L’accordo “segreto” per la liberalizzazione dei servizi. Calenda: “L’Italia non lo applicherà per i servizi sanitari”

L’accordo “segreto” per la liberalizzazione dei servizi. Calenda: “L’Italia non lo applicherà per i servizi sanitari”

L’accordo “segreto” per la liberalizzazione dei servizi. Calenda: “L’Italia non lo applicherà per i servizi sanitari”
Così il viceministro dell’economia rispondendo ad un’interpellanza del deputato Zaccagnini di Sel, che chiedeva lumi sull'accordo molto riservato in discussione tra diversi paesi del mondo (UE compresa). Il Tisa prevede infatti il libero scambio di dati e servizi tra diversi e fu svelato l'anno scorso da Wikileaks.

“È vero che il Tisa è un negoziato che ha l'obiettivo di aprire maggiormente i mercati nazionali alle forniture di servizi di altri Paesi e migliorare l'accesso al mercato dei servizi, garantendo parità di trattamento tra fornitori nazionali e stranieri. Ma non è vero che comporterà la liberalizzazione totale di servizi essenziali come banche, sanità, trasporti e istruzione”. Con queste parole il viceministro dell’economia Carlo Calenda ha chiarito come la sanità non sarà interessata dall’ipotesi liberalizzazioni previste dal Tisa. Questo perché ha aggiunto Calenda ogni paese che vi partecipa “può decidere il livello di apertura grazie ad eccezioni e riserve al principio di trattamento nazionale e alla clausola della nazione più favorita e questo vale per tutti i settori”.
 
Calenda ha risposto ad un’interpellanza urgente del deputato di Sel, Adriano Zaccagnini, il quale ha sollevato la questione in merito al Tisa, acronimo di Trade in services agreement, ovvero Accordo di scambio sui servizi. Ovvero, ha spiegato il deputato “una trattativa segreta, che viene negoziato dal settembre 2013 a porte chiuse, a Ginevra, dai seguenti Stati: Australia, Canada, Cile, Taiwan, Colombia, Costa Rica, Unione europea, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Corea, Svizzera, Turchia, e Stati Uniti. Paesi cui, più di recente, hanno chiesto di aggiungersi Cina ed Uruguay”.
 
Le preoccupazioni di Zaccagnini sono dovute al fatto che “le informazioni su questo trattato sono state divulgate nel nostro Paese dal settimanale L'Espresso (che a sua volta riproduceva il documento svelato da Wikileaks ndr.), a giugno 2014, denunciando l'esistenza di un accordo segreto per il liberismo selvaggio”. Ma anche dal fatto che la Commissione europea sul suo sito parla di “trattato internazionale teso a liberalizzare totalmente i servizi essenziali come sanità, trasporti, istruzione e persino banche e che sarebbe stato redatto su pressioni di grandi lobby e multinazionali”.
 
Ma come detto Calenda ha spiegato che “per quanto riguarda, nello specifico, i servizi pubblici o di interesse pubblico, spesso il Tisa è criticato in quanto si ritiene che comporti la loro privatizzazione. Anche questo è un falso mito: non è vero che la liberalizzazione commerciale comporta la fine dello stato sociale e obbliga a privatizzare scuola e sanità”. aggiungendo che “I servizi pubblici che sono essenziali non sono minimamente oggetto del negoziato Tisa. L'offerta dell'Unione europea, infatti, prevede espressamente sia una riserva generale per l'accesso al mercato europeo dei servizi pubblici sia una riserva di trattamento nazionale particolare riguardo a quattro settori specifici di servizi, quali acqua, salute, educazione e audiovisivo. I servizi di istruzione che sono negoziati non concernono in maniera assoluta l'istruzione pubblica, ma unicamente corsi per adulti, come corsi di lingua online o corsi di informatica online”.
 
Calenda ha quindi chiarito che “tutti gli accordi di libero scambio a cui partecipa l'UE, incluso il Tisa, hanno questa esclusione e la mantengono. Il Tisa non obbliga, dunque, nessun Paese a liberalizzare i servizi pubblici, ma non impedirà nemmeno a quei Paesi che lo riterranno opportuno di prendere impegni per l'apertura, ad esempio, di parziali settori dell'istruzione privata o della sanità privata. In questi negoziati, l'Unione europea e l'Italia non vedono ragione per cambiare la tradizionale posizione tenuta finora, volta all'esclusione dei servizi pubblici dalla liberalizzazione commerciale”. 

16 Gennaio 2015

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