Colecisti. Quando è utile la chirurgia?

Colecisti. Quando è utile la chirurgia?

Colecisti. Quando è utile la chirurgia?
Nei casi non urgenti, non sempre è utile rimuovere la colecisti in laparoscopia. Su questo aspetto, per il quale manca una linea di uniformità tra i chirurghi, ha indagato un team olandese. Al termine dello studio, condotto su oltre mille pazienti, le terapie tradizionali e la chirurgia hanno ottenuto una sostanziale parità in termini di risoluzione del dolore

(Reuters Health) – Le condizioni di molti pazienti che presentano calcoli biliari e dolori addominali non migliorano dopo la rimozione della colecisti. Uno studio pubblicato il 26 aprile sulla rivista The Lancet suggerisce che l’intervento chirurgico non sempre sarebbe necessario. Le linee guida di trattamento in molti paesi raccomandano che, in caso di dolore addominale associato a calcoli biliari, i medici eseguano una colecistectomia laparoscopica per rimuovere la colecisti. Non esiste però una direttiva nei casi di elezione. Come scegliere i pazienti che potrebbero migliorare senza chirurgia e con dei cambiamenti del loro stile di vita?

Lo studio
. Per valutare se i pazienti trattati in laparoscopia hanno esiti migliori e lamentano meno dolore post-operatorio e per capire se i chirurghi adottano dei criteri rigorosi per scegliere la tecnica chirurgica, un team olandese- guidato da Philip de Reuver, chirurgo gastrointestinale all’Ospedale Universitario Radboud di Nijmegen – ha condotto uno studio su oltre mille pazienti.
 
I partecipanti allo studio, affetti da calcoli biliari e dolore addominale, sono stati suddivisi in modo casuale in due gruppi: 537 pazienti hanno ricevuto le cure abituali, gli altri 530 sono stati sottoposti a intervento chirurgico solo in caso di soddisfacimento di cinque criteri: attacchi di dolore severo; dolore di una durata minima da 15 a 30 minuti; dolore che si irradia alla schiena; dolore all’addome superiore o nel quadrante superiore destro dell’addome e dolore che risponde ai farmaci antidolorifici.

I due approcci (cure tradizionali o applicazione di criteri restrittivi) hanno prodotto lo stesso risultato per quanto riguarda la risoluzione del dolore: almeno il 40% dei pazienti in entrambi i gruppi presentava dolore addominale 12 mesi dopo.
Nel secondo gruppo però sono state operate meno persone, il 68% rispetto al 75% nel gruppo che ha ricevuto le cure “tradizionali”. Secondo i ricercatori tale risultato suggerisce che i chirurghi dovrebbero considerare caso per caso se l’intervento sia effettivamente necessario e riconsiderare i loro criteri per raccomandare l’operazione.

Ridurre al minimo la chirurgia
I pazienti dovrebbero “essere consapevoli che esiste un’alta probabilità che l’intervento alla colecisti non placa tutti i dolori addominali”, osserva Philip de Reuver.“Un buon metodo per ridurre al minimo la chirurgia non necessaria è condividere le decisioni con il paziente, sulla base delle informazioni che fornisce. I chirurghi spiegheranno quali sintomatologie trovano un buona soluzione nella chirurgia e quali nella terapia medica”.
 

L’obiettivo principale dello studio era dimostrare la “non-inferiorità” dell’applicazione di criteri di selezione chirurgici restrittivi rispetto al lasciare la scelta al chirurgo. Perché ci fosse un’effettiva differenza tra i due approcci, secondo i criteri dei ricercatori, si sarebbero dovuti osservare almeno 5 punti percentuali che separassero i due gruppi, riguardo al dolore 12 mesi dopo le cure ricevute
Dopo un anno, invece, in caso di applicazione di criteri restrittivi, il 56% dei pazienti non provava più dolore, contro il 60% dei pazienti che aveva subito l’intervento.

Tra i due gruppi non sono state osservate differenze neanche per quanto riguarda le complicanze legate alla partecipazione allo studio clinico: dolore acuto alla colecisti e al pancreas si sono manifestati nell’ 8% dei pazienti trattati con cure standard e nel 7% del gruppo avviato alla chirurgia con criteri restrittivi. Lo stesso vale per le complicanze chirurgiche che si sono manifestate nel 21% dei casi per il primo gruppo e nel 22% nel secondo gruppo.

Fonte:The Lancet 2019

Lisa Rapaport
 

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Lisa Rapaport

10 Maggio 2019

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