L’ospedale e l’immigrato

L’ospedale e l’immigrato

L’ospedale e l’immigrato
“I primi giorni, rinchiusi nel centro di accoglienza, mi soffocava l’angoscia di avere sbagliato tutto a volere partire. Poi ci hanno dato una carta e siamo andati nella grande città, dove sono riuscito a trovare un lavoro, non meno pesante di quando mi spezzavo la schiena sulla terra dura e avara del nostro villaggio…”

Dalla lettera di un emigrato alla madre:
 
 “…il viaggio è stato duro, eravamo tutti ammassati, uomini, donne, bambini, molti urlavano, qualcuno pregava, altri maledicevano qualche spirito maligno. Alcuni non ce l’hanno fatta.
Ho avuto paura, ci siamo stretti e tenuto forte la bambina, ce la siamo cavata.

 
I primi giorni, rinchiusi nel centro di accoglienza, mi soffocava l’angoscia di avere sbagliato tutto a volere partire. Poi ci hanno dato una carta e siamo andati nella grande città, dove sono riuscito a trovare un lavoro, non meno pesante di quando mi spezzavo la schiena sulla terra dura e avara del nostro villaggio. Faccio uno di quei lavori di fatica che i giovani di qua non vogliono più fare, ma non tutti i giorni, dipende dal “caporale”.
 
Stiamo in una stanza in affitto, in una zona di soli immigrati, paghiamo parecchio ma è tutta per noi tre. Fa freddo, almeno per le nostre abitudini, e il cielo è grigio, e questo non fa bene alla bambina. Come mi mancano la luce e i colori del nostro paese! Qui ci sono palazzi alti e lussuosi. Le strade sono piene d’insegne luminose. La gente del posto è vestita bene, pulita. Ma la vita è difficile anche per tanti di loro.
 
Per il nostro aspetto ci guardano con diffidenza. Poi dicono che rubiamo, qualcuno lo fa, danneggiando soprattutto noi che vogliamo lavorare onestamente e vivere in pace con le nostre famiglie. Dicono che non ci laviamo, che siamo arretrati, chiassosi. Certo dobbiamo imparare e rispettare le loro leggi e usanze. Le prime cose che ho appreso di questa lingua difficile sono gli insulti e il sarcasmo. Gli servono le nostre braccia, solo che attaccate ci sono anche delle persone.
 
Eppure c’è un luogo in cui ci siamo sentiti uguali a tutti gli altri, accettati senza differenze. È stato quando la bambina si è sentita male e l’abbiamo portata di corsa in ospedale. Si sono presi cura di nostra figlia come se fosse la loro. Un’infermiera alta e bionda l’ha presa con grande delicatezza e sorridendoci ci ha fatto capire che l’avrebbe fatta subito visitare dal medico di turno. Dopo pochi minuti il dottore è uscito e ci ha voluto personalmente tranquillizzare facendoci capire che non era niente di grave ma bisognava ricoverarla qualche giorno.
 
In quella settimana, medici, infermieri, il personale, le mamme degli altri bambini, ci hanno considerato alla pari dei genitori degli altri ricoverati nel reparto. Anzi, spesso, ci venivano ad aiutare quando non capivamo cosa ci era stato detto. Ci hanno portato del cibo e persino regalato qualche giocattolo che non avremmo mai potuto permetterci. Ci siamo sentiti trattati con rispetto, quasi con affetto, per la prima volta da quando siamo qui.
 
Non so, forse la malattia, la sofferenza, fa cadere le barriere che costruiamo per proteggerci dalle nostre paure, o forse ci fa rendere conto della nostra uguaglianza nella fragilità della carne. È stato bello vedere medici e operatori considerare i malati come persone, bisognose di assistenza indipendentemente dalla provenienza e dal colore della pelle. Strana magia dell’ospedale, luogo di nascita e di morte, di dolore e gioia, di sollievo e rinascita: riesce a distillare la parte migliore della nostra umanità.
 
La fame e la miseria ci hanno costretto a lasciare il paese dove siamo nati e la diffidenza ora ci fa vivere da emarginati: sarebbe bello che quell’umanità dell’ospedale, lì così naturale, uscisse e si diffondesse nelle strade, nelle case, nei luoghi di lavoro, avvolgendoci dello stesso rispetto reciproco. Darebbe una speranza in più a tutti. Soprattutto a noi immigrati, qui nel nord della Germania, in questo freddo inverno del 1955, anche a noi italiani così lontani da casa”…
 
Quando la memoria dovrebbe renderci migliori.
 
Fabrizio Gianfrate

Fabrizio Gianfrate

20 Aprile 2015

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