Com’è difficile curare l’alcolismo. “Gran parte del problema sta nella 180”

Com’è difficile curare l’alcolismo. “Gran parte del problema sta nella 180”

Com’è difficile curare l’alcolismo. “Gran parte del problema sta nella 180”
Questa la tesi di una psichiatra e psicoterapeuta di Imperia, autrice di un libro sul tema del trattamento delle alcoldipendenze. Spiega  Ina Maria Hinnenthal: "Il problema è in parte da ricondurre alla riforma psichiatrica italiana, che ha scisso i servizi di salute mentale dalle dipendenze. La dipendenza da alcol si è trovata in mezzo e le persone con problemi alcol-correlati si sono scontrate con la difficoltà di ottenere risposte efficaci".

Quello del trattamento delle dipendenze da alcol è un problema in costante divenire. Ancor più in Italia, dove in pochi decenni si è assistito a un radicale cambiamento dei modelli di consumo problematico. O, quanto meno, all’emergere di nuovi modelli che si sono andati via via ad affiancare a quelli tradizionali. Se fino a qualche anno fa, gli alcolisti in Italia erano vittime di una “degenerazione” del modello mediterraneo (raramente in stato di ebbrezza in pubblico, ma con consumi esagerati a casa), oggi non è più così.

E soltanto raramente i servizi di alcologia sono stati in grado di rispondere. 
“Il problema – ci spiega Ina Maria Hinnenthal, psichiatra, psicoterapeuta, responsabile dell’Ambulatorio di Alcologia della Struttura semplice dipartimentale del ASL 1 di Imperia e tra gli autori di un recente libro sui trattamenti nelle dipendenze da alcol e cocaina, edito da Seed – è in parte da ricondurre alla riforma psichiatrica italiana, che ha scisso i servizi di salute mentale dalle dipendenze. La dipendenza da alcol si è trovata in mezzo. Da una parte il trattamento di persone con problemi alcol-correlati sembrava essere soltanto una branca collaterale dei SerT e delle comunità del privato sociale, tanto che a lungo medici e psichiatri hanno considerato la cura degli alcolisti un ambito “deprimente”, quasi senza speranza. Dall’altra i reparti di medicina che si occupavano delle conseguenze “acute” del consumo di alcol. In mezzo il nulla, o quasi, se si escludono i gruppi di auto-aiuto e i reparti di psichiatria per i pazienti si presentavano difficili da gestire”.
 
Intanto, però, si affacciavano – in genere nel Nord Italia – esperienze tese a integrare i diversi approcci e a focalizzare le attività terapeutiche sulla specificità e complessità della dipendenza dall’alcol. Villa Soranzo, una struttura convenzionata nei pressi di Venezia nata grazie alla collaborazione tra il Dipartimento per le Dipendenze dell’Azienda ULSS 13 del Veneto e il CEIS “Don Milani” di Mestre, è tra queste. 
“È un modello che parte da un campo un po’ dimenticato. Dalla psicoterapia residenziale”, illustra Hinnenthal. ”Dopo la riforma, la psicoterapia è stata lasciata al privato, ma, nel caso dell’alcol, senza un approccio che dia retta sia al corpo sia alla biografia non se esce. Questo progetto è stato uno dei primi centri che ha cercato di dare una risposta a quanti erano caduti in mezzo ai vari reparti offrendo un progetto terapeutico breve. Gli alcolisti, tradizionalmente, al massimo venivano tenuti in ospedale per pochi giorni per la disintossicazione fisica o in strutture per tossicodipendenti per periodi molto lunghi, fino a due-tre anni. Strategie entrambe poco efficaci. Nel caso di Villa Soranzo, il programma dura in media dai 2 ai 6 mesi”. 
 
Quello che viene messo in pratica nella residenza è un programma che cerca di integrare la medicina “fisica” con percorsi psicoterapeutici. 
“Il problema – aggiunge la psichiatra – è che gli alcolisti spesso hanno un problema di integrazione tra le due parti del cervello. La parte emotiva, l’emisfero destro, risulta bloccata. Nella psicoterapia si mettono in atto metodiche che danno risposte al materiale emotivo per entrare in contatto con quello intelligente/razionale. Per questo ci sono gruppi che lavorano in modo preciso sul rilassamento e sul contatto con il corpo, sull’emotività, sulla motivazione al cambiamento. Il gruppo stesso ha un valore terapeutico. Inoltre la comunità è schermata dagli stimoli esterni per “disintossicarsi” dalla velocità del fuori. In tal modo si dà la possibilità di rallentare e concentrarsi sulla percezione del sé. Perché una componente importante della dipendenza è il fuggire sempre da ciò che si dovrebbe percepire. 
Naturalmente ciò non esclude, quando necessario, l’uso di farmaci. Può trattarsi di anticraving o di antidepressivi. Tutto dipende da cosa c’è sotto quest’iceberg chiamato dipendenza”.
 
L’approccio funziona? A quanto pare sì. “Dopo un anno il 60 per cento non beve. A 18 mesi il 63 per cento è in piena astinenza, il 21 per cento ha fatto almeno una “scivolata”, il 14 è in piena ricaduta. Dati che dimostrano che è fondamentale continuare a seguire un programma dopo l’uscita dalla struttura. È necessario restare in contatto con un servizio o con i gruppi di auto-aiuto”.
Intanto piccole strutture come Villa Soranzo crescono. E soprattutto al Nord comincia ad abbozzarsi una rete (CoRRAl – Coordinamento Residenzialità Riabilitative Alcologiche).
Ma la sfida è difficile. “In Italia sta cambiando la società e anche lo stile di bere. Esistono altre forme di alcolismo caratterizzate da poliabuso. E questi ragazzi sono più difficili da curare”, dice Hinnenthal. 
Per questo servono altri modelli e continui riadattamenti di quelli in uso. Tenendo bene a mente le esperienze di provata efficacia. Quella di Villa Soranzo (illustrata nel libro edito da Seed, "Il trattamento residenziale breve delle dipendenze da alcol e cocaina. Il modello Soranzo"), può essere un utile punto di inizio.

23 Giugno 2011

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