La riforma di Cameron. Parla un medico italiano che lavora a Londra. “L’Inghilterra premia i medici e punisce i burocrati”

La riforma di Cameron. Parla un medico italiano che lavora a Londra. “L’Inghilterra premia i medici e punisce i burocrati”

La riforma di Cameron. Parla un medico italiano che lavora a Londra. “L’Inghilterra premia i medici e punisce i burocrati”
Intervista a Francesco Carelli, medico italiano membro del Royal College e del British Medical Council sulla riforma presentata dal Governo inglese. “Tutto nasce da una valutazione economica intelligente: si è capito che investendo sulle primary care si ha un servizio migliore e le prestazioni costano meno”.

Francesco Carelli è direttore della comunicazione di Euract Council e membro del Royal College e del British Medical Council. Insomma, un medico di famiglia con una profonda conoscenza della realtà europea della Medicina Generale e in particolare della situazione in Inghilterra.
 
Dottor Carelli, come dobbiamo interpretare la riforma della sanità inglese annunciata da Cameron? Si tratta di una semplice revisione del sistema o di qualcosa di più consistente?
È un cambiamento importante ed epocale e dimostra ancora una volta che gli inglesi sanno intervenire rapidamente quando capiscono che ce ne è bisogno. Adesso hanno bisogno di contenere i costi, rafforzando la centralità del paziente. E dunque cambiano ancora una volta le regole, dopo aver introdotto soltanto nel 2004 un sistema “a punti” basato sulla qualità.

 Come funzionava, visto che anche da noi si parla tanto di qualità?
Il contratto con i medici del territorio si fondava sulla qualità: azioni positive, corrispondevano a un certo numero di punti e raggiunta una certa quota scattava il premio. Il problema è stato che oltre il 90% dei medici aveva raggiunto l’obiettivo e dunque il sistema si è rivelato molto costoso. Così, dopo un contratto senza premi nel 2009 e con più compiti per i medici, adesso si cambia un’altra volta.

Ma lei quale crede che sia il sistema migliore?
Il sistema perfetto non esiste. Non lo sono quelli basati sulle casse mutualistiche, come quello tedesco o svizzero, né quelli “a rimborso”, come il sistema francese. Il sistema inglese ha il vantaggio di essere universalistico e di essere legato al paziente, come avviene in parte anche da noi. Si conosce la storia del paziente e questo permette di avere il polso della situazione sotto il profilo epidemiologico. In Francia o in Germania, invece, il paziente entra nel sistema solo per un ciclo di malattia e non se ne conosce niente altro. Quindi sfuggono ad ogni controllo sia la sua salute globale, sia i costi.

 Chi ha deciso di avviare la riforma?
Il governo Cameron, che si è insediato nel maggio scorso, ha subito pensato a questa riforma, tanto che già a luglio circolava un testo sintetico del White Paper che ne conteneva i capisaldi.
Ma la stesura definitiva è nata non attraverso una discussione di vertice ma con un sistema molto democratico, che ha coinvolto nella discussione anche tutti i medici. Io, ad esempio, come membro del Royal College e il British Medical Council, ho ricevuto mail da queste due associazioni, che mi chiedevano di inviare, sempre per via elettronica, argomentazioni, critiche e pensieri. Le associazioni poi hanno sintetizzato le risposte ricevute e le hanno inviate al ministero, che ne ha tenuto conto nella stesura definitiva. Ora, le associazioni sottoporranno il testo definitivo ad un referendum tra i loro iscritti, che potranno votare per lettera o per email. Soltanto se avranno raccolto la maggioranza dei consensi le associazioni sottoscriveranno la riforma.

Un po’ come il referendum della Fiat?
Più ampio, perché coinvolge tutti i medici, come è già avvenuto nel 2004.
 
Il fulcro della riforma inglese è un deciso rafforzamento del livello territoriale. Pensa che si realizzerà concretamente?
In Inghilterra, già oggi, la sanità sul territorio è molto sviluppata. Il general practice, cioè il medico di famiglia, è il medico del cittadino. Negli studi ci sono biblioteche consultabili e i pazienti si ritrovano negli studi per fare educazione sanitaria, per parlare dei loro problemi, per avere consigli dagli infermieri, oltre che per essere visitati individualmente dal medico. Insomma, un rapporto del tutto diverso e che rende la riforma possibile.
Senza dimenticare che la riforma nasce da una valutazione economica intelligente è ha un preciso obiettivo: tagliare i costi. Si è capito che investendo sulle primary care si ha un servizio migliore e le prestazioni costano meno. Intanto si taglia sugli ospedali, che devono andare in concorrenza, e sulle amministrazioni, grosso modo corrispondenti alle nostre Asl e alle Regioni. Questo produrrà risparmi, che permetteranno di prendere, ad un costo inferiore, altre professionalità, in particolare infermieristiche. Dall’altro lato dovrebbe mettere in maggiore evidenza il paziente, dandogli maggiori diritti ma anche maggiori responsabilità.
 
Anche il “medico di famiglia” avrà maggiori responsabilità.
Il punto a favore è che il medico torna veramente a fare il clinico e non il burocrate. Il grande punto interrogativo, invece, è che il medico non è preparato a fare anche il manager economico, ed è su questo che resta qualche perplessità.

Queste maggiori responsabilità avranno un riconoscimento economico?
Intanto c’è una sorta di riconoscimento psicologico, visto che non saranno più assediati da burocrati e controllori che nulla sanno della medicina. E poi, risparmiando, si dovrebbero trovare le risorse per la premialità.
 
Che tempi avrà l’attuazione della riforma?
Rapidissimi. Dovrebbe essere già in cantiere nel 2012 e nel 2014 andare a regime. Anche perché vogliono avere rapidamente il risultato economico.
 
Eva Antoniotti

25 Gennaio 2011

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