La sanità integrativa è una risorsa preziosa, ma il suo sviluppo non può essere lasciato al caso. Lo ha detto oggi il ministro della Salute, Orazio Schillaci, in audizione nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sulle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria al Senato. Un intervento che traccia un quadro critico e pone sul tavolo nodi normativi, operativi e di monitoraggio ancora irrisolti.
“La sanità integrativa rappresenta una risorsa fondamentale per garantire un accesso equo ed universale alla salute”, ha esordito il ministro. “Tuttavia, per esprimere pienamente il proprio potenziale senza intaccare i meccanismi di finanziamento del Servizio sanitario nazionale è necessario intervenire in modo sistemico su alcuni nodi ancora irrisolti sia sotto il profilo normativo, sia operativo e di monitoraggio”.
I dati forniti da Schillacci sono eloquenti. In Italia, solo il 24 per cento della popolazione è coperto da sanità integrativa. Una percentuale che stride con la media dell’Unione Europea, che si attesta al 75 per cento. E non è solo una questione di numeri: anche il contributo medio per beneficiario è più basso. In Italia si aggira intorno ai 190 euro, contro i 260 euro della media europea.
Ma il dato più preoccupante riguarda la composizione sociale degli iscritti. A beneficiare della sanità integrativa sono soprattutto lavoratori dipendenti, categorie protette dalla contrattazione collettiva e contribuenti con reddito medio-alto. Al contrario, pensionati, disoccupati, lavoratori precari e soggetti economicamente più deboli ne beneficiano in misura minore.
“Questo rischia di allontanare il sistema dalla logica universalistica del nostro servizio sanitario, che ridistribuisce le risorse secondo il bisogno di salute”, ha avvertito Schillaci.
Il caso dei pensionati è emblematico: rappresentano solo il 3 per cento degli iscritti, nonostante siano la fascia di popolazione che esprime il maggior bisogno di cure. Una distorsione che allontana la sanità integrativa dalla sua funzione di supporto al sistema pubblico.
Uno dei temi più delicati toccati dal ministro riguarda i benefici fiscali legati alla sanità integrativa. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, “l’insieme di questi vantaggi fiscali e contributivi vale 1,7 miliardi di euro l’anno“, ha affermato Schillaci. “Da qui nasce una questione: se queste risorse producano benefici superiori rispetto a quelli che si potrebbero ottenere destinandole al servizio sanitario”.
Un interrogativo che solleva un tema di fondo: la convenienza sociale della sanità integrativa. Se le risorse pubbliche sottratte al SSN attraverso agevolazioni fiscali non si traducono in un effettivo miglioramento dell’accesso alle cure per tutti, il sistema rischia di perdere la sua vocazione universalistica.
Il ministro ha poi messo il dito su un’altra piaga del sistema: la destinazione delle risorse. “I dati dimostrano che i fondi integrativi sono marginali e la grande maggioranza delle risorse private finanzia prestazioni sostitutive” dei Livelli essenziali di assistenza (Lea). In altre parole, la sanità integrativa oggi serve più a sostituire prestazioni che il SSN dovrebbe già garantire che ad ampliare l’offerta.
Un paradosso che, secondo Schillaci, richiede una riflessione profonda: “La sanità integrativa è una risorsa fondamentale, ma la sua espansione deve essere coerente con quelli che sono gli obiettivi del Ssn e giustificata da un effettivo beneficio collettivo”.
Il ministro ha auspicato un intervento sistemico che regoli l’espansione della sanità integrativa, evitando che essa diventi un fattore di ulteriore disuguaglianza. Le priorità sono chiare: ridefinire il perimetro delle prestazioni, garantire un accesso più equo, e valutare l’efficacia dei vantaggi fiscali.
L’obiettivo, ha concluso Schillaci, è che la sanità integrativa non si trasformi in un doppio binario che allontana i più fragili dalle cure, ma diventi uno strumento capace di integrare e rafforzare il Servizio sanitario nazionale, senza minarne i principi fondamentali.