La politica si è già dimenticata della sanità. E per il neo ministro non sarà una passeggiata

La politica si è già dimenticata della sanità. E per il neo ministro non sarà una passeggiata

La politica si è già dimenticata della sanità. E per il neo ministro non sarà una passeggiata
La decisione ampiamente anticipata di una scelta tecnica per il dicatero della Salute conferma purtroppo una visione secondo la quale la sanità non sia materia di grande interesse generale ma un ambito di intervento squisitamente tecnico, come se dettare linee e strategia per le politiche di tutela della salute degli italiani fosse pari a organizzare al meglio un ospedale o un distretto sanitario. Invece sappiamo bene che così non è. Anche per questo e in considerazione delle prospettive economiche, tutt'altro che rosee, il neo ministro avrà davanti un compito molto arduo per far valere le ragioni del settore

Oggi su Il Sole 24 Ore i due “bocconiani”, Francesco Longo e Mario Del Vecchio, hanno scritto senza troppi giri di parole che l’immagine di una sanità “in espansione” dopo il Covid è un’illusione.

La realtà dei numeri è infatti implacabile: dopo la salita dei finanziamenti durante la pandemia (tra l’altro comunque insufficiente con il rischio di vedere presto molte regioni “insospettabili” andare in rosso) abbiamo raggiunto poco più del 7% del Pil, che ci pone comunque molto al di sotto della soglia investita in sanità da Germania e Francia.

Per il futuro prossimo, anche questa soglia, sarà nuovamente abbandonata per tornare (leggi Def e Nadef) vicino al 6,1% del Pil nel 2025, ovvero addirittura meno di quanto si spendeva prima della pandemia (6,4%).

Con quelle risorse sarà molto difficile continuare a garantire il diritto alla salute a una popolazione che tra l’altro è sempre più vecchia.

Longo e Del Vecchio vanno al sodo e alla domanda “che fare?” rispondono con tre alternative secche: “Possiamo aumentare il carico fiscale provando a collegarlo direttamente alla spesa sanitaria. In alternativa, possiamo incrementare la pressione contributiva sulle imprese e quindi sul costo del lavoro, con fondi integrativi facoltativi o obbligatori. Possiamo infine incentivare la spesa sanitaria dei consumatori, sia in forma diretta (out of pocket) che intermediata (mutue o assicurazioni)”.

Ma, questa la mesta riflessione dei due economisti, “nessuna delle tre soluzioni sembra trovare un minimo di spazio nel dibattito politico e nella consapevolezza dell’opinione pubblica”.

Condivido appieno questa mesta riflessione perché, come ho avuto modo di dire in queste settimane in alcune occasioni di confronto pubblico cui ho partecipato, la sanità, dopo la pandemia, è tornata inesorabilmente ad essere ignorata dalla politica.

Eppure, penso lo ricordiamo tutti, all’apice della tragedia Covid, con i morti in colonna nelle notti bergamasche, con le corsie ospedaliere intasate, con i medici di famiglia impotenti, con le centinaia di morti tra medici e altri professionisti sanitari in prima linea, dal capo dello Stato ai presidenti del Consiglio avvicendatisi in questi terribili anni, sembrava ormai assodata la consapevolezza che il diritto alla salute e conseguentemente un sistema sanitario efficiente e ben attrezzato fossero caposaldi imprescindibili per uno stato di diritto.

Ma quelle parole sono oggi di fatto dimenticate e una prova di quanto poco la sanità interessi realmente alla politica l’abbiamo anche dalla burrascosa corsa verso il nuovo Governo.

Nei vari toto ministri e nelle polemiche, anche molto accese, per l’attribuzione degli incarichi ministeriali tra i tre principali alleati di centro destra, il posto di ministro della Salute, se non fosse stato per l’affaire Ronzulli che, vero o presunto non si sa, per giorni è stata indicata come candidato unico per quel dicastero da Forza Italia, salvo poi sparire per i niet, veri o presunti non si sa, della premier in pectore Meloni, di chi andasse alla Salute non sembra fregare molto a nessuno.

E nella ormai quasi certa attribuzione del ministero a un “tecnico”, emerge la chiara convinzione dei big della nuova maggioranza che la sanità non sia materia politica ma squisitamente tecnica come se dettare linee e strategia per le politiche di tutela della salute degli italiani fosse pari a organizzare al meglio un ospedale o un distretto sanitario.

Invece sappiamo bene che così non è. E che per rispondere al “che fare” difronte a bisogni di salute crescenti e sempre più complessi non basta un bravo “medico” ma serve una persona con una visione tutta politica del bene salute perché la difesa e la salvaguardia di tale bene è un affare tutto politico e trasversale a molti ministeri con i quali il neo ministro della Salute dovrà per forza confrontarsi.

E non solo quando sarà il momento di trovare le risorse (e già questo è compito arduo dove peso e capacità politiche sono fondamentali, pena la cessione in toto di podestà sulla materia al Mef) ma anche per ideare un nuovo assetto del sistema in grado di essere al passo con i nuovi bisogni e le nuove emergenza sanitarie e ciò dovendo fare i conti anche con altri “21 ministri della salute locali” espressione di altrettante Regioni e Pa, con le quali servono un peso e un pelo sullo stomaco tutti politici per trattare.

Le cronache di oggi, alla vigilia dell’incarico di formare il nuovo Governo a Giorgia Meloni, già davano l’attuale rettore dell’Università di Roma Tor Vergata Orazio Schillaci in pole position, (anticipazioni confermate in serata dall’ufficializzazione dei ministri del nuovo Governo da parte della stessa Meloni), dopo l’avvicendarsi di nomi di altrettanto autorevoli figure “non politiche”. Chi lo conosce ne parla come persona degnissima e preparata nel suo campo, la medicina nucleare, e anche come rettore di una delle Università più importanti d’Italia.

Ed è indubbiamente vero che gestire un’università richiede sensibilità e capacità anche politiche avendo a che fare con una casta orgogliosa e spesso anche riottosa come quella dei docenti di ateneo ma è indubbio che, per le ragioni appena esposte, una università, pur se importante come quella di cui Schillaci è rettore, non si può paragonare a un sistema complesso e articolato che vale 160 miliardi l’anno di spesa, dove lavorano, direttamente o indirettamente, quasi due milioni di professionisti sanitari e che soprattutto deve rispondere in termini di capacità e qualità dei servizi offerti a tutti gli italiani.

Detto questo, a Schillaci neo ministro, va ovviamente il nostro augurio più sincero di far bene, aggiungendo però anche l’auspicio che la politica, una volta riempita questa casella della compagine di Governo, non si dimentichi della sanità e stia bene attenta a quanto il neo ministro Prof. Schillaci – se non domani, dopodomani – proporrà, come siamo certi farà, per salvaguardare e rilanciare la nostra sanità.

Cesare Fassari

Cesare Fassari

21 Ottobre 2022

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