Aids. Eliminare lo stigma: chiave la partecipazione reale di chi è discriminato
“Se vogliamo sfruttare a pieno le enormi possibilità che oggi la ricerca scientifica ci offre, dobbiamo al più presto far sì che esponenti delle popolazioni più vulnerabili si siedano al tavolo decisionale. Ma non solo”, ha commentato Elly Katabira, chair a Aids 2012 e presidente dell’International Aids Society. “Dobbiamo anche far sì che i governi si impegnino ad evitare la criminalizzazione delle preferenze sessuali e dei comportamenti delle persone, e piuttosto si occupino dei problemi di salute pubblica e della tutela dei gruppi discriminati”.
In questo senso bisogna anche occuparsi della salute delle categorie appena elencate. “Alcune volte il problema è che i programmi sanitari sono fuori dalla portata dei gruppi più vulnerabili, e per questo risultano meno efficaci”, ha continuato Diane Havlir, co-chair alla conferenza. “In questo senso abbiamo bisogno di interventi meno rigidi, che si adattino alle esigenze di ogni territorio e quindi di ogni epidemia locale, poiché se cambia la composizione demografica dei pazienti deve cambiare anche l’approccio che usiamo”.
In particolare, un approccio evidence-based potrebbe aiutare anche nell’ambito della lotta all’Aids. “Abbiamo visto nelle ultime tre decadi che questo tipo di criterio è stato lo strumento più efficace per tenere sotto controllo il contagio delle categorie ad alto rischio”, ha continuato. “Ad esempio programmi contro lo scambio di aghi infetti ha salvato milioni di vite in molti paesi, la riforma legale del lavoro sessuale ha ridotto l’esposizione all’infezione in alcune nazioni, e infine la depenalizzazione dell’omosessualità è fortemente connessa all’efficacia anche della tutela sanitaria della comunità gay”.
Laura Berardi
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26 Luglio 2012
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