Sono stato anch’io a far crollare l’ospedale

Sono stato anch’io a far crollare l’ospedale

Sono stato anch’io a far crollare l’ospedale
Centinaia di mine vaganti nei luoghi pubblici più critici pronte ad esplodere al primo scossone importante su buona parte del territorio nazionale. Lo sapevamo. L’ospedale caposaldo della comunità, punto di riferimento specialmente nell’emergenza che invece crolla prima degli altri edifici.

“Io so”, scriveva Pasolini nel ’74 sulle stragi. Anche io so, chi è stato a far crollare l’ospedale di Amatrice. E quello de L’Aquila. E quelli che crolleranno. Non il terremoto, quello non fa morti. Di sismi così in Giappone ce n’è uno a settimana. A uccidere sono gli edifici che crollano.
 
Io so che è stato chi sapeva, poteva e non ha fatto. Sono stato io, che per quello che mi competeva non ho fatto abbastanza, non ne ho parlato abbastanza ai miei studenti o non ne ho scritto adeguatamente. Ma come me e più di me chi siede nella catena di governance della sanità dai vertici alla base, al centro o localmente, ognuno con la propria grande o piccola fetta di potere, quindi di responsabilità, perciò di colpa per l’accaduto.
 
Perché tutti sapevamo del rischio sismico. Ce lo ricordava qui Cesare Fassari: 500 strutture a rischio (relazione di Bertolaso al Senato del 2009), il 75% che crolla in caso di scosse del 6,2-6,3 (relazione della Commissione Parlamentare Marino del 2013). Aggiungo le linee guida del 2002 per “la sicurezza sismica e la funzionalità degli ospedali” stilate da Ministeri, Protezione Civile, Conferenza delle Regioni e ed esperti californiani.
 
Centinaia di mine vaganti nei luoghi pubblici più critici pronte ad esplodere al primo scossone importante su buona parte del territorio nazionale. Lo sapevamo. L’ospedale caposaldo della comunità, punto di riferimento specialmente nell’emergenza che invece crolla prima degli altri edifici.
 
Il giorno dopo la tragedia, dicono, non è il momento delle polemiche. Invece no, è proprio il momento per le polemiche, prima che l’inevitabile quotidianità e la comoda retorica, accantonino l’accaduto nel ripostiglio delle scope della coscienza, tra dichiarazioni contrite di fratellanza e vicinanza e copioso spargimento di lacrime istituzionali. Di coccodrillo.
 
L’ospedale di Amatrice, come quello dell’Aquila funzionante da sette anni prima del terremoto dopo trenta di lavori e (incredibile) mai dichiarato ufficialmente agibile. O come la scuola di San Giuliano, ricordate, tanti bambini morti, con la loro maestra, costruita “all’italiana”. In un lontano domani gli storici si occuperanno con parecchio interesse della nostra edilizia pubblica affidata a costruttori privati dalla politica locale.
 
Quindi, sì, il giorno dopo è proprio il momento per le polemiche. Non per la caccia alle streghe. Ma perché non accada più. Non basta il solo “bisognava fare” e “si sarebbe dovuto agire”, coniugate nella forma impersonale che i tempi riflessivi della lingua italiana furbamente consentono. Devono invece avere nomi e cognomi, facce precise, nel bene e nel male, nei meriti e nelle colpe, ruoli e responsabilità, a scendere per li rami della governance della sanità.
 
Sento già le risposte. Colpe delle regole? Perciò di chi l’ha fatte o, peggio, approvate. Della “burocrazia”? Ma anche la “burocrazia”, c’insegnano Gogol e Co., ha facce precise. Perché non c’erano i soldi? Allora la colpa è di chi ha deciso di non allocare lì le risorse. Colpa del “sistema”? Troppo facile: ogni “sistema” è fatto da persone, teste e gambe. In ogni caso, se hai un ruolo su aspetti così importanti, di vita o di morte, e non te lo fanno adempiere, lo devi denunciare. E in casi estremi ti dimetti. Insomma, il minuetto dello scaricabarile non regge. Diceva Don Milani che non basta avere le mani pulite se le tieni in tasca.
 
Vorremmo guardare ai nostri ospedali (ma anche alle nostre scuole o altri edifici pubblici) come a posti sicuri. Perché dopo le nostre case sono i luoghi che dobbiamo sentire più “nostri”, sono i più “nostri”, se anche in questi tempi d’individualismo sfrenato i termini “collettività e comunità” hanno ancora un senso, e non solo tra quelli, come li chiama Magris, “consanguinei endogamici gozzuti e capaci di bestemmiare nello stesso dialetto”.
 
Nella governance della sanità le responsabilità sono di sostanza e dimensione superiori ad altri settori. Chi accetta di assumerle deve quindi essere molto ben retribuito. Ma anche consapevole di doverne rispondere con la propria faccia, col proprio nome e cognome e senza nascondersi dietro burocrazie, mancanze di risorse, volontà superiori o quant’altro.
 
Altrimenti meglio declinare l’incarico, anziché fare parte di un sistema in cui l’inefficienza si trasforma facilmente in danno, diventa pericolo pubblico, come in questo caso. Meriti o colpe devono quindi avere nomi precisi. Perché a dire “io so chi è stato” dobbiamo essere tutti e vorremmo farlo soprattutto sui meriti.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

26 Agosto 2016

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