Convenzione. Milillo (Fimmg): “Remunerazione pesata? Parliamone. Ma no a soluzioni estemporanee”

Convenzione. Milillo (Fimmg): “Remunerazione pesata? Parliamone. Ma no a soluzioni estemporanee”

Convenzione. Milillo (Fimmg): “Remunerazione pesata? Parliamone. Ma no a soluzioni estemporanee”
Il segretario nazionale della Fimmg, Giacomo Milillo, replica alle proposte di Marida Bolognesi del PD, finalizzate a riformare la convenzione dei medici di famiglia: dedicare una quota di mmg a fasce particolari di popolazione e "pesare" la remunerazione per complessità di intervento. Anche se contrario a soluzioni "estemporanee", così giudica l'esclusiva assistenziale, Milillo "apre" al criterio di remunerazione pesata, ma con diversi distinguo.

Dottor Milillo, è d’accordo con la proposta lanciata dalla dottoressa Bolognesi dei medici in "esclusiva" ad esempio per la non autosufficienza?
I giudizi sul fatto che la convenzione oggi sia inadeguata sono assolutamente condivisibili. Da cinque anni la Fimmg chiede che vengano cambiati i criteri che ispirano la convenzione e che si compia una revisione della struttura del compenso. Ma la medicina generale non ha bisogno di “esclusive” su fasce di età. Credo che l’idea non piaccia neanche ai cittadini. Significherebbe infatti che a 80 anni un assistito verrebbe costretto a cambiare il suo medico di fiducia per essere trasferito nell’elenco assistiti del medico che si occupa esclusivamente dei non autosufficienti. Non è di questo che il sistema ha bisogno: ricordiamo che il punto di forza del medico di medicina generale è il rapporto di fiducia continuato nel tempo con il paziente.
Quel che serve per migliorare l’assistenza è che i medici di medicina generale smettano di lavorare da soli e si riuniscano in squadre. In questo modo tutte le squadre avranno le competenze e gli strumenti necessari per rispondere a tutti i bisogni dei pazienti.
Una forma di aggregazione obbligatoria che abbiamo già cominciato ad introdurre e alla quale stiamo lavorando anche sul piano legislativo.

E invece cosa pensa dell'ipotesi avcanzata sempre da Bolognesi di una sorta di "remunerazione pesata"?
Una riforma della convenzione serve. Ma proprio per questo diciamo no a soluzioni estemporanee. Che la quota capitaria omni comprensiva sia da superare è fuori di dubbio. Nell’ambito della quota capitaria che viene riconosciuta oggi al medico per ogni scelta, infatti, sono comprese le spese necessarie per lo studio e gli altri fattori di produzione. Da anni chiediamo il riconoscimento della quota relativa all’onorario e la negoziazione separata di questi fattori di produzione. 
La nostra idea è quindi quella di mantenere una quota capitaria ma pesandola sui costi necessari per garantire le prestazioni.
Posso anche essere d'accordo con l'idea che l'assistenza a un trentenne sia remunerata meno di quella a un non autosufficiente, ma ripeto, non siamo assolutamente d’accordo con l’idea di frammentare le competenze e costruire un sistema per fasce di popolazione. Tutti i medici devono occuparsi di assistere tutte le tipologie di pazienti. E devono farlo in squadra.

Con gli ulteriori tagli previsti dalle ultime manovre i progetti per il potenziamento della medicina territoriale rischiano di essere abbandonati….
Non è solo un problema derivante dalle ultime finanziarie. Da anni si parla di investire, ma i soldi per gli investimenti non si trovano mai. Ma il potenziamento dell’assistenza territoriale è un passaggio indispensabile per sostenibilità di un Servizio sanitario nazionale, almeno finché si decide di avere un sistema pubblico di tutela della salute. L’assurdo è che si continuano a spendere soldi per un’assistenza più costosa, ad esempio con i ricoveri inappropriati, quando si potrebbe avere un’assistenza migliore e a costi inferiori investendo sull’assistenza territoriale. Che oggi continua ad essere inadeguata, ma per garantire i risultati sono necessari gli investimenti.
Noi stiamo cercando di ovviare a questa la situazione con proposte alternative. Non a caso abbiamo fatto nascere nell’ambito di Confprofessioni, che è la confederazione dei sindacati di tutti i liberi professionisti, un sistema di “confidi” che consiste in crediti agevolati di cui i medici possono usufruire per l'acquisto o la creazione di uno studio, per l'ammodernamento tecnologico delle proprie infrastrutture o per l'adeguamento strumentale di cui ha bisogno.
In questo modo non chiediamo allo Stato di investire, ma di impegnarsi a retribuire a noi, a costi inferiori, prestazioni che attualmente sostiene a costi maggiori e non necessariamente più appropriate ed efficienti. Affidarci, insomma, percorsi di cura come quelli dei pazienti diabetici, ad esempio. Mentre noi medici ci facciamo carico degli investimenti necessari per organizzare questi percorsi, comprese le spese per i fattori di produzione.

Questo dovrebbe avvenire all’interno dell’organizzazione aggregata di medici?
Sì, il contatto è tra l’azienda e la forma aggregata di medici, non con il singolo medico che non sarebbe, tra l’altro, in grado di gestire un sistema di percorsi terapeutici.

Che fine farà l’integrazione ospedale-territorio?
L’integrazione ospedale territorio non è un problema economico. È sempre fallita per un problema strutturale. Ogni medico, infatti, deve correlarsi con esigenze organizzative di centinaia di servizi. Allo stesso tempo ogni servizio si deve confrontare con le esigenze di miglia di medici. Un sistema così è ingovernabile. Occorre trovare criteri e procedure condivise.
L’unico modo percorribile, secondo il mio parere, è proprio dato dal lavoro di squadra dei medici, perché un sistema così organizzato permetterà di avere una migliore gestione delle richieste ai servizi per percorsi di cura e attraverso l’identificazione di un medico del team che sia punto di riferimento per il team e i centri stessi.
 

13 Settembre 2011

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