Schizofrenia. Con antipsicotici di seconda generazione migliora la qualità della vita

Schizofrenia. Con antipsicotici di seconda generazione migliora la qualità della vita

Schizofrenia. Con antipsicotici di seconda generazione migliora la qualità della vita
Secondo un nuovo studio tedesco, gli antipsicotici di seconda generazione (SGAs) possono produrre miglioramenti significativamente maggiori in termini di qualità della vita, rispetto a quelli di prima generazione, per i pazienti con schizofrenia. “Mentre gli SGAs sono molto più prescritti dei FGAs, gli studi di efficacia non hanno confermato che siano superiori”, spiegano dalla RWTH Aachen University in Germania su Lancet Psychiatry.

(Reuters Health) –Gli antipsicotici di seconda generazione (SGAs) possono produrre miglioramenti significativamente maggiori in termini di qualità della vita, rispetto a quelli di prima generazione, per i pazienti con schizofrenia. E' quanto emerso da un nuovo studio tedesco.  "I pazienti con schizofrenia sono molto eterogenei – dice Gerhard Gruender della RWTH Aachen University – Se poi si trattano questi pazienti eterogenei in uno studio in doppio cieco, si perde l’effetto differenziale di un farmaco su diverse popolazioni”.
 
Lo studio
Per risolvere questo problema, i ricercatori hanno disegnato uno studio che ha permesso ai medici partecipanti qualche scelta nel trattamento del paziente, pur rimanendo ignari del farmaco assegnato nello specifico al paziente. Da due a sei possibili combinazioni di farmaci sono infatti state assegnate in modo casuale ai pazienti di 14 ospedali tedeschi che hanno iniziato il trattamento o hanno richiesto un cambiamento nella terapia.
Ogni coppia di farmaci includeva un FGA (aloperidolo o flupentixol) e un SGA (aripiprazolo, olanzapina o quetiapina). A quel punto il medico ha scelto quale coppia fosse più adatta per il paziente, cui è stata assegnata in modo casule l’FGA o il SGA della coppia prescelta dal camice bianco.
 
I risultati
149 pazienti sono stati randomizzati, e 136 hanno ricevuto almeno una dose del farmaco in studio, 63 nel gruppo FGA e 73 nel gruppo SGA. Entro 24 settimane, aveva abbandonato l’83% del gruppo FGA e il 71% del gruppo SGA. Dopo 24 settimane, l’area media sotto la curva (AUC) per la Short Form 36 Health Survey era di 85,1 per i pazienti randomizzati con SGA, rispetto al 79,7 per il gruppo FGA (p = 0,011; basato su tutti i pazienti che avevano ricevuto almeno una dose del farmaco in studio). Entrambi i gruppi hanno mostrato miglioramenti simili sulla scala Impression-Improvement Clinical Global.

A sei e 24 settimane, i pazienti trattati con SGA hanno fatto registrare un aumento significativamente maggiore dell’indice di massa corporea rispetto al gruppo FGA.

“La maggior parte degli altri studi di efficacia su farmaci antipsicotici sono stati basati su parametri clinici oggettivi – osserva Gruender – Dobbiamo ascoltare con più attenzione quello che dicono i pazienti.Tutti gli studi clinici sono più o meno basati sui risultati soppesati dai medici, soprattutto la psicopatologia, ma potrebbe costituire un approccio sbagliato per il paziente, soprattutto per quelli psichiatrici. I pazienti con schizofrenia potrebbero essere meglio avvicinati puntando al loro benessere e ascoltando come si sentono quando assumono un determinato farmaco. Questa è la direzione verso la quale dovrebbe orientarsi almeno parte della ricerca”.

I commenti
“L’industria – aggiunge lo specialista – dovrebbe essere molto interessata ad applicare questo studio per valutare nuovi composti, perché uno dei motivi per cui c’è una carenza di innovazione in psichiatria potrebbe essere rappresentato dal fatto che i lavori disponibili non sono sufficienti per mostrare le differenze tra i farmaci”.

Nell’editoriale che accompagna lo studio, Stefan Leucht della Technische Universität München, e John M. Davis, della University of Illinois di Chicago, notano che l’utilizzo di una scala della qualità della vita generica rafforza maggiormente lo studio. “Un punteggio che viene influenzato dall’efficacia e dagli effetti collaterali complessivi potrebbe essere più importante nell’esperienza reale del paziente nella riduzione dei sintomi positivi, spesso il risultato primario negli studi di efficacia”, scrivono i due professori.

Fonte: Lancet Psychiatry 2016

Anne Harding

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) 

Anne Harding

23 Giugno 2016

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