Per Orazio Schillaci, nella legge di bilancio non c’è la parola “tagli”. Per Davide Faraone, invece, il problema è tutto in quei 3,1 miliardi che mancano rispetto ai 5,5 richiesti dal ministro. Il question time alla Camera sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale diventa così il terreno di un confronto che va oltre i numeri: da una parte il titolare della Salute, impegnato a difendere le scelte del governo e a rivendicare la crescita delle risorse; dall’altra il capogruppo di Italia Viva, che gli contesta di non aver ottenuto dal ministero dell’Economia quanto riteneva necessario. Fino all’affondo finale: Schillaci sarebbe, secondo Faraone, un “prigioniero politico” della maggioranza.
Il ministro apre richiamando le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha definito la tutela della salute una “priorità assoluta” e l’universalità del Servizio sanitario un patrimonio della Repubblica. “Sono parole che condivido e su questo impegno il Governo ha costruito le proprie scelte”, dice. Poi mette in guardia da quella che considera una lettura strumentale dei dati: “Il Servizio sanitario va guardato per intero, con le sue fragilità e con i suoi punti di forza, che sono unici al mondo. Proprio per questo dovremmo smettere di agitare, a volte, recensioni di parte e analisi che spostano l’asticella di un anno, con una tesi da difendere. La salute non è terreno di partita elettorale”.
Il cuore della difesa di Schillaci è nei numeri e, soprattutto, nel modo in cui vengono letti. Il rapporto tra Fondo sanitario nazionale e Pil, osserva, è spesso utilizzato per sostenere che il finanziamento della sanità stia diminuendo. Ma, secondo il ministro, quel parametro non restituisce da solo la misura delle risorse destinate alla salute: “Il rapporto fra Fondo e Pil misura l’economia, non la salute. Il denominatore cresce con il Pil e con l’inflazione. L’impegno sulla salute si misura in euro che arrivano ai pazienti: in euro, in questa manovra, il Fondo cresce, e ci sono più di 20 miliardi dal 2022. Nel 2026, l’aumento annuale è stato il più alto di sempre in valore assoluto”.
Schillaci contesta anche la sovrapposizione tra finanziamento pubblico e spesa sanitaria complessiva. “Fondo e spesa non sono la stessa grandezza: il Fondo è il fabbisogno standard dei livelli essenziali; la spesa comprende quei livelli e molto altro con linee di finanziamento diverse”. E sul ricorso alla spesa privata aggiunge che nel 2025, mentre la spesa pubblica è cresciuta, quella privata è diminuita. Una cifra, sostiene, che comprende anche prestazioni estranee ai livelli essenziali di assistenza e che non può essere interpretata automaticamente come la misura di ciò che il Servizio sanitario non riesce a garantire.
Il ministro cita, a questo proposito, le cure odontoiatriche e il voucher per gli over 75: “Non bisogna vedere tutto come un blocco unico, come la fotografia, per esempio, di un servizio pubblico che arretra. Dietro quel numero ci sono cause diverse: motivi economici, liste d’attesa e prestazioni che il Servizio non ha mai coperto, come per esempio le cure odontoiatriche, che oggi sono aggredite con il voucher per gli over 75. Dove il bisogno è reale, noi agiamo”.
È una difesa che Schillaci accompagna con la rivendicazione degli interventi messi in campo dal governo. Dalle risorse per le prestazioni aggiuntive destinate a ridurre le liste d’attesa agli stanziamenti per la prevenzione, fino ai fondi vincolati al personale. “Io sto dalla parte dei più fragili, di chi una cura da solo non se la può permettere”, afferma. E ricorda il mezzo miliardo destinato alla prevenzione, i circa tre miliardi vincolati negli ultimi anni per assumere e retribuire meglio il personale sanitario e il finanziamento del Fondo, che nel 2027 arriverà a 146,3 miliardi. Anche il voucher per gli anziani, aggiunge, va giudicato per la sua capacità di raggiungere chi ne ha davvero bisogno: “È un segnale verso chi ha bisogno di un aiuto in più, per questo non va condannato. Faremo la nostra parte perché vada dove serve davvero agli anziani”.
La risposta più significativa arriva, però, quando Faraone gli chiede se il governo abbia valutato l’adeguatezza delle risorse. “Sì, l’abbiamo valutata, non mi sottraggo, per la sanità i fondi non bastano mai”, ammette Schillaci. “Lo dico qui, senza giri di parole; lo dico da tecnico, però con la piena consapevolezza della congiuntura, non di chi, a volte, usa cifre suggerite da altri”. Il ministro rivendica un approccio graduale e strutturale: “La salute degli italiani non si difende con slogan di un anno, si difende indicando una strada”.
È proprio su quella distanza tra le richieste del ministero e le risorse effettivamente stanziate che si concentra la replica di Faraone. “Se mi dovessi mettere nei panni di un italiano che ha ascoltato il ministro, non ci avrei capito un tubo”, esordisce. La domanda, sostiene, era molto più semplice: “Lei aveva chiesto 5,5 miliardi, Giorgetti gliene ha dati 2,4. Quindi, rispetto alle risorse che aveva chiesto, c’è un dimezzamento”. Una cifra che, secondo il deputato di Italia Viva, non consentirebbe neppure di finanziare nuovi interventi: “Di fatto si pagherebbero soltanto i costi inflattivi”.
Faraone descrive un sistema che, a suo giudizio, rischia di non avere le risorse necessarie per affrontare le criticità già aperte: le liste d’attesa, gli ospedali di comunità avviati ma privi di personale, l’edilizia ospedaliera e la difficoltà di rendere attrattivo il lavoro nel servizio pubblico. A sostegno della sua contestazione cita anche le parole dell’assessore al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso, che avrebbe definito “insostenibili” per le Regioni i tagli previsti per la sanità. “Questo significa non riuscire a completare il lavoro sulle liste d’attesa, non far funzionare le case e gli ospedali di comunità e non incentivare il personale sanitario a lavorare nel pubblico”, osserva.
La critica sui finanziamenti diventa così un attacco alla posizione politica del ministro dentro la maggioranza. Faraone gli rimprovera di non aver fatto abbastanza per difendere le esigenze del Servizio sanitario e collega la vicenda delle risorse ad altre decisioni contestate da Italia Viva: la presenza di esponenti contrari ai vaccini nel Nucleo di valutazione dei vaccini e il reintegro dei medici non vaccinati. “Ministro, noi siamo in una situazione allarmante e ci aspetteremmo da lei, visto che ha sottolineato di essere un tecnico, che battesse i pugni di fronte a una situazione che, da tecnico, dovrebbe vedere come grave”.
Poi la conclusione, con l’immagine destinata a restare al centro del confronto: “Io la considero una sorta di prigioniero politico in questo Governo, anche sui provvedimenti che riguardano la sanità. Le nominano i no-vax nel Nucleo di valutazione dei vaccini; poi reintegrano i medici no-vax negli ospedali, mentre lei sarebbe contrario; poi chiede 5,5 miliardi di euro e gliene danno 2,4. È un prigioniero politico in questa maggioranza”. Faraone gli chiede infine di cambiare passo o di trarne le conseguenze: “Il Governo Meloni non investe sulla sanità, investe sui no-vax, e io non credo che sia la scelta giusta”.
Al di là della contrapposizione parlamentare, resta il nodo che il question time non ha sciolto: quanto del nuovo finanziamento servirà a coprire l’aumento dei costi e quanto potrà tradursi in servizi aggiuntivi, personale e prestazioni per i cittadini. È su questa distinzione, più che sulla disputa tra il rapporto Fondo-Pil e il valore assoluto degli stanziamenti, che si misura la reale adeguatezza delle risorse destinate al Servizio sanitario.