bonus e agevolazioni. Ma non può poi presentare la scarsità delle risorse come una giustificazione inevitabile quando si tratta di rispondere alle necessità del Servizio sanitario nazionale. Perché la scarsità non elimina la possibilità di scegliere: la rende più urgente. E le scelte compiute in questa manovra raccontano una gerarchia nella quale la tutela della salute non sembra occupare il posto che dovrebbe.

La sanità pubblica non si difende con i comunicati sull’aumento “record” del Fondo, né distribuendo piccoli aiuti a valle delle sue insufficienze. Si difende mettendo il servizio in condizione di funzionare. E questa, più che la distanza tra Schillaci e il Mef, è la domanda alla quale la manovra non sembra riuscire a dare una risposta.

Giovanni Rodriquez

01 Novembre 2026

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