Se l’Italia diventa federalista senza averne coscienza

Se l’Italia diventa federalista senza averne coscienza

Se l’Italia diventa federalista senza averne coscienza
Editoriale. Domani il federalismo fiscale regionale e i costi standard arrivano alla "bicameralina". La stessa che ha respinto il decreto sulla fiscalità municipale. Ma, al di là di come andrà a finire, resta lo sconcerto per il clima da tifo politico che accompagna la riforma federalista. Senza un vero coinvolgimento culturale e civile dei cittadini.

Domani il decreto legislativo sul federalismo fiscale regionale e i costi standard sanitari approderà alla Commissione bicamerale. La stessa che ha respinto il decreto sul federalismo municipale. E ancora una volta è molto probabile che il confronto verterà su tutto (composizione della Commissione, spallata al Governo, tensioni nella Lega) meno che sul merito del provvedimento all'esame.
E invece il federalismo è una cosa seria. Una vera rivoluzione degli assetti istituzionali del Paese che per questo, al di là di come la si pensi al riguardo, dovrebbe coinvolgere tutta la Nazione e il suo popolo.  Per arrivare a una riforma istituzionale il più possibile condivisa, anche sul piano culturale e civile, e avvertita come utile, da tutti. O almeno dalla stragrande maggioranza degli italiani.
Fino ad ora non è andata così. A partire dalla riforma del titolo V della Costituzione del marzo 2001, votata dal solo centro sinistra e poi confermata dal referendum del 7 ottobre dello stesso anno, al quale partecipò solo il 34% degli elettori. In tutto poco più di 16 milioni di italiani, dei quali quasi 6 milioni votarono per il no.
Non andò meglio con la cosiddetta “devolution”, votata dal solo centro destra nel 2005, questa volta respinta nel referendum confermativo del 2006, che almeno segnò un maggior numero di elettori (53,7%, dei quali il 61,7% votò per il no).
Con queste premesse, due riforme costituzionali approvate a maggioranza semplice e due referendum che hanno coinvolto solo una piccola fetta di elettori, non potevamo forse aspettarci di meglio per il varo di un pezzo fondamentale del federalismo, e cioè quello che rivoluziona il “chi fa che cosa” in ambito fiscale.
Neanche l’aspetto delle tasse, al quale tutti noi che le paghiamo diamo la dovuta attenzione, sembra infatti suscitare interesse vero. Non ideologico o partigiano “a prescindere”. E così il confronto su come dotare di autonomia impositiva Regioni ed Enti Locali è diventato anch’esso un affare da tifo politico. Sul quale scannarsi per finalità sempre più diverse dal merito delle questioni trattate. Per il Governo in carica e la maggioranza che lo sostiene, l'approvazione del federalismo fiscale è infatti via obbligata per restare in sella. Per le opposizioni, al contrario, la sua bocciatura è l’ultima chance per l’agognata spallata a Berlusconi.
In questa disfida all’ultimo voto si perde completamente di vista cosa sta scritto nei diversi decreti delegati di attuazione della legge 42 del 2009.  Di questi testi si sa poco in termini di effettive ricadute per gli esattori e i contribuenti. Come si sa ben poco sulla reale ricaduta dell’applicazione dei costi standard sanitari sugli equilibri finanziari del servizio sanitario nelle diverse Regioni. Nella migliore delle ipotesi, dicono in molti, non cambierà nulla perché il parametro sarà sempre la spesa storica. Ma per altri il rischio è quello di un taglio di alcuni miliardi ai budget sanitari regionali (soprattutto, ma non solo, del Sud).
A dare una diversa spinta al dibattito e al confronto su questi temi ci aveva provato il Parlamento, e in particolare la Commissione Sanità del Senato, approvando nel novembre scorso una risoluzione bipartisan che offriva diversi spunti per una rivalutazione dei pesi e degli equilibri nella transizione al federalismo sanitario. Un appello rimasto purtroppo inascoltato. Sia dal Governo che dalle Regioni, apparse divise su tutto e incapaci di gestire insieme e con spirito collaborativo questa delicatissima partita.
Per tutte queste ragioni non riesco ad essere ottimista sul cammino della riforma federale. Comunque vada a finire.
 
Cesare Fassari
 

09 Febbraio 2011

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